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UN PROCESSO GENERATIVO

Sostenere la famiglia adottiva

di Marco Griffini
(presidente dell’Ai.Bi.)
            

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1999 - Home Page Procedure. Tempi di attesa. Collaborazione fra Enti locali e quelli autorizzati. Sono gli aspetti sottolineati. Senza ignorare il peso del volontariato. La nuova normativa suscita qualche perplessità. Fra tutte la dichiarazione di idoneità affidata a organi giudiziari.

La Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale, siglata a L’Aja il 29 maggio 1993, è stata ratificata in via definitiva anche in Italia. Il nuovo testo legislativo modifica, in maniera sostanziale benché parziale, la legge 184/83 in tema di adozione di minori stranieri, prevedendo l’attribuzione di nuove responsabilità ai servizi degli Enti locali e degli enti autorizzati già presenti sul territorio e incentivandone il coordinamento organizzativo.

Principio culturale che sottende la convenzione è il diritto del minore alla famiglia, riconosciuta come l’humus vitale entro cui solo è possibile costruire (o ricostruire) sane relazioni affettive e sociali; definisce chiaramente che, solo qualora non si riveli possibile reintegrare il minore nella propria famiglia d’origine, o quanto meno in una famiglia adottiva dello stesso Paese, si valuti, come ultima soluzione praticabile nell’interesse del minore, il ricorso all’adozione internazionale.

L’adozione internazionale è, se si vuole, il processo generativo di una nuova famiglia: sicuramente il minore adottato è l’anello più debole e provato della catena, tuttavia è l’intero nucleo familiare adottante a condividere un’esperienza in qualche modo traumatica; l’inserimento di un nuovo individuo, proveniente da un vissuto di disagio o abbandono, implica il riassestamento degli equilibri interni alla famiglia, così che la stessa, nella sua interezza, è chiamata a configurarsi altrimenti per accogliere il nuovo membro.

La famiglia, pertanto, viene riconosciuta come il fulcro dell’intero progetto di recupero e tutela del minore, per cui tutti i servizi, predisposti dalla nuova normativa per accompagnare l’iter adottivo, risultano esclusivamente strumentali alla sua centralità. Nel percorso delineato dalla legge n. 467/’98 trovano spazio diversi soggetti: i servizi degli Enti locali, i Tribunali per i minorenni e gli enti autorizzati; per far fronte al nuovo ruolo che sono chiamati ad assolvere, essi dovranno adeguare le proprie competenze e professionalità, nonché la propria struttura organizzativa, al fine di predisporre ed erogare, in maniera consona e coordinata, i servizi loro assegnati. La convenzione introduce un altro concetto fondamentale: il principio di sussidiarietà dell’adozione internazionale.

Il concetto di sussidiarietà

Lo Stato di provenienza del minore chiede allo Stato che lo accoglierà di garantire allo stesso minore il soddisfacimento del suo diritto a un’infanzia felice e serena tra gli affetti di una famiglia, provvedendo all’individuazione di un nucleo idoneo che possa corrispondere alle precise caratteristiche del minore, attuando un abbinamento il più efficace possibile; solo così potrà emergere l’autentico significato dell’adozione internazionale, atto che porta ad accogliere come proprio il figlio generato da altri.

Il concetto di sussidiarietà porta con sé tre importanti conseguenze. La prima coinvolge i genitori adottivi, il cui ruolo diventa essenziale per soddisfare il diritto del minore alla famiglia, spogliandosi pertanto di ogni genere di colpevolizzazione per aver "strappato" un bimbo dalla sua terra: l’adozione è proprio necessaria.

La seconda conseguenza si rivolge agli stessi enti autorizzati, i quali dovranno ideare e attuare programmi di cooperazione internazionale affinché il minore possa in prima istanza rimanere all’interno della propria famiglia (attraverso la prevenzione attuata con attività connesse alla strategia del cosiddetto "sostegno" a distanza, la formazione e l’aggiornamento di operatori sociali locali, l’attuazione di programmi di assistenza e di accompagnamento familiare) o, comunque, all’interno del proprio Paese di origine (attraverso iniziative di affido e adozione nazionale); il principio di sussidiarietà verrebbe in questo modo inteso non solo in modo "passivo" (l’invio di una famiglia adottiva), bensì esteso a un più ampio significato di intervento: aumentare la potenzialità di sviluppo del Paese di origine, perché le risorse di quest’ultimo risolvano autonomamente le situazioni di disagio del minore, collocando il ricorso all’adozione internazionale in una fascia sempre più marginale.

Infine, la terza conseguenza coinvolge tutti gli operatori del settore a vari livelli perché, se le azioni di sussidiarietà avranno successo, i minori avviati all’adozione internazionale saranno i casi più difficili, non solo quelli abbandonati, ma soprattutto quelli che nessuno ha voluto nel Paese di origine, i "figli di scarto"; saranno, quindi, i bambini grandicelli, quelli di colore o con problemi di salute, quelli dimenticati negli istituti, casi difficili per i quali bisogna trovare coppie disponibili ad adottarli.

Le coppie che desidereranno una genitorialità adottiva dovranno essere ben consapevoli di cosa significhi un’adozione internazionale, dovranno essere opportunamente preparate; la nuova legge considera la formazione un momento essenziale, una formazione congiunta fra operatori istituzionali e non, come stanno già sperimentando alcuni operatori della Regione Lombardia. Combattere i vecchi pregiudizi fra gestore pubblico e gestore privato, certo, non sarà cosa facile; Tribunali per i minorenni, Enti locali ed enti autorizzati dovranno collaborare per un unico scopo, l’interesse del minore nel sostegno alla famiglia che lo accoglierà.

Le tappe dell'itinerario adottivo (1)

Rilievi negativi

Partendo proprio dalla famiglia in fieri, ripercorriamo il testo legislativo, estrapolando le successive fasi del processo di adozione internazionale e i soggetti con i quali, di volta in volta, la coppia adottante dovrà relazionarsi.

La coppia che si scopre disponibile a una adozione anche internazionale deve innanzitutto dichiarare la propria disponibilità al Tribunale per i minorenni, richiedendo che lo stesso ne certifichi l’idoneità.

Su questo passaggio, ovvero il fatto che debba competere a un organo giudiziario l’attività di valutazione e certificazione d’idoneità delle coppie aspiranti all’adozione, solleviamo non poche perplessità: gli aspiranti genitori dovrebbero essere seguiti, formati e accompagnati in questa esperienza, non certo indagati.

Il riconoscimento dell’idoneità dovrebbe spettare, piuttosto, ai servizi territoriali o alle associazioni ed enti morali senza scopo di lucro, che abbiano maturato esperienza e professionalità in materia (come già accade in altri Paesi come la Francia, Germania e Portogallo); sembra più consono che il riconoscimento e l’attestazione dell’idoneità venga affidata ai servizi socio-assistenziali o agli enti autorizzati operanti sul territorio, rimettendo al tribunale il controllo sulla legittimità degli atti e una funzione di vigilanza sulla conformità delle procedure alle normative vigenti.

Il Tribunale per i minorenni trasmette entro quindici giorni copia della dichiarazione di disponibilità ai servizi degli Enti locali, i quali saranno preposti ad assolvere compiti di "informazione" (sull’adozione internazionale e sulle relative procedure, sugli enti autorizzati e sulle altre forme di solidarietà nei confronti dei minori in difficoltà), di "preparazione" degli aspiranti all’adozione nonché di "acquisizione" di elementi utili per la valutazione della loro idoneità.

Il suggerimento di coordinare alcune di queste attività in collaborazione con gli enti autorizzati appare quanto mai indispensabile: allo stato attuale, infatti, gli Enti locali non sembrano adeguatamente preparati ad adempiere tali funzioni e dovranno necessariamente intraprendere programmi di formazione e di aggiornamento professionale per i propri operatori sullo specifico dell’adozione internazionale (procedure, legislazione, percorsi formativi e di preparazione, forme di solidarietà alternative); come la legge consiglia, questa attività potrebbe utilmente svolgersi in collaborazione con gli enti autorizzati, consentendo così di reinvestire e condividere un’indubbia e specializzata professionalità, acquisita in anni di esperienza e di competente strutturazione di servizi connessi all’attività adottiva internazionale.

A conclusione di questa prima fase, i servizi socio-sanitari dovranno aver raccolto elementi sufficienti sulla situazione personale, familiare e sanitaria dei genitori, per trasmettere una relazione al Tribunale per i minorenni entro i quattro mesi successivi alla trasmissione della dichiarazione di disponibilità.

Il procedimento viene quindi ripreso dagli uffici giudiziari: ricevuta la relazione, il Tribunale per i minorenni pronuncia, entro due mesi, il decreto motivato di idoneità (o inidoneità) all’adozione, fornendo anche indicazioni per favorire il migliore abbinamento e incontro tra gli aspiranti genitori e il minore da adottare; come già rilevato, la magistratura non sembra il soggetto più qualificato per fornire valutazioni e indicazioni di carattere psicosociale.

Il decreto di idoneità viene trasmesso dal tribunale anche all’ente autorizzato, se già indicato dagli aspiranti all’adozione: la nuova normativa, infatti, dispone che la coppia riconosciuta idonea all’adozione conferisca incarico a curare la procedura di adozione a uno degli enti autorizzati. La prassi legislativa precedente (184/83) registrava, a questo punto del percorso adottivo, un vuoto ingiustificabile tra la trasmissione della relazione al Tribunale per i minorenni e l’avvio dell’affidamento preadottivo.

Le tappe dell'itinerario adottivo (2)

Rischi non calcolati

Se per il minore italiano, infatti, già esisteva lo strumento dell’abbinamento (che ha la finalità di corrispondere alle caratteristiche del bambino, la cui storia è precisamente conosciuta, con potenzialità complementari riscontrate in una determinata coppia), per il minore straniero, sconosciuto ai tribunali, la coppia veniva lasciata sola nella fase delicata della individuazione del bambino: fase che il più delle volte diventava una scelta della via più facile, escludendo ogni principio di abbinamento, a meno che la coppia non decidesse spontaneamente di rivolgersi ad associazioni impegnate in vie sicure e professionali.

Con l’intervento degli enti autorizzati, oggi è possibile, previa autorizzazione dei genitori adottanti, seguire il processo d’adozione nella sua interezza; l’ente autorizzato incaricato, infatti, coinvolgendo e informando gli aspiranti genitori, avvia le pratiche di adozione presso le autorità straniere competenti, tenendo aggiornati la coppia e gli Enti locali circa l’andamento delle procedure.

Tuttavia, a proposito del ruolo degli enti autorizzati, sarà indispensabile provvedere a una riformulazione più accurata dei parametri per attestarne l’autorizzazione a gestire l’intera prassi adottiva internazionale; sbrigate le pratiche del caso, giunge il momento del primo incontro, nel Paese d’origine, tra genitori adottivi e minore.

A questo punto, la Commissione per le adozioni internazionali, ricevuta la documentazione e le valutazioni dell’ente autorizzato, dichiara che l’adozione risponde al superiore interesse del minore, autorizzandone l’ingresso e la residenza permanente in Italia. Qualora il Tribunale per i minorenni ritenesse che l’adozione debba perfezionarsi dopo l’arrivo del minore in Italia, può stabilire un provvedimento di affido pre-adottivo di un anno presso la nuova famiglia, al decorrere del quale l’adozione può essere pronunciata in via definitiva oppure revocata.

Dal momento in cui il minore entra a far parte della nuova famiglia, e per la durata di almeno un anno, enti locali ed enti autorizzati possono assistere la coppiaTabella: Adozioni realizzate da Euroadopt 1997. adottiva e il minore, al fine di favorire una corretta integrazione familiare e sociale; la legge prevede che tale provvedimento avvenga a discrezione degli interessati e su loro specifica richiesta: paradossalmente l’appoggio e il sostegno alla famiglia da parte dei servizi autorizzati rischiano di cessare proprio quando la famiglia entra nella fase più problematica di costituzione.

L’adozione, infatti, non si esaurisce con l’arrivo del minore in famiglia, ma proprio a partire da questo momento è importante da un lato garantire sempre e comunque la tutela del minore e, dall’altro, assicurare ai genitori un supporto, continuativo e competente, per far fronte alle problematiche dell’inserimento.

Oltretutto, bisogna tenere conto del fatto che alcuni Stati di origine avanzano richiesta, ai servizi competenti, di relazioni periodiche sull’inserimento familiare del minore, che si prolungano anche sino al diciottesimo anno di età dell’adottato; la competenza di queste relazioni post-adottive resta ancora non regolamentata e spesso viene gestita in maniera originale e talvolta approssimativa dai servizi sul territorio.

L’alternarsi di tappe, incontri, norme, soggetti e interlocutori diversi nel percorso adottivo internazionale potrà ingenerare il rischio di frammentarietà e confusione del processo nella sua coerenza e organicità: soltanto grazie a un armonico coordinamento tra i servizi degli enti locali e degli enti autorizzati sarà possibile perseguire il superiore interesse del minore nel sostegno alla famiglia.

Alla luce di quanto espresso sopra è d’obbligo un interrogativo: quale può essere il ruolo del volontariato? Nel caso dei servizi di formazione e di accompagnamento, questi saranno inevitabilmente gestiti sempre più da professionisti, esperti di adozione internazionale, di procedure e di normative, i quali dovranno conoscere la realtà sociale, affettiva del minore straniero per giungere a un abbinamento il più efficace possibile.

Al volontariato spetterà, dunque, un ruolo di difesa della cultura dell’adozione internazionale, di difesa del concetto di sussidiarietà, di promozione delle iniziative di cooperazione necessarie per l’effettiva attuazione di questo principio e, inoltre, di supervisione delle attività dei professionisti, affinché il loro operato si svolga entro confini eticamente e legalmente leciti.

Questa riflessione sottolinea le diversità esistenti fra agenzia e associazione, la forte presenza di volontariato con funzione di controllo della qualità dell’adozione internazionale, differenza che però non emerge dalla legge di ratifica che non ha affrontato questa importante questione (prevedendo per esempio che l’ente autorizzato fosse anche un ente di volontariato).

Il rischio di non aver previsto un ruolo istituzionale dell’ente di volontariato è quello di snaturare i principi della Convenzione dell’Aja, legalizzando un concetto di adozione internazionale che non rispetti il «supremo interesse del minore».

Marco Griffini

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