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DOSSIER - CRISI DELLA FIGURA PATERNA

VERSO UNA SOCIETÀ
SENZA PADRI?
     

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1999 - Home Page

I pareri non sono concordi ma da più parti si ritiene che da qualche decennio i padri siano in difficoltà a collocarsi all’interno della propria famiglia grazie anche all’emancipazione della loro partner. La madre, infatti, rimane il riferimento conclamato, si prende cura dei figli, affronta l’impegno del doppio lavoro e, spesso, deve supplire la risicata presenza paterna. Ma ciò non è sufficiente a colmare il bisogno di padre che i figli adolescenti avvertono. L’analisi proposta è lucida e comprensibile. Ma lascia l’amaro in bocca perché conduce alla conclusione che rimane ancora molto da fare per riportare all’interno delle mura domestiche colui che ne è parte integrante.

PERICOLI E TUTELE PER I MINORI

FIGLI SENZA PADRE

di FRANCESCA ICHINO PELLIZZI
(avvocato, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Milano)

Oggi sono in molti, giornalisti compresi, a parlare della scottante tematica: "Una società senza padri" dal punto di vista sociologico, di costume, e per formulare delle ipotesi su di un possibile "padre inutile" anche sul versante puramente biologico della procreazione. Io ne parlo da avvocato che ha operato per trent’anni nel sociale, a fianco e al servizio del Tribunale per i minorenni. Cioè, non tanto io devo indicarvi delle ipotesi sul futuro, quanto cercare di darvi dei dati sul presente, cioè sulla realtà esistente per quanto riguarda gli effetti sui figli della mancanza del padre e sui possibili rimedi. In sostanza vi parlerò dei figli delle famiglie monoparentali derivanti da separazione e divorzio, degli orfani per la morte del padre e dei figli di ragazza-madre, o single, come si dice adesso. Non vi parlerò invece in nessun modo dei rapporti del figlio con un eventuale cattivo padre, argomento questo che ci porterebbe ben lontano dal nostro tema: qui si parla del normale rapporto con un normalmente buon padre. E anche vorrei partire da alcune notizie che ci aiutino a capire come e perché si sia arrivati alla situazione attuale.

Per quanto mi risulta, nella letteratura psico-sociale del nostro tempo, la prima formulazione (quasi profetica) del Verso una società senza padre è del 1963, con il libro dello psico-sociologo tedesco Mitscherlich pubblicato da Feltrinelli dieci anni dopo in italiano, che mi sembra abbia aperto la strada a una amplissima serie di interessanti studi di epoca pre e post-sessantottina. Più o meno comune a tutti è la convinzione che stia scomparendo la concezione patriarcale e tradizionale del padre ed è comune anche la censura all’etica autoritaria che educa i figli soprattutto all’obbedienza, alla sottomissione, al conformismo, in un clima di "distanza affettiva" tra padri e figli. Tutti concordano nel dire che quell’epoca è totalmente tramontata e che è ben difficile che possa mai più rinascere; tuttavia non è chiaro ancora che cosa si stia sostituendo a quel tipo di rapporto padre-figli, che ha dominato pressoché dovunque per qualche secolo. Sembra che all’origine dell’incapacità o della paura di diventare adulti, che affligge molti ragazzi oggi e sta alla base di comportamenti devianti, ci sia spesso un difficile o irrisolto rapporto col padre. È il padre che dovrebbe aiutare il figlio a formare il proprio carattere, a concepire un corretto progetto di vita, a stimolarlo nel difficile processo di separazione dalla madre, che segna la fine dell’infanzia.

Se la "voglia di padre", tipica di ogni ragazzo, come dice Gustavo Pietropolli Charmet (1), ossia il forte bisogno di rapportarsi alla figura paterna, non viene soddisfatto, le conseguenze possono essere anche molto gravi: l’abbandono della scuola, l’apatia, l’anoressia, l’alcolismo, la droga, la delinquenza, il bullismo.

La formulazione "Società senza padri" è provocatoria, ma indicatrice di una tendenza attuale e sottolinea una reale assenza del padre. Il rapporto padre-figli è ed è stato sempre un problema dovunque: gli studi antropologici di Malinowsky del 1930 sulle popolazioni primitive della Melanesia e quelli di altri autori su alcuni usi e costumi africani ci dicono che in molte società tradizionali o primitive la paternità, anziché essere contestata, viene diluita o suddivisa in paternità biologica, sociologica e affettiva con compiti differenti attribuiti a persone diverse.

Del resto, anche nell’antica Roma c’era la figura del pater familias, che era quella giuridica del padre che trasmetteva il cognome della sua gens con diritto di vita e di morte sul figlio (come sullo schiavo: il famoso jus vitae necisque), e la figura dell’avunculus, ossia lo zio materno, quello che nel Medioevo diventa "il barba"; figura affettuosa e venerabile, che il figlio non chiama "padre" ma "papà". Vi segnalo questo interessante "decentramento dell’affettività" perché stemperava o aggirava il "complesso edipico" assai prima che ne parlasse Sigmund Freud, riducendo le ben note tensioni (amore-odio) e gli antagonismi sempre latenti tra padre e figlio.

Metto lì queste molto schematiche notizie solo perché ci servano fra breve a capire quali possono essere ancor oggi i rimedi all’assenza del padre e quali siano "in natura" le differenze tra la funzione paterna e quella materna nei riguardi della prole. Dovremo, così, elaborare questo dato difficile da accettare e cioè che mentre la funzione materna è ben chiara in natura (gravidanza, allattamento, intimità corporale, accudimento, pulizia e benessere fisico del bimbo, eccetera), la funzione paterna o paternità è, come è stato detto, un’invenzione sociale o meglio un fatto culturale, diverso, come abbiamo visto, nelle varie epoche e in contesti antropologici e sociali diversi.

Il senso paterno

Ci sono, è vero, dei dati biologici come la tanto maggiore forza fisica del maschio, che si presuppone preordinata a un atteggiamento di protezione e di difesa nei confronti della femmina e dei piccoli; e c’è, a mio avviso, un discorso a favore della monogamia che ci dice che, come in alcune coppie di uccelli il maschio e la femmina stanno insieme finché il loro piccolo abbia imparato a volare, così la coppia umana è predisposta a stare unita finché il più piccolo dei suoi figli diventi autosufficiente (25-30 anni, cioè una vita!).

Ma questo non basta, perché non c’è nulla nell’uomo di preordinato ai fini della proliferazione che richiami ciò che avviene in certe specie di animali, per esempio certi pesci, ove entrambi i sessi provvedono insieme alla preparazione del nido e all’allevamento della prole; dove il maschio, dopo l’accoppiamento, raccoglie in bocca le minuscole uova trasparenti, che la femmina sparge nell’acqua e le depone delicatamente nel nido, altrimenti andrebbero disperse. O fra i primati, le bertucce, per esempio, ove il comportamento paterno dei maschi è fortemente predeterminato nel periodo delle nascite, quando le femmine sono impegnate a partorire e i maschi adulti proteggono i piccoli già grandicelli con la stessa cura con cui lo farebbero le madri: se li attaccano ai fianchi, camminano assieme, oppure siedono vicino ai piccoli e fanno loro una specie di toeletta. Vorrei dire che per l’uomo il senso e il comportamento paterno sono più volontaristici, più autocoscienti che nella donna o negli animali, perché determinati da fattori razionali più che fisiologici e perciò più meritori

La scarsità dei dati

Sarebbe importante avere statistiche quantitative sul numero dei figli senza padre in Italia oggi (senza padre perché orfani, o figli di separati o divorziati, o figli di ragazze madri) e sugli effetti della mancanza del padre sulla riuscita dei figli, valutata in termini di autosufficienza nel lavoro, di normalità nel matrimonio, nella procreazione.

In Italia si fanno molte ricerche qualitative e ideologiche, ma poche quantitative sui numeri, anche perché i dati numerici vengono poco raccolti e poco studiati. Ricordo di aver avuto un vero shock parecchi anni fa (una ventina forse) al Consiglio d’Europa a Strasburgo, dove sui problemi della famiglia c’erano tabelloni con ricerche numeriche di tutto il mondo civile, mentre alle voci "Italia" e "Grecia" c’erano solo due trattini indicanti il nulla.

Speriamo che le cose siano un po’ cambiate ma non ne sono sicura, perché vedo che ancora oggi, delle studiose come Daniela Del Boca e Chiara Saraceno, affrontando questi argomenti, devono per lo più utilizzare dati stranieri tipo Banca dati di Corti giudiziarie del Wisconsin o dati canadesi. E dobbiamo rassegnarci a quelli; perché purtroppo anche in materia di vita familiare, in cui noi italiani avremmo qualcosa da insegnare agli altri, stiamo slittando noi verso i modelli Usa e così, come avvenne trent’anni fa per la droga, nel giro di dieci o quindici anni ci troveremo allineati a loro in tutto e per tutto, anche per quel che riguarda il divorzio, con le conseguenti problematiche familiari.

Dice la Del Boca (2), docente e ricercatrice del Dipartimento di economia dell’Università di Torino e dell’Università Wisconsin-Madison: «Ogni anno, negli Stati Uniti, si registrano due milioni di matrimoni e un milione di divorzi (cioè un matrimonio su due si scioglie!). Negli ultimi quarant’anni la percentuale di donne divorziate è cresciuta di sette volte, dall’1,6% al 7,6%.

La crescita del numero dei divorzi è uno dei fenomeni sociali e demografici più significativi degli ultimi decenni. Attualmente, un bambino su cinque vive solo con la madre, che per lo più lavora fuori casa per campare e per mantenerlo». Teniamo presente (e forse questo è l’unico dato italiano pacifico e sicuro) che quando diciamo separazione o divorzio in Italia, questo significa 92% di figli affidati dai giudici alla sola madre, e quindi praticamente figli senza padre, e solamente 6,4% dei figli affidati al padre, soprattutto se adolescenti. Risulta dalle ricerche che il fenomeno più impressionantemente universale sia quello del mancato o irregolare pagamento dell’assegno del padre per il mantenimento dei figli.

Uno studio dell’Osservatorio europeo (Ocse) dell’80 rilevava che in tutti i Paesi sviluppati, in media un terzo dei padri a tre anni dalla fine del matrimonio non pagava più l’assegno stabilito dal giudice.

La ricerca di Marzio Barbagli e Chiara Sarceno, Separarsi in Italia (il Mulino, 1998), dice che dopo due anni dalla fine del matrimonio, il 14% dei padri non paga più l’assegno dovuto e il 15% lo paga solo irregolarmente.

La sparuta minoranza

Non si inalberino gli amici dell’Associazione "Padri separati" che hanno dato un bel contributo per una ridefinizione del rapporto padri-figli dopo la rottura del matrimonio, in un libro intitolato "Papà è bello!" che rivendica il diritto-dovere della paternità.

Essi sono, purtroppo, una minoranza encomiabile, ma privilegiata per censo e per cultura che segna una ammirevole controtendenza rispetto alla fuga dalle responsabilità paterne, che per ora è più generale. I padri che abbandonano il ruolo paterno dopo la separazione sono quelli che provengono da categorie meno acculturate e più economicamente modeste; famiglie in cui la divisione dei ruoli fra mariti e mogli è più tradizionale, come quelle del nostro Meridione.

Le ricerche effettuate in Paesi a più alta instabilità coniugale del nostro concordano nel segnalare che un 25-30% dei padri abbandona non solo l’abitudine di pagare l’assegno mensile, ma addirittura quasi ogni contatto coi figli a pochi anni dalla separazione-divorzio; e che questa percentuale sale nel corso degli anni fino a raggiungere un 70% di padri che non vede mai o quasi mai i propri figli.

Questa tragica rottura di rapporti tra padri e figli coinvolge, in quei Paesi, un bambino su quattro. Da noi, per ora, un po’ meno, ma chi ha figli ancora in età scolare sa per esperienza diretta quanti figli di genitori separati ci siano nella classe dei propri.

Il dato che emerge da tutte queste ricerche è che la percentuale degli abbandoni aumenta man mano che gli ex coniugi ricostituiscono un nuovo rapporto di coppia e c’è un invito abbastanza frequente agli ex coniugi, maschi o femmine che siano, perché questo non accada e perché essi imparino a fare i genitori anche al di fuori di un rapporto di convivenza, cioè anche senza il contesto del rapporto quotidiano. Il fatto è che i padri dicono (3) che non è facile trovare, diciamo così "in natura", un esercizio della paternità da poter assumere come modello di riferimento: casomai, il più delle volte, si riesce a cogliere il come non bisogna comportarsi; ma quali siano gli elementi specifici di una paternità diversa o nuova, ancora risulta difficile da definire. Il nuovo padre, tollerante, aperto al dialogo, non più autoritario ma autorevole, deve ancora definire meglio il suo profilo e affermare la sua presenza. Questo mi sembra confermi ciò che dicevamo all’inizio, cioè che la paternità è un dato culturale, un’invenzione sociale delicata e importante nella quale dobbiamo impegnarci tutti con energia e fantasia.

È da ricordare, come abbiamo detto, che non solo separazione e divorzio possono essere le cause di perdita del padre, ma c’è anche la perdita fisica del padre per la morte di lui. Una recentissima ricerca canadese, che misura la riuscita dei figli senza padri in termini di successo o insuccesso nel mercato del lavoro, nel corso dell’istruzione universitaria, nella misura del ricorso all’Assistenza sociale (o welfare), nel comportamento nel matrimonio e nella procreazione (attenzione: avere figli prima dei 21 anni è giustamente considerato un insuccesso!), la ricerca canadese, dicevo, conclude confermando il dato dell’impoverimento dei nuclei monoparentali governati dalle madri, qualunque sia la causa della loro solitudine: esogena, cioè dovuta alla morte del padre, o endogena cioè dovuta a separazione o divorzio. Solo nella cosiddetta "riuscita" dei figli si registra qualche piccolo vantaggio nei nuclei monoparentali per causa esogena, cioè la morte piuttosto che l’odio e la rissa tra i genitori.

Un solo genitore

Ci sono i figli senza padre per scelta programmatica della madre; quelli che nascono da una generazione di donne trenta-quarantenni, che proclamano, alla Jodie Foster: «Il figlio me lo faccio da sola!» o: «Ciao, maschio, il figlio è solo mio!». Così anche la nota cantante Madonna e molte altre. Sono i titoli dei nostri rotocalchi. Non più donne vittime dei maschi, ma donne che hanno deciso di fare a meno dei maschi e che, però, vogliono un figlio. E qui sta, a mio avviso, la loro "barbarie" nei riguardi di quel figlio, se non gli consentiranno qualche figura paterna sostitutiva in cui identificarsi e rispecchiarsi.

Il mondo cambia, e mi va benissimo: non c’è più la gogna per le ragazze madri, e ringraziamone Dio!; in Europa i genitori single sono il 14% e, di questi, l’85% sono donne; e va bene; in Italia sono l’11% e meno male, data la penuria di bambini, che infatti non nascono; ha ragione lo psicologo Fulvio Scaparro (4) a dire: «La famiglia monogenitoriale non è una famiglia di serie B, o peggio una "non-famiglia"; può anche funzionare benissimo, ma da qui a considerare il padre un "lusso inutile e superfluo" ce ne corre!».

E Gustavo Pietropolli (5) conia un termine espressivo: «C’è, dice, un’intelligenza della specie a servizio della sopravvivenza che va attivata proprio per far fronte a tutti questi cambiamenti che vengono chiamati "epocali"». È dalla fine della seconda Guerra mondiale alla rivoluzione culturale degli anni Sessanta che si è maturata la crisi e il ripudio del ruolo paterno tradizionale (quello che Freud aveva descritto come del "padre edipico" autoritario, normativo), secondo il compito che gli affidava la cultura del suo tempo. Ed è spettato alla generazione degli attuali genitori (cioè i miei figli) il non facile compito di scoprire e sperimentare modi nuovi e diversi di essere padri.

Quello che, per ora, ne è nato è o il padre assente, come è sempre esistito, quello che lavora sempre, è sempre via, è solo una presenza simbolica, però oggi amichevole e non autoritaria; o il padre materno o maternalizzato, come molti psicologi lo chiamano, che ha abbandonato l’atteggiamento etico, autoritario e normativo ed è convinto che suo compito peculiare sia la capacità di condividere giuochi, sport, vacanze, viaggi, regalando ai figli presenza e sostegno. Un po’ dimenticata è la vocazione a trasmettere valori e principi, vocazione che viene raccolta spesso dalla madre, anche lei un po’ cambiata rispetto a un tempo e più acculturata e paternalizzata. Questa maggiore parità e reciprocità tra i sessi è certamente un buon traguardo che la nostra società ha raggiunto.

Di fatto, il bambino ha bisogno di entrambi i genitori, altrimenti i risultati possono essere di tipo depressivo come l’insicurezza, lo scoraggiamento, la vulnerabilità, o di tipo aggressivo, come la tendenza antisociale, addirittura la delinquenza.

L’educazione dei figli

Ricordo, quando ero componente privato in Tribunale per i minorenni, di aver constatato, da statistiche interne, che il 60% dei ragazzi devianti che arrivavano in Tribunale per i minorenni, con incriminazioni penali, aveva alle spalle famiglie multiproblematiche, per lo più monoparentali e perciò a guida solo materna, con evidenti gravi carenze educative. E questo vale anche oggi: altro che pubblicare articoli tipo: Genitori, educare è inutile! (Repubblica, 28 agosto ‘98). Forse questo andrà bene per gli psicologi che, nel New Jersey o nel Colorado si impegnano a documentare e proclamare queste sciocchezze; ma per l’Italia e forse per l’Europa vi do la mia parola d’onore che non è vero! L’art. 30 della Costituzione ci dice che i figli hanno diritto ad essere mantenuti, istruiti, ma soprattutto educati dai genitori; e se i genitori sono incapaci di farlo, la legge provvede a che i loro compiti siano assolti da altri. E come?

La norma 4.5.1983, n. 184, sulla Disciplina dell’adozione e dell’affidamento familiare stabilisce la competenza basilare della famiglia d’origine nell’educazione dei figli in prima istanza, ma una valida famiglia sostitutiva, in caso di incapacità della prima; una famiglia in grado di assolvere al «preminente interesse del minore» che è sostanzialmente quello all’educazione, perché il mantenimento e l’istruzione li può dare anche un buon istituto, ma l’educazione la può dare solo il mantenimento di validi e continuativi rapporti con i due genitori o con due figure simili a loro. In sostanza, il segreto è integrare, sostituire, colmare i vuoti e farlo bene, anche con buoni aiuti familiari e sociali.

Mi permetto una nota personale: i primi due dei miei undici nipotini hanno avuto la sventura di perdere il padre per una malattia terribile, a quattro e sei anni. Ora sono due splendidi ragazzi, studiano medicina lei e architettura lui; ma hanno avuto, oltre a una brava mamma, la fortuna del fiancheggiamento di due famiglie numerose, con tanti zii paterni e materni e tanti padrini di battesimo e di cresima, che hanno avuto un ruolo essenziale nella loro riuscita.

Vignetta.

Sempre genitori

Non vorrei sembrarvi ingenuamente trionfalistica: certo, nel mio lavoro, ho visto anche decine di casi desolanti, di patrigni e di conviventi della madre che insidiano le bambine della propria compagna e altre aberrazioni del genere; ma lì non c’è che da raccomandare alle madri (vedove o separate che siano) di centuplicare l’attenzione nell’unirsi ad un nuovo compagno, proprio per la responsabilità che hanno verso i figli già nati, e non prendersi in casa il primo venuto pur di non restare sole, come purtroppo, invece, spesso incoscientemente fanno.

Facciamo uno sforzo verso una civiltà più elevata ed evoluta. Se guardiamo al settore separazione-divorzio, che sicuramente produce maggior numero di figli senza padre, dobbiamo proprio acquisire una nuova mentalità.

Fra i giuristi e i sociologi ora si parla molto di plurigenitorialità ordinata, di divorzio coniugale e di divorzio genitoriale: qualunque sia l’antefatto di insulti, di offese e di sofferenze, i partners debbono imparare a non pensarsi più come ex coniugi offesi, bensì come genitori ancora impegnati alla riuscita dei propri figli: è assolutamente un dovere, un impegno di civiltà più moderna.

Non diciamo che è un traguardo impossibile: pensiamo che solo pochissimi decenni sono passati da quando l’adulterio femminile (art. 559 del Codice penale Rocco, modificato da due sentenze della Corte costituzionale nel 1968 e nel 1969), a differenza di quello maschile, era considerato un reato e un insulto intollerabile per l’uomo (pensiamo a quanto racconta il Vangelo a proposito della lapidazione dell’adultera). Stati d’animo superati nel tempo, passi avanti dell’umanità, che non devono arrestarsi.

Dobbiamo tutti impegnarci in uno sforzo di azioni, opinioni, mentalità verso la cultura della cogenitorialità, del divorzio aconflittuale, dell’affidamento congiunto, tutte bellissime cose di cui da anni leggiamo e sentiamo favoleggiare, ma che ancora vediamo troppo poco mettere in pratica. Non si tratta naturalmente di incrementare il divorzio, bensì di trasformare delle conflittualità, a volte veramente brutali e bestiali, in civili e umani tentativi di accordo per il bene dei figli.

Mediazione familiare

Tra gli strumenti più avanzati di trattamento del conflitto coniugale, volti a stimolare il buon senso e la capacità di autoregolamentazione della ex coppia, è la mediazione familiare che viene praticata da persone altamente specializzate nel campo socio-giuridico-psicologico.

La mediazione familiare è definita come un processo di cooperazione nel quale un soggetto, neutrale rispetto alle parti e ai loro legali, opera allo scopo di mantenere e potenziare le possibilità di comunicazione fino al raggiungimento di un accordo pieno sui problemi che riguardano il bene dei figli (6).

A Milano, un primo e avanzato sforzo in questo senso viene perseguito dal Gea (Genitori ancora), associazione fondata da Fulvio Scaparro e divenuta ormai una valida istituzione del comune di Milano.

Già quarant’anni orsono l’antropologa americana Margaret Mead scriveva: «Abbiamo costruito un sistema familiare fondato sulla monogamia, sulla fedeltà a vita, sulla sicura sopravvivenza di entrambi i genitori, ma non abbiamo elaborato leggi per quando al matrimonio, che viene meno, se ne sostituisce uno nuovo. Di fatto ci ritroviamo un sistema che non funziona».

Quanto aveva ragione! Viene stimato che negli Stati Uniti si formino più di 1.400 famiglie ricostituite al giorno e ci siano più di 2.000 bambini alle prese con un genitore acquisito. Nella maggior parte delle legislazioni, compresa quella italiana, alla nascita di una famiglia "ricostituita" non sono previste le responsabilità del cosiddetto "genitore sociale", cioè quello acquisito, nei confronti dei figli del coniuge. Non è ancora affrontato dal nostro Codice civile il rapporto del figlio senza padre o con padre assente, col nuovo compagno o marito della madre.

La legge olandese attribuisce al "genitore sociale" l’obbligo di mantenere il figlio del coniuge sino alla maggiore età. La legge svizzera stabilisce, nei confronti del nuovo coniuge, un dovere di assistenza nell’educazione e nel mantenimento dei figli nati da una precedente unione dell’altro coniuge.

In alcuni Paesi e a certe condizioni, il figlio, quando ciò sia nel suo interesse, può assumere il cognome del genitore acquisito e questo può assimilarlo, per esempio, a nuovi fratellini. Da noi è prevista solo l’adozione del figlio del coniuge e io ne ho viste di ottimamente riuscite.

Non me ne voglia l’Associazione "Padri separati" (per i quali auspico un largo impiego dell’affidamento congiunto) se dovranno trovarsi a condividere delle responsabilità paterne con i cosiddetti "genitori sociali". Accettino gli aiuti che può fornire la mediazione familiare; non lancino anatemi; imparino sia i nuovi sia gli ex coniugi a gestire i problemi e i conflitti della plurigenitorialità, accettando, quando è possibile ed è nell’interesse del minore, la regola della parità fra genitori biologici e genitori sociali, naturalmente in un contesto di buona fede reciproca.

Un facile affido

Per completare il quadro dei provvedimenti preziosi nella tutela dei figli senza padre vorrei spezzare una lancia in favore di uno strumento ancora troppo poco conosciuto, male utilizzato e circondato dalla pubblica diffidenza, che, invece, io amo moltissimo perché l’ho visto nascere in Italia circa trent’anni fa e ho contribuito a farlo crescere con molti anni di lavoro, sia pratico che teorico: l’affidamento familiare. Per non annoiarvi con pesanti disquisizioni, vi racconto solo un caso di affido facile, quello che tutti possono fare e che è capitato all’ultimo dei miei figli di fare.

Jonathan è un piccolo extracomunitario nato da una giovane immigrata a Milano e da un irresponsabile suo connazionale sposato con figli al suo Paese, che l’ha messa incinta (come si suol dire) e poi è rientrato in patria senza riconoscere il bambino. La ragazza l’ha allevato con le sue sole forze, lavorando come domestica.

Alle scuole elementari Jonathan ha molte difficoltà soprattutto per la lingua, e i genitori di un compagno di scuola (7), avvertiti dall’insegnante, decidono di assumere l’affido tipo "day hospital": lo vanno a prendere a scuola e lo portano a casa assieme al proprio figlio, gli fanno fare merenda assieme, fanno i compiti, giocano e a sera viene la sua mamma a prenderlo e se lo riporta a casa. Nelle vacanze, per buona parte, Jonathan vive con gli affidatari, soprattutto col padre affidatario e letteralmente "beve" tutto ciò che gli proviene da lui. A chi gli domanda come si chiami, lui pronto risponde: «Matteo Ichino», che è il nome del mio nipotino e suo compagno di scuola. Lo psicologo mi dice che questo è bisogno di appartenenza e identificazione con la famiglia affidataria (8).

Non trascuriamo i ragazzi deprivati che si aggrappano a noi, non deludiamo la loro fiducia, coltiviamo la loro sete di figure paterne o genitoriali in cui identificarsi: uno zio, un nonno, un padrino, persino un maestro di deamicisiana memoria o un istruttore sportivo possono essere figure preziose come modelli di identificazione.

Occuparci di tutto questo è importante non solo per i ragazzi che oggi soffrono per l’assenza del padre, ma anche perché quelli di oggi saranno i padri di domani e perpetueranno l’assenza del padre, se non avranno interiorizzato un valido modello di paternità. Pensiamo a certi film di Charlot, di figure simili a quelle umanissime di Charlie Chaplin, ciascuno ne ha incontrate nella sua vita e in questo sta il genio di Chaplin. Abbiamo fiducia e cerchiamole; nel mondo, oltre al male, c’è anche la generosità e il bene. Se ne sente parlare assai poco, ma c’è!

Francesca Ichino Pellizzi

     
NOTE

1 Professore ordinario di Psicologia dinamica alla Statale di Milano. (torna al testo)

2 Daniela Del Boca, da laboratorio di Economia politica "S. Cognetti De Martiis", Università di Torino, giugno 1985. (torna al testo)

3 In una ricerca recente pubblicata da Franco Angeli di Carmine Ventimiglia, Paternità in controluce. Padri raccontati che si raccontano, Milano 1996. (torna al testo)

4 Fulvio Scaparro, psicoterapeuta --docente all’Università di Milano -, fondatore dell’Associazione Gea (Genitori ancora) presso il comune di Milano, Padri-figli e altro ancora, in "Talis Pater", Ed. Rizzoli, Milano 1996. (torna al testo)

5 Gustavo Pietropolli Charmet, Elena Riva, Adolescenti in crisi. Genitori in difficoltà, Ed. F. Angeli, Milano 1994. (torna al testo)

6 V. Pocar, P. Ronfani, La famiglia e il diritto, Ed. Laterza, febbraio 1998. (torna al testo)

7 Un mio nipotino. (torna al testo)

8 Dai colloqui con Francesca Mazzucchelli - psicoterapeuta dell’adolescenza e Giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Milano. (torna al testo)

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