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INCONTRI - VOCI DI MADRI CORAGGIO E FIGLI VENUTI DA LONTANO

Una strada tutta in salita

di Cristina Beffa
    

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1999 - Home Page Preparativi. Attesa. Buoni propositi. Dalla parte dei genitori adottivi. Vedersi diversi. Accettare l’abbandono. Essere grati. I sentimenti degli adottati. Un eccellente racconto dei protagonisti. Che non si atteggiano a maestri. Ma insegnano ad apprezzare la vita.

Di loro conosciamo soltanto le vicende adottive. Ma c’è materiale sufficiente per leggerle con ammirazione. Luisa Secchi, madre di cinque figli dai diciassette ai ventisette anni, due dei quali adottati, e Young Jai Gosso, venuta dalla Corea in Italia dove ha trovato famiglia, sono le protagoniste di questa lunga intervista.

Era il 1981 quando il Ciai (Centro italiano per l’adozione internazionale) contattò Luisa per l’adozione di una bimba indiana di circa 4 anni (la data di nascita non le era ancora stata assegnata) descritta sommariamente attraverso due foto. «La nostra gioia era immensa – racconta –, soprattutto quella dei nostri tre bimbi che da tempo aspettavano la sorellina che veniva da lontano. Da quel momento Lucy (che ora ha 21 anni) fu sempre presente in tutti i nostri pensieri, discorsi, programmi, tanto che spesso si apparecchiava per sei».

  • Come fu l’attesa, visto che Lucy giunse in Italia nel 1983?

«Per noi genitori fu uno stillicidio. Sensazioni di precarietà e ansia si mescolavano alle difficoltà ad avere sue notizie, a lungaggini burocratiche con il competente tribunale che, quando tutto sembrava risolto, un anno e mezzo dopo, non trovava più i nostri documenti e dovemmo rifarli. Il 16 aprile, Lucy arrivò all’aeroporto accompagnata da un dipendente dell’Air France. Aveva sei anni, era piuttosto alta, capelli cortissimi, con pidocchi e croste esfoglianti e tondeggianti sulla testa e sul corpo, le mancavano i due incisivi superiori, i suoi movimenti erano scoordinati e, naturalmente, i nostri linguaggi erano diversi. Ma era nostra figlia e il resto non contava. Era sfinita dal viaggio, dalle emozioni, dall’incognita in cui era stata scaraventata e a cui lei non sapeva ancora dare significato perché qualcuno aveva capovolto il suo mondo. Il viaggio verso casa l’ha fatto dormendo abbandonata tra le mie braccia».

  • Quali furono le sensazioni dei "vostri" primi giorni?

«Passati otto-dieci giorni in cui avrebbe seguito chiunque glielo avesse proposto, instaurò con me una dipendenza fisica e psicologica totale. Dovevo essere costantemente a portata di tocco, sopportava brevemente che fossi a portata solo di sguardo e la nostra capacità di comunicare a gesti e mimi divenne pressoché completa supportata da reciproche "lezioni" di termini italiani e tamil. Con i fratelli si instaurò da subito un legame fraterno fatto di adorazione, compiacenza, e mille attenzioni i primi giorni, per passare gradualmente ai modi spicci, ai giochi fraterni, ai piccoli bisticci, alle complicità, alle risate, ai segreti, alle gelosie comuni a tutti i legami tra fratelli».

  • Chi si prese cura di Lucy?

«Il terzogenito che si autopromosse al ruolo di "grande" e divenne, tacitamente approvato, il suo protettore e la sua ombra. Solo molti mesi più tardi, quando l’essere diventato grande non lo soddisfaceva più così tanto, si concesse di competere con lei, di manifestare la sua gelosia, per avere la sua parte di attenzioni che, secondo lui, aveva perso insieme al fatto di non essere più il piccolo di casa».

  • Nessuno faceva domande indiscrete ai bimbi?

«Pur consapevoli che questa sorella non era nata dalla pancia della mamma, mai li sfiorò il dubbio che lei fosse meno sorella. A metterli in imbarazzo ci pensarono proprio molti adulti che rivolgevano a loro e non ai genitori, domande quanto meno inopportune tipo: "Ma le vuoi proprio bene?", "lo sai che non può essere proprio tua sorella vera!", "chi è la sua vera mamma?". Man mano che Lucy padroneggiava l’italiano, queste domande venivano rivolte anche a lei scombussolandola non poco. A lei, che appena cominciava a comprendere cosa fosse una famiglia, cosa significasse avere dei genitori e dei fratelli che la circondavano di attenzioni e protezione. Un giorno, esasperato da queste continue intromissioni nei suoi sentimenti da parte di estranei, il terzogenito ci gridò alterato: "Perché non l’avete fatta diventare bianca!"».

Vignetta.

  • L’inserimento a scuola è stato difficile?

«Inizialmente è stato positivo ma, nell’insieme, con lei prima e con l’altro figlio adottivo poi, abbiamo constatato che la scuola non era e non è preparata all’accoglienza di bambini con qualche diversità o qualche bisogno in più. Passati i primi giorni di "pazienza" si esaurisce la disponibilità, si vorrebbe annullare o comunque non riconoscere le difficoltà di ogni singolo bambino anche nelle cose più banali. In prima elementare Lucy ogni giorno veniva richiamata perché spesso stava seduta sulla sedia con le gambe incrociate, modo caratteristico della sua cultura e dei suoi primi sei anni di vita. La sua capacità di comprensione della nostra lingua era ancora limitata alle cose molto concrete del vivere quotidiano, usava spesso scorrettamente gli articoli, le preposizioni e la coniugazione dei verbi ma non le veniva riconosciuto lo sforzo immenso che lei faceva. Anni dopo, alle medie, in un tema definì la scuola "la cosa più brutta vissuta in Italia"».

  • L’avete lasciata libera di scegliere la scuola che voleva?

«La fatica di reggere il ritmo della classe gradualmente diminuiva anche se sicuramente è stata sempre di molto superiore a quella di ogni suo compagno. Dati i suoi sforzi immensi, pensavamo che, a conclusione delle medie prima e delle superiori poi, non volesse più proseguire e non avevamo invece previsto quella sua determinazione che l’ha portata a proseguire gli studi. Ora frequenta una scuola triennale para-universitaria per educatori professionali. Le piace, se la cava molto bene nella parte teorica mentre incontra difficoltà nella pratica del tirocinio, dovuta probabilmente alle sue insicurezze».

  • Tutto sommato, è filato tutto liscio?

«Il legame strettissimo che aveva con me si è all’improvviso trasformato, sulla soglia dei quattordici anni in un rifiuto pressoché totale di tutto ciò che prima cercava in me: rifiuto del contatto fisico, tanto da trasalire e scostarsi con un balzo se le passavo accanto; rifiuto delle passeggiate con me che quotidianamente cercava come uno spazio personale in cui lei parlava tantissimo della sua vita in India, delle motivazioni del suo abbandono, durante le quali mi raccontava le sue fantasie riguardanti la sua mamma indiana; rifiuto del saluto serale quando lei era già a letto, e mi raccontava gioie e difficoltà della giornata; rifiuto del bacio mattutino prima di separarci per andare lei a scuola e io al lavoro, distacco che le è sempre risultato doloroso e che, ogni volta, con una scusa diversa, cercava di rinviare ancora un po’. Insomma, rifiutava proprio me. All’improvviso voleva a tutti i costi sapermi cattiva, ogni giorno inventava mille strategie per provocarmi, per farmi arrabbiare e alzare la voce, per potermi dire poi che io ce l’avevo con lei, io la odiavo, io volevo bene solo agli altri. I miei buoni propositi mattutini e le mie strategie per non farmi trascinare, troppo spesso non reggevano al suo fuoco di figlia e, dopo la sfuriata, mi lasciavano piangente e con mille sensi di colpa. Dove, quando e che cosa ho sbagliato con questa figlia con e per la quale ho camminato in mezzo a mille difficoltà, cercando di contenere le sue grandi ansie, di riparare per quanto possibile i torti che la vita le ha fatto, di proteggerla da situazioni troppo frustranti, di non farla sentire mai più sola ad affrontare le difficoltà della vita? Ancor oggi non ho una risposta. Ho spesso l’impressione che voglia far pagare a me tutti i conti in sospeso dei suoi primi anni di vita e temo proprio che quel conto non si esaurisca».

  • E con gli altri famigliari?

«La sua adolescenza è stata per tutta la famiglia un banco di prova estenuante. Ci ha salvato l’essere famiglia, l’essere uniti e compatti nell’affrontare quel ciclone che ci sconvolgeva e sbattacchiava riducendoci degli stracci e la convinzione che, comunque, la prima vittima di quel tornado era proprio lei, Lucy. Senza l’aiuto di una persona esterna competente credo però che io non avrei retto. Devo parlare soprattutto per me, perché gli altri componenti, pur intervenendo spesso arrabbiati, non erano i diretti bersagli, erano più obiettivi. Sono felice comunque di riconoscere che le cose sono molto migliorate. Le provocazioni e gli scontri sono sporadici e meno virulenti. Da qualche anno è tornata a chiedermi consigli, pur riservandosene l’accettazione; mi racconta episodi della sua vita quotidiana, divergenze con le persone che incontra, difficoltà di relazione con alcune di esse. Con i fratelli, più ancora che con il papà, le cose sono invece molto naturali, li cerca, si confida con loro, li consulta, si prendono in giro e si punzecchiano purché qualcuno non minacci il suo "possesso" su di loro. Allora si scatena la sua gelosia, li accusa di non considerarla più e ha nei riguardi dei "malcapitati" (fidanzati o pseudo) atteggiamenti scostanti, provocatori. Ha faticato moltissimo ad accettare la fidanzata, ora moglie, del fratello preferito. Stava malissimo quando li vedeva assieme, mentre aveva un ottimo rapporto con entrambi separatamente. Ora la situazione è buona e li va a trovare spesso».

  • Secondo lei che altro c’è ancora di negativo?

«Rimane sempre in lei la convinzione che io le preferisca i fratelli, non sospettando che, se qualcosa mi costringesse in questo momento a seguire solo uno di loro, è senza dubbio lei che sceglierei, proprio perché più fragile, insicura e indifesa. Pur frequentando un gruppo, non ha vere amicizie. Nella relazione sia con gli adulti che con i coetanei vorrebbe la persona in quel momento privilegiata tutta per sé. Per noi genitori a volte è doloroso dover fare da spettatori alle sofferenze dei nostri figli adottati. Certo, anche gli altri figli vivono delle frustrazioni e lottano per conquistarsi il loro spazio nella vita, constatiamo tuttavia che essi sono più attrezzati e agguerriti, hanno una serenità e una sicurezza di fondo che ai loro fratelli minori manca o è fragile o insufficiente. A volte siamo assaliti dal dubbio di aver sbagliato tutto, di non essere stati all’altezza. Altre volte ci diciamo che facendoli nostri abbiamo offerto loro un’opportunità e un aiuto in più per percorrere la loro strada iniziata in salita, non attrezzati né sufficientemente forti per affrontarla da soli».

  • Quale insegnamento trae dall’adozione?

«Come genitori adottivi ci sentiamo spesso inadeguati. Ma siamo determinati a combattere affinché tutti i bambini possano avere una famiglia che li ami e li accolga. Rafforzati dalla nostra e da altre esperienze, constatiamo quanto sia deleterio, inumano, inaccettabile che un bimbo trascorra i suoi primi anni in situazioni di trascuratezza psicologica e affettiva che mina alla base la loro possibilità di uno sviluppo armonico ed equilibrato».


Storia di Jai

Passiamo a Jai, venuta dalla Corea. «Mi domando spesso perché dobbiamo ancora creare la cultura dell’adozione – esordisce –, quando ormai viviamo in un mondo multirazziale, a dimensione internazionale e i bambini sono i futuri cittadini del mondo? In un mondo dove si può nascere ormai in tanti modi: da un ovulo diverso, in un freezer, in laboratorio. Io, per fortuna, sono nata con il vecchio e supercollaudato metodo "naturale". Ma una delle tante differenze che mi distinguono dagli altri e fa sì che sia proprio io, è l’essere stata concepita da un uomo e una donna diversi dai miei genitori. Questo particolare, aggiunto al fatto che sono palesemente diversa perché sono proprio di un’altra razza, induce gli altri ad addossarmi a tutti i costi delle etichette».

  • Che tipo di etichette?

«Sono un’adottata e sono fiera d’esserlo come sono fiera d’essere quello che sono con le mie insicurezze e le mie capacità. Ho ormai (ahimè!) raggiunto i fatidici-enta (ho compiuto trent’anni tondi) e la mia avventura di figlia è cominciata a tre anni. I miei primi anni di vita sono come il buio, quello stesso buio da dove si arriva e dove si va e non ricordo nulla. Per la mia famiglia e me è come se fossi nata tre anni dopo, quel 30 maggio 1971, quando sono diventata figlia dei miei genitori e sorella di un bambino nato dai miei. Sono convinta che sia pura ignoranza pensare agli adottati come a delle etichette o come "pacchi", ma pensarli come persone. E come persona adulta vorrei ribadire come la diversità sia più la paura del diverso da sé, e quindi una chiusura mentale, che non la necessità di "catalogare" tutto. È vero, se vogliamo, allora, la mia nascita è dovuta a uno schedario da dove sono stata segnalata ai miei genitori: sono il frutto di quelle prime adozioni internazionali, ancora così sconosciute in Italia alla fine degli anni Sessanta. E hanno scelto me, come potevano scegliere chiunque altro (per il sesso, per il colore della pelle, per la forma del naso e via dicendo). Hanno scelto quella bambina che in Corea non sarebbe stata curata perché malata di tubercolosi polmonare. In quegl’anni la mortalità dei bambini era molto alta e per la cultura coreana le bambine erano le prime a essere abbandonate insieme ai maschi con handicap. Con enorme pazienza, e solo per questo ringrazio i miei genitori (e non per aver fatto un atto "caritatevole" come si potrebbe pensare), sono stata curata e cresciuta con mio fratello Simone. La differenza di età di un anno e mezzo tra me e lui è stata compensata dal mio poco sviluppo fisico dei primi mesi. A tre anni io camminavo male, mentre mio fratello a 9 mesi bisognava rincorrerlo! Siamo cresciuti come coetanei e la nostra infanzia è stata accompagnata dalla presenza di un cugino, Luca, più piccolo di Simone di un anno. Insieme ci consideravamo fratelli e insieme abbiamo vissuto l’adozione con serenità e allegria sconvolgendo i canoni comuni del concetto di famiglia: andavamo in giro vantandoci di avere 6 genitori (4 in Italia e 2 in Corea) e quando volevamo fuggire di casa, tutti e tre all’unisono, volevamo scappare in Corea».

  • Che ricordi hai della tua infanzia in Corea?

«Non ricordo con precisione il momento in cui mi è stato detto: " Sei adottata e vieni dalla Corea". Sapevo d’essere diversa dagli altri bambini, ma per questo mi sono sempre sentita fortunata, perché amata e perché la cultura della diversità è sempre stata concepita dalla mia famiglia con orgoglio e non una vergogna. Crescere, diventare adulti, è molto duro e io ho sofferto parecchio (e ho fatto soffrire i miei genitori) durante l’adolescenza. In quel periodo, di sconvolgimento mio interiore, ho avuto degli scontri molto forti e violenti con loro e mi sembrava che l’unico rifugio fossero quelle persone che mi avevano concepito, ma che non mi avevano amato, e quel Paese da dove venivo, ma che non conoscevo».

  • Hai voluto conoscere le tue origini?

«Ci siamo imbarcati, tutti insieme alla ricerca delle "fatidiche origini". L’unico anello di congiunzione che ricordavo tra il buio e la vita era quel signore che mi aveva portato in Italia, Enrico Forni, giornalista per mestiere e padre di 6 figli per scelta. Nel 1985, lui faceva parte del Ciai, uno dei primi centri che negli anni Settanta si occupavano dell’adozione internazionale. Siamo partiti una sessantina di persone (famiglie intere, figli soli, parenti e amici) per vedere quella benedetta Corea e scoprire perché dentro me stessa pur parlando piemontese, pensando e muovendomi come i miei coetanei, gli altri per la strada mi guardassero come fossi un marziano! Vent’anni fa la gente era ancora più ignorante e per coprire il loro imbarazzo mi dicevano che assomigliavo tanto alla mia nonna! Come è successo un pomeriggio in via Garibaldi, a Torino, mentre camminavo tenuta per mano da mia nonna materna. Ho vissuto il viaggio misto di molte aspettative e dalla volontà d’essere superiore ai miei sentimenti cercando d’avere un atteggiamento molto distaccato: in fondo ritornavo a vedere cose che avevo dimenticato e mi avevano rifiutato. Arrivammo a Seul: la Corea, Paese affascinante e misterioso, che mi aveva catapultato nella vita attraverso un enorme bianco boeing e che mi ha fatto desiderare caffè, pasta e pizza per tutti i 15 giorni della nostra permanenza. Li ho trovati e incontrati miei simili, fisicamente uguali a me ma che io non riuscivo proprio a capire».

  • Quanto ti sentivi coreana in Corea e quanto italiana?

«Non ho più nulla di coreano, non parlo il coreano, non mi piace la cucina coreana, né mi muovo o mi vesto come un coreano: ho solo l’etichetta che mi dà la gente. Siamo andati presso l’istituto dove sono stata ricoverata: non ricordavo nulla e nessuno perché l’istituto era stato rimodernato e le persone che lavoravano là quando c’ero io non c’erano più. Noi ci siamo rivisti come in un film: è stata una fitta al cuore vedere quei bambini. Li avrei presi tutti con me! Al ritorno, in aereo, incontrammo dei bambini coreani che andavano in adozione in Francia ed è stato come fare quello stesso viaggio che ci portò dai nostri genitori. Ricordo in particolare un bimbo di circa 7 anni che era una peste, mordeva i passeggeri, andava avanti e indietro nel corridoio dell’aereo come un "animale in gabbia". Spero che quel bimbo sia sereno e felice come oggi lo sono io».

  • Come hai vissuto l’idea di conoscere da dove venivi?

«È naturale che ci sia il desiderio di scoprire chi si è, da dove si viene e dove si vada, ma credo che sia importante vedere e sapere con serenità, come pura acquisizione di informazioni, senza crearsi chissà quali aspettative, perché a nessuno, e neanche ai figli biologici, è dato di scegliersi i propri genitori. Sono contenta d’avere visto la Corea e tutto quello che poteva rappresentare per me il rifugio dei miei sogni di bambina, ma consiglio di fare questo viaggio in età più adulta (io avevo 17 anni). Credo che rivedere il posto dove si è nati o dove si è vissuti per qualche anno, appartenga solo a noi (anche mia nonna mi racconta dei suoi ricordi di bambina sulle colline di Asti dov’è nata) e che proprio per questo debba essere fatto da soli o con i propri cari e non organizzato da associazioni. Ho visto la Corea come un turista qualunque e non la Corea della mia possibile vita là, sicuramente di povertà e miseria. Avrei preferito andare a zonzo per il Paese, parlare con la gente, in inglese dove sarebbe stato possibile, perché fuori di Seul parlano solo il coreano, vedere la vera Corea, non la facciata».

  • Che cosa ti pesa di più quando pensi d’essere stata abbandonata?

«Il cosiddetto "stato di abbandono", prima che una formula giuridica, è una situazione di fatto che ti segna dentro. È come avere la cicatrice dovuta a una scottatura: ti rimane il segno. Con il tempo si affievolisce, ma rimane. Mi sento ferita, anche se il bene che i miei genitori mi hanno trasmesso e mi trasmettono colma in parte questa ferita. È un dato di fatto con cui dovrò sempre convivere perché parla di me a me stessa. C’è un trascorso umano ed emotivo che lascia il segno perché è tuo, perché è parte del tuo bagaglio di esperienza: come il fatto di non ricevere affetto per tre anni, o di non camminare bene perché nessuno ti stimola, o sei rifiutato perché non sei il "pacco" come lo si è desiderato e quindi rimandato al mittente perché troppo scuro o troppo brutto».

  • Vedi solo il positivo dell’adozione?

«L’adozione internazionale accentua il mercato dei bambini. Adulti smaniosi di dare affetto ricercano con metodi più o meno leciti i bambini da adottare, ben sapendo che esiste un iter legislativo magari lungo e noioso, ma che è l’unico mezzo che dà tutela al bambino».

  • Ti poni delle domande?

«Sì, una in particolare: i bambini di chi sono? Appartengono all’egoismo degli adulti o sono di se stessi perché persone? I bambini hanno solo il diritto di crescere nel modo più sereno possibile. Mi auguro che l’adozione non sia un "passatempo" per adulti frustrati o insoddisfatti, ma una scelta di vita».

Cristina Beffa

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