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ANDARE OLTRE LE ORIGINI

Scambi tra generazioni

di Donatella Bramanti
(ricercatore del dipartimento di Sociologia, Università Cattolica, Milano)
   

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1999 - Home Page Genitori e figli adottivi mostrano di credere nel valore "famiglia". Ritengono importanti le relazioni. Fanno progetti. Lo rileva una ricerca psico-sociale che dimostra anche i diversi approcci all’adozione.

Il compito che genitori adottivi e figli si trovano a dover compiere insieme potrebbe essere sintetizzato nel seguente modo: portare avanti la storia delle generazioni facendo diventare "familiare" un’origine diversa.

A questo, che è certamente il primo impegno evolutivo, se ne aggiunge un secondo che potremmo definire di mediazione con il sociale: i genitori devono dare supporto e sostegno perché il figlio adottivo si inserisca adeguatamente nel tessuto sociale.

Ci si interroga quindi su quali sono le risorse di cui deve essere portatrice la famiglia adottiva per rispondere adeguatamente a queste sfide.

Di quali valori e di quale cultura familiare sono portatori i genitori adottivi per permettere uno scambio proficuo tra le generazioni che renda possibile, per il figlio, vivere il presente e prefigurare il futuro, in termini soddisfacenti?

Per rispondere a questi quesiti abbiamo guardato da vicino, attraverso lo strumento della ricerca psico-sociale (1), un gruppo di famiglie adottive che si trovano già a metà del "percorso", in quanto hanno figli adolescenti. Si tratta sia di coppie che si sono orientate all’adozione in assenza di figli propri (circa il 70%), sia di coppie che hanno adottato un minore pur in presenza di uno o più figli naturali (circa il 30%). A questa prima differente tipologia "adottiva" si può aggiungere un’ulteriore differenziazione tra le famiglie per cui il figlio adottato resta figlio unico (41%) e le coppie che hanno due o più figli, siano essi naturali o adottati (che risultano essere la maggioranza) (2).

Un primo quesito a cui abbiamo tentato di rispondere può essere così formulato: fino a che punto è possibile ascrivere la scelta adottiva, da parte dei nuclei familiari, tra i comportamenti di tipo solidaristico; oppure, come da più parti si sostiene, è più verosimile che il ricorso all’adozione risponda molto più alla necessità di colmare un vuoto da parte delle coppie senza figli, che poco si interrogano sulle difficoltà crescenti che l’inclusione di minori stranieri può comportare? È possibile ipotizzare che l’adozione di un minore di un’altra etnia possa essere annoverata tra le azioni razionali orientate al valore che presentano i tratti di un orientamento prosociale esplicito?

Da questo punto di vista le famiglie adottive potrebbero rappresentare un gruppo di adulti che, all’interno della società civile, attivano relazioni di scambio secondo un codice simbolico che ha più a che fare con il dono (Godbout, 1993) che con la spinta a saturare un proprio bisogno.

Se la decisione adottiva ha a che fare da un lato con un orientamento solidaristico che assume seriamente la volontà di rispondere al bisogno di un bambino in grave difficoltà, dall’altro, con la necessità di rispondere a un proprio bisogno di maternità e paternità, diventa interessante comprendere quale forma specifica questa scelta può assumere all’interno della famiglia.

È possibile sostenere che la scelta adottiva all’interno di una famiglia declina lo scambio prosociale nella forma della cura della differenza (Bramanti, Regalia, 1995).

Si fa riferimento qui al termine "cura" nel senso più globale del «prendersi reciprocamente cura». La cura si può esprimere, ma non si esaurisce, nel comportamento di aiuto, né si attiva solo in caso di pericolo; è piuttosto – come ricorda Scabini – «un atteggiamento di interesse preferenziale all’altro il primo atto fiduciario che si muove tra i poli del dono e del debito» (Scabini, 1995).

Il dono è disinteressato (prescinde dalla restituzione), ma niente affatto privo di interesse all’altro, perché la sua funzione costitutiva è quella di creare un legame (Godbout, 1993).

Il debito fa riferimento al legame intergenerazionale che i genitori hanno assunto nei confronti dei propri genitori, lo scopo della vita non è di liberarsene, ma di imparare a donare a propria volta (3).

Le forme della cura familiare sono diverse a seconda di chi è implicato nel legame; nel caso di una maternità e paternità adottive è possibile avanzare l’ipotesi che ciò che deve essere preso in cura sia proprio la "differenza": differenza che significa la valorizzazione delle diverse storie di genitori e figli, delle diverse culture di origine, ma anche, nelle adozioni interazziali, della diversità evidente di cui il figlio adottivo è portatore rispetto ai genitori e rispetto alla grande maggioranza dei coetanei con cui il ragazzo dovrà confrontarsi.

È ormai risaputo che un grosso pericolo di oggi è la negazione delle diversità, in nome di un falso egualitarismo che impedisce la costruzione di una propria identità originale.

Nel processo adottivo, soprattutto internazionale, dove la "differenza" tra genitori e figlio assume spesso le caratteristiche evidenti della diversità di etnia e di razza, è importante per il figlio non recidere il vincolo con il suo passato, mantenendolo almeno nella parola e nel ricordo (Greco, Iafrate, 1992). La cura delle origini aiuterà il figlio ad accettare la propria storia e a rivolgersi in modo positivo e proficuo a nuovi legami.

Gruppi a confronto

Se all’adozione internazionale si può arrivare come scelta di impegno solidale, resta pur vero che questa valenza può non essere per tutti della stessa intensità, in particolare per quelle coppie per cui questa è l’unica esperienza di genitorialità. Per questo motivo abbiamo confrontato gli orientamenti e le motivazioni di due gruppi di famiglie adottive: quelle con solo figli adottati e quelle con figli anche naturali, nell’ipotesi che si possa trattare di una scelta differente proprio in riferimento alla diversa esperienza genitoriale.

È possibile cioè ipotizzare che chi ricorre all’adozione in assenza di figli propri sia più "necessitato" da questa mancanza, mentre chi lo fa avendo già un proprio figlio possa essere mosso in prevalenza dalla valenza prosociale di questo gesto.

Dai dati in nostro possesso è possibile, in linea generale, affermare che i genitori adottivi tendono a "idealizzare" la propria scelta adottiva, privilegiando le motivazioni che appartengono essenzialmente alla sfera della solidarietà familiare, in primo luogo nei confronti dei bambini, ma più in generale a favore di coloro che hanno bisogno.

All’interno della società civile le famiglie adottive rappresentano un gruppo di adulti che perseguono azioni più vicine al dono disinteressato che al soddisfacimento ad ogni costo del bisogno di paternità e maternità.

Ma se si osservano le stesse risposte incrociate per le due diverse tipologie familiari: famiglie con figli naturali, famiglie con solo figli adottati, emerge che, se per il gruppo delle famiglie con figli naturali le motivazioni di carattere fortemente solidaristico continuano a restare ai primi posti, per il gruppo di coloro che hanno solo figli adottati acquistano significato anche motivi più "strumentali", quali: «perché adottare un bambino è un modo di realizzarsi come genitori» o: «perché un bambino abbandonato è un modo per completare la nostra famiglia».

Senza enfatizzare questa differenza, peraltro anche comprensibile, è possibile anticipare che cominciano a delinearsi, nel gruppo delle famiglie che abbiamo intervistato, due approcci differenti all’adozione, che rendono ragione della complessità della scelta adottiva.

Orientamenti prosociali

Per comprendere meglio in quale contesto di orientamenti le motivazioni all’adozione sono emerse, si è esplorato quanto gli adulti in questione mostrassero, in generale, più un orientamento di tipo prosociale o più orientato a sé e alla propria ristretta cerchia familiare.

È possibile osservare che la maggiore disponibilità di tempo libero orienta diversamente le famiglie: nelle famiglie con anche figli propri, gli adulti sembrano più desiderosi di impegnarsi in attività rivolte a sé e alla propria promozione culturale o ad attività sportive, mentre nelle famiglie con solo figli adottati si desidererebbe impegnarsi ulteriormente per i propri figli. Anche se siamo in presenza di piccole differenze percentuali, è possibile osservare una maggiore dinamicità sul versante delle attività personali per le famiglie "miste", e un maggior orientamento familistico per i genitori con solo figli adottati.

Se a questo confronto avviciniamo quello relativo all’impegno per gli altri, emerge una maggiore propensione al lavoro volontario per le famiglie del primo tipo. È possibile forse sostenere che le famiglie con anche figli naturali paiono più aperte verso l’esterno e disponibili a un impegno effettivo di tipo solidaristico.

Oltre all’orientamento valoriale, si è cercato di misurare anche la reale partecipazione dei genitori adottivi a gruppi/associazioni. È stato possibile osservare che complessivamente, nelle famiglie con figli naturali e adottati, si registra una maggiore partecipazione, in particolare per quanto riguarda l’impegno in gruppi di carattere sociale e volontario, religioso e professionale. Questi dati confermano ulteriormente il profilo di una famiglia più aperta verso l’esterno e più attiva nel sociale.

La seconda questione analizzata mette in evidenza di quale idea di famiglia e di quale trasmissione intergenerazionale sono portatori i diversi soggetti implicati nella vicenda adottiva. Se è vero che la possibilità di costruirsi un ruolo attivo nella società esige da parte delle giovani generazioni una capacità di prefigurarsi il proprio futuro, è altrettanto vero che questo è reso possibile dalla valorizzazione del proprio presente e dalla memoria di un passato, che in questi casi può essere particolarmente complesso e doloroso.

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Dalla ricerca condotta emerge un’idea di famiglia riconducibile alle seguenti verbalizzazioni: la famiglia è definita dall’essere un «insieme di persone unite dall’affetto e dall’amore» (60,5%). La famiglia rappresenta «uno stimolo concreto per la maturazione della persona» (85,4%) e «per dare senso alla vita» (75,5%). La famiglia è «una sfera privata con funzioni sociali che lo Stato deve sostenere il più possibile» (60,2%). Il numero ideale di figli è di due nel 48,7% e di tre nel 40,6%.

Appare quindi da questi orientamenti una concezione di famiglia decisamente "moderna" fondata sull’amore, cruciale per la crescita della personalità adulta e con una riconosciuta funzione sociale che l’organizzazione dello Stato deve sostenere il più possibile.

Questa visione della famiglia come un soggetto con una propria autonomia, che va salvaguardata e tutelata, appare particolarmente presente nelle famiglie che hanno fatto un’adozione in presenza di figli propri.

Inoltre, per quanto riguarda la definizione di famiglia emerge una visione decisamente più centrata sull’amore, da parte delle madri, mentre i padri identificano una visione più istituzionale della famiglia, considerandola "il pilastro della società".

La famiglia viene anche intesa dai genitori adottivi come il luogo della stabilizzazione della personalità adulta, con una soggettività sociale significativa.

È possibile quindi affermare che sebbene, per certi aspetti, le mediazioni familiari diminuiscano o vadano perdute, sotto altri aspetti e in altri ambiti le mediazioni aumentano o ne sorgono di nuove.

Nel complesso anche da questi dati emerge che la rilevanza della famiglia nella società continua a esistere e accresce, sia nei comportamenti di fatto sia nelle esigenze di legittimazione culturale e politica.

In particolare, l’idea che assumiamo da Donati (1993), secondo cui l’esigenza di una nuova legittimazione della rilevanza sociale della famiglia si esprima oggi nella funzione di mediazione che la famiglia è in grado di attuare tra l’individuo e la società, è indagata nella presente ricerca attraverso tre coordinate tra loro complementari: la relazione della famiglia con l’esterno, cioè l’apertura/chiusura dei propri confini; la dimensione interna relativa alla qualità dei legami e all’eredità ricevuta dalla generazione precedente; la percezione delle funzioni svolte nei confronti dei propri membri, in riferimento alle differenze di genere.

La gestione dei confini

La famiglia oggi si trova sottoposta a una serie di pressioni esogene ed endogene, che la costringono continuamente a ridefinire i propri confini; pressioni legate sia a un incombente predominio del mondo esterno, che attraverso i media arriva con forza dentro la famiglia (Cigoli, 1997), sia alle esigenze dei singoli componenti del nucleo familiare, che sono di fatto continuamente "dentro" e "fuori" la famiglia.

Con il concetto di "spostamento dei confini" tra lo spazio interno ed esterno della famiglia si intende il modificarsi della valutazione – nelle rappresentazioni collettive prevalenti – di ciò che, in precedenza, era ritenuto appartenere a una sfera di relazioni anziché a un’altra. Tale mutamento si è prodotto in seguito a due movimenti di segno contrario: la progressiva pubblicizzazione della famiglia sotto forma di crescente regolazione da parte dello Stato e la crescente privatizzazione dei comportamenti familiari che tendono a diventare sempre più individuali e soggettivi.

Questi due processi di pubblicizzazione e di privatizzazione vanno a toccare i "confini" della famiglia nel senso che ridefiniscono in concreto i compiti, le funzioni, le responsabilità che le famiglie sono legittimate ad assumersi.

La famiglia quindi si muove tra due poli: il pubblico e il privato, ma al tempo stesso produce relazione e collegamento tra queste due sfere. L’esito è una maggiore autonomia delle famiglie, nel senso che oggi le relazioni familiari sono regolate da criteri normativi propri, non mutuabili da altre sfere della vita, ma l’autonomia (autopoiesi) è relativa, cioè aperta a nuovi scambi con l’esterno (Donati, 1989). Infatti, come il soggetto misura il suo successo e il suo fallimento in base alla capacità o meno di gestire le relazioni interpersonali, così è ipotizzabile che la famiglia realizzi diversi equilibri tra apertura e chiusura dei propri confini, in base alle richieste dei propri membri, funzionali a fronteggiare un particolare evento familiare.

Questo spostamento tra la sfera privata e la sfera pubblica è cruciale nel percorso adottivo. Infatti se la scelta adottiva non può che essere squisitamente interna alla sfera familiare, la sua esplicitazione sia nei modi che nei tempi è totalmente esterna alla famiglia e fa riferimento a un livello istituzionale che la famiglia non può modificare.

Nel caso dell’adozione potremmo ipotizzare che le famiglie siano indotte a mettere in atto una strategia combinatoria di movimenti di apertura e chiusura dei propri confini per coniugare, con un buon equilibrio, dinamiche di valorizzazione della cultura familiare interna e dialogo e apertura alle richieste dell’esterno.

Ciò che si evidenzia è la complessità della dinamica familiare, che da un lato deve necessariamente essere in grado di "tenere" il fronte interno, sia in relazione con i propri figli (laddove siano presenti) sia con i propri genitori, chiamati a dare un assenso e, dall’altro, deve attivare scambi significativi con le istituzioni esterne. Tali scambi devono risultare "convincenti", perché sarà esattamente su questo che gli operatori e i giudici misureranno la possibilità di proseguire nell’iter intrapreso (riconoscimento di idoneità).

Inoltre, l’apertura dei confini familiari, nel caso dell’adozione internazionale, spesso arriva fino alla progettazione di un viaggio nel Paese di origine del minore (come risulta da quasi tutti i genitori intervistati).

Il tema del rapporto tra le generazioni si definisce oggi in termini ambivalenti: con Donati (1995) è possibile sostenere che sta emergendo un «intreccio generazionale, assolutamente inedito nella storia, che nasconde una vera e propria morfogenesi della famiglia come relazione inter-generazionale... Questa rivoluzione non è ancora stata analizzata in modo adeguato. Al momento attuale non può nemmeno essere detta, perché non possediamo un linguaggio con cui esprimerla».

Papà soddisfatti

Ciò che si evidenzia sul piano empirico è però una maggiore capacità di intesa tra le generazioni, un generale basso livello di conflitto, una dichiarata soddisfazione per i rapporti familiari. I genitori adottivi evidenziano come gli scambi tra le generazioni avvengano seguendo percorsi spesso inediti, in un alternarsi di aspettative reciproche che segnano il legame e vanno a costituire anche degli sbilanciamenti tra le generazioni.

Rispetto alle generazioni precedenti ciò che emerge da parte dei figli adolescenti è una sostanziale valorizzazione del legame che queste rappresentano tra passato e futuro.

Esiste più di un terzo dei giovani intervistati che considera i nonni come rappresentanti di una cultura completamente sorpassata. Questo dato può essere particolarmente significativo perché il non accesso ai nonni può comportare un più difficile radicamento nella propria famiglia adottiva, evidenziando una frattura tra le generazioni.

Complessivamente il livello di soddisfazione nella relazione tra le generazioni appare elevato: sia i genitori che i figli hanno espresso un buon livello di soddisfazione nei rapporti genitori/figli; sono soprattutto i padri a dirsi «molto soddisfatti» dei figli, anche se è con la madre che i figli mostrano maggiore soddisfazione.

Ruoli complementari

All’interno della coppia adottiva, il ruolo materno e paterno tende ad assumere delle caratteristiche peculiari, per certi versi differenti da quello delle altre famiglie.

Ma cosa avviene sul piano della divisione dei compiti all’interno della famiglia? Due sono i livelli che sono stati esplorati: il primo riguarda il ruolo di padre e madre nel percorso adottivo, e il secondo la suddivisione dei compiti nella gestione della vita domestica. Per quanto concerne il ruolo va osservato che la genesi dell’idea di adozione è in prevalenza femminile (4), ma nel momento in cui l’evento diventa concreto assistiamo a una notevole mobilitazione anche del padre, che, come la moglie o insieme a essa, si reca nel Paese di origine del minore, comunica al ragazzo che è stato adottato, partecipa in egual misura al gruppo delle famiglie adottive.

Per quanto riguarda il funzionamento di coppia, i coniugi paiono inclini a una rilevante "contrattazione" sui diversi compiti da svolgere per la vita familiare, a indicare che, nonostante si tratti di famiglie con un discreto numero di anni di matrimonio, la divisione delle funzioni all’interno della vita quotidiana non è mai data per scontata.

Nelle famiglie intervistate emerge che la risorsa per eccellenza nel cementare l’unione tra i coniugi è l’amore, seguito dalla stima e della fiducia reciproca.

Uomini e donne paiono abbastanza concordi su questo punto, mentre qualche maggiore incertezza si registra nell’indicare cos’è l’aspetto più minaccioso per l’unità della coppia: le donne sostengono ancora la mancanza d’amore, mentre gli uomini mettono al primo posto la mancanza di fiducia.

È ormai un dato noto che le generazioni, rispetto al passato, si siano per certi versi ravvicinate e che i livelli espliciti di conflitto si siano decisamente ridotti.

A riconferma di questo orientamento generale, un’indagine condotta da Eurisko (Calvi-Parisietti, Lucchini, 1997) ha messo in evidenza una caratteristica tipica dell’attuale generazione di adolescenti, che può essere definita come "stato di non belligeranza" con il mondo adulto.

Ma questa situazione di "pace" non sarebbe da intendersi come la totale assenza di elementi di distanza e di frizione tra le generazioni, quanto piuttosto come una strategia di spostamento del conflitto in altri ambiti che non sono più la famiglia.

Secondo i ricercatori, essa deriverebbe da una netta separazione tra gli ambiti "diurno-notturno" (5). Infatti, le ricerche empiriche condotte tendono a evidenziare come l’esplorazione del quotidiano non riservi grandi sorprese/diversità (6), ma mostrano «giovani tranquilli, integrati, spesso studiosi e rispettosi di regole, normali, tanto da far parlare gli specialisti di fine dell’adolescenza come ricerca dell’identità individuale e di omologazione incondizionata al mondo adulto» (Calvi-Parisietti, Lucchini, 1997).

Anche nella ricerca che abbiamo condotto emerge una sostanziale vicinanza tra figli adottivi e genitori, per certi versi ancora più elevata di quanto non avvenga nelle famiglie con figli naturali (Carrà, Marta, 1995).

Dall’analisi dei dati è possibile ricostruire i valori di riferimento dei genitori adottivi e dei loro figli. Se proviamo ad analizzare i comportamenti ritenuti "sempre non ammissibili" relativamente alle diverse sfere individuate emergono le seguenti caratteristiche: sostanziale omogeneità di vedute tra padre, madre e figli, che documenta una notevole vicinanza tra le generazioni rispetto ai valori di riferimento. Vicinanza che non era rilevata con la generazione precedente, quella dei nonni (Bramanti, 1991).

Più intransigenza degli uomini rispetto alle donne, soprattutto per quanto riguarda i comportamenti relativi alla sfera pubblica e a quella personale, con l’unica eccezione della lealtà nei confronti del fisco.

Correlazione inversa tra l’orientamento dei padri e quello dei figli (in particolare dove il padre è più intransigente, la madre lo è un po’ meno e i figli ancora meno; al contrario dove il padre è più permissivo, la madre è più intransigente e i figli ancora di più). Atteggiamento più permissivo dei figli rispetto ai propri padri, e comunque emerge sempre una maggior distanza tra i figli e il padre rispetto alla madre. Maggiore intransigenza dei figli rispetto ai loro genitori solamente in relazione all’aborto. Questo dato, pur nella sua fragilità, conferma una sostanziale de-ideologizzazione del tema dell’aborto e forse anche una distanza dal problema.

Vignetta

Rilevanza dei rapporti

È possibile a questo punto identificare alcuni tratti distintivi della concezione di famiglia di cui sono portatrici le famiglie adottive.

Sono famiglie che mostrano di credere nel valore "famiglia", hanno un buon rapporto con la generazione precedente, da cui hanno ricevuto tradizioni, buone abitudini, valori. Tuttavia ritengono di dare ai propri figli più di quanto pensano di aver ricevuto. Dal punto di vista della relazione di coppia, relazione che la scelta adottiva ha certamente "messo alla prova", indicano nell’"amore" e "nella fiducia reciproca" gli elementi cruciali per l’unione.

Inoltre le relazioni intergenerazionali mostrano un buon livello di soddisfazione, soprattutto per quanto riguarda la relazione genitori/figli, mentre evidenziano qualche aspetto più problematico nella linea ascendente con la generazione dei nonni.

Complessivamente è possibile affermare che i dati della ricerca pongono in evidenza la rilevanza delle relazioni familiari nell’elaborazione dei progetti futuri da parte degli adolescenti adottati (7), relazioni che non si limitano a essere genericamente «buone relazioni», ma scambi intergenerazionali, in grado cioè di inserire il figlio adolescente in una storia familiare in cui il passato possa essere ricompreso in un presente, in grado di progettare il futuro.

Non si può non evidenziare che i genitori si trovano spesso in una condizione di esitazione e di incertezza che spesso collude con la fatica dei più grandi (giovani-adulti) a compiere il passo decisivo verso la riduzione della complessità e la definizione di un proprio percorso reale tra i tanti possibili.

Per il figlio adottato, l’essere inserito in una famiglia con altri figli naturali pare rappresentare una garanzia in più perché si possa prefigurare un distacco.

Donatella Bramanti


NOTE

1 La ricerca è stata pubblicata nel volume di D. Bramanti, R. Rosnati, Il patto adottivo, Angeli, Milano 1998. (torna al testo)

2 Dai dati di carattere strutturale è possibile ricostruire un primo identikit delle famiglie adottive oggetto della ricerca, con particolare riferimento alla struttura morfogenetica e allo status socio-economico. Le famiglie considerate (230 in totale) sono nella stragrande maggioranza (93%) coppie coniugate con un’ampiezza media di 3,8 membri (stima per difetto) per nucleo. Il 70% circa ha figli solo adottati e il restante 30% ha figli sia naturali che adottati; inoltre, a fronte di un 41% di famiglie con figlio unico, ci troviamo in presenza di una percentuale significativa di coppie che hanno due (36,1%) o più figli (22,9%). (torna al testo)

3 Questa condizione non è esente da rischi, soprattutto per chi si trova nella posizione di figlio. Infatti, ricorda Godbout, «oggi un figlio è in un rap-porto di dono quasi unilaterale per più di vent’anni» (1993). (torna al testo)

4 Questa particolare propensione della donna ad "aprire i confini" della propria famiglia è emersa anche in una ricerca condotta sulle coppie affidatarie (Bramanti, 1991), in cui sono soprattutto le mogli (nel 74,8%) a mobilitarsi per prime. (torna al testo)

5 "Notturno" perché in gran parte si svolge di notte, e comunque invisibile e relegato a momenti esclusivi. (torna al testo)

6 Come avveniva invece una volta quando i gruppi di adolescenti si evidenziavano per comportamenti diversi e dichiaratamente in opposizione al mondo adulto. (torna al testo)

7 In questo si conferma un orientamento già emerso nella ricerca su adolescenti figli naturali (Rosnati, 1995). (torna al testo)

 

BIBLIOGRAFIA

  1. Alloero L., Pavone M., Rosati A., Siamo tutti figli adottivi, Rosemberg & Sellier, Torino 1991.
  2. Bramanti D., Le famiglie accoglienti, Franco Angeli, Milano 1991.
  3. Bramanti D., Regalia C., Cura familiare, in E. Scabini, P. Donati (a cura di), Nuovo lessico familiare, in "Studi interdisciplinari sulla famiglia", n. 14, Vita e Pensiero, Milano 1995.
  4. Calvi Parisietti G., Lucchini M., Le differenze di genere presso i bambini e i giovani. Dalle ricerche campionarie nazionali realizzate da Eurisko, in P. Donati (a cura di), Uomo e donna in famiglia. Quinto rapporto sulla famiglia in Italia, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 1997.
  5. Carrà E., Marta E., Relazioni familiari e adolescenza, Franco Angeli, Milano 1995.
  6. Cigoli V., Carminati G., L’ospite e l’invasore, Eri, ed. Rai, Milano 1997.
  7. Derrida J., Donare il tempo. La moneta falsa, Cortina, Milano 1996.
  8. Donati P., La famiglia come relazione sociale, Franco Angeli, Milano 1989.
  9. Donati P. (a cura di), Terzo rapporto sulla famiglia in Italia, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 1993.
  10. Donati P. (a cura di), Quarto rapporto sulla famiglia in Italia, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 1995.
  11. Godbout J.T., Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1993.
  12. Greco O., Iafrate R., Tra i meandri dell’affido. Un percorso di ricerca. "Quaderni del Centro Famiglia", n. 16, Vita e Pensiero, Milano 1993.
  13. Rosnati R., Adolescenti e aspettative per il futuro: una prospettiva familiare, inE. Carrà, E. Marta, Relazioni familiari e adolescenza, Franco Angeli, Milano 1995.
  14. Scabini E., Psicologia sociale della famiglia, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

   

DIFFERENZE DOVUTE
ALLO "STATUS" FAMILIARE

Se confrontiamo i dati della ricerca secondo le discriminanti di status, emergono le seguenti differenze. I genitori di status basso pensano d’avere ricevuto, in misura decisamente elevata, dai propri genitori, soprattutto le «tradizioni e le buone abitudini», in seconda battuta «i valori, gli insegnamenti, i principi»; inoltre un gruppo consistente (36% circa) dichiara d’avere ricevuto elementi utili per «l’inserimento nel lavoro»; in misura minore, pensano d’avere beneficiato del «patrimonio economico» e di beni materiali in genere.

A loro volta ritengono di dare ai propri figli, in misura elevata, soprattutto "valori e principi" e "cultura e istruzione"; inoltre sono convinti di dare mediamente di più di quanto abbiano ricevuto dai propri genitori.

I genitori di status medio ritengono in prevalenza d’avere ricevuto «i valori, gli insegnamenti e i principi» e, oltre alle tradizioni, compaiono in un gruppo significativo i «ricordi di infanzia». A loro volta pensano di dare ai propri figli soprattutto «valori, tradizione e cultura».

I genitori di status alto, oltre che "valori, tradizione e cultura", paiono indicare in misura maggiore, rispetto agli altri, elementi che li mettono in relazione con la propria storia familiare e la propria infanzia. Rispetto ai propri figli essi si sentono impegnati soprattutto a offrire loro «valori, cultura, tradizioni».

Gli scambi quindi tra le generazioni non avvengono alla "pari", vi sono differenze in ciò che si ritiene d’avere ricevuto e in ciò in cui i genitori si sentono impegnati a offrire ai propri figli ed è evidente uno sbilanciamento tra ciò che si pensa d’avere ricevuto e ciò che si crede di dare.

Emerge la percezione della distanza tra la generazione presente e quella passata. Infatti si evidenzia come nella famiglia dei propri genitori fosse più faticoso un dialogo diretto e meno presente la capacità di dare voce ai più giovani (eccezionale in oltre il 20% delle situazioni) e di riconoscere i propri torti (oltre il 40%). In questo caso lo scarto tra le famiglie di ieri e quelle di oggi appare significativamente rilevante.

Va anche ricordato che gli scambi con la generazione dei genitori anziani sono presenti sul terreno dell’educazione dei figli. Infatti il 42,9% dei padri e il 58,0% delle madri dichiarano che i nonni si occupano dei figli in loro assenza e il 33,2% delle madri li considera un punto di riferimento a cui chiedere un parere quando ci sono difficoltà.

d.b.

   

I PRINCIPALI VALORI

Fra i valori considerati molto importanti, i figli adottivi indicano ai primi posti l’onestà, la famiglia, gli amici.

Nel confronto con un gruppo di adolescenti di una ricerca condotta a Milano (Carrà, Marta, 1995) emergono differenze interessanti: infatti i loro coetanei non adottati indicano al primo posto gli amici e la ragazza e solo al terzo posto la famiglia. Questi spostamenti di percentuale, seppur minimi, rivelano come il gruppo degli adottati si mostri più "conformista", allineato su valori tradizionali, e forse evidenzi qualche difficoltà sul versante delle relazioni amicali e affettive.

Nonostante le differenze individuate rispetto al gruppo di controllo (gli adolescenti non adottati), il valore dell’amicizia resta comunque centrale anche per questi ragazzi, infatti l’85,7% afferma che «è importante avere amici su cui contare», il 51,9% del totale afferma di avere tanti amici e circa il 50% dichiara di essere molto soddisfatto delle amicizie. Gli amici veri sono quelli che aiutano ad affrontare i problemi, ma c’è anche chi dichiara che «al giorno d’oggi è difficile trovare amici su cui contare».

d.b.

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