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MASS MEDIA & FAMIGLIA - LO SPETTACOLO E I BAMBINI

I figli adottati dal cinema

di Raffaella Giancristofaro
    

   Famiglia Oggi n. 3 marzo 1999 - Home Page Il delicato tema dell’adozione ha da sempre interessato registi e attori. Dai primi film dei fratelli Lumière a Steven Spielberg, ripercorriamo la storia di pellicole che descrivono un problema che tocca più da vicino gli orfani e i minori.

Il cinema "adotta" i bambini fin dalle sue origini, visto che questi compaiono in due dei primi film dei fratelli Lumière. L’adozione figurata dei bambini da parte del cinema continua fino a oggi. In un doppio senso: il bambino continua a essere oggetto d’attrazione per il pubblico: come il protagonista scatenato di Piccola peste, un bimbo che per la sua esuberanza viene rispedito indietro da trenta coppie che ne avevano chiesto l’adozione. E, in un altro senso, cinema e bambini sono legati dal fatto che il cinema si sia presentato anche da sostituto del padre per molti cinefili, come il grande critico francese Serge Daney o il filosofo Jean-Paul Sartre.

Una brillante scena di "Nuovo cinema paradiso".
Una brillante scena di "Nuovo cinema paradiso".

«Nato in una caverna di ladri, inquadrato burocraticamente fra i divertimenti da baraccone, il cinema aveva modi plebei che scandalizzavano le persone serie, era il divertimento delle donne e dei bambini; io e mia madre l’adoravamo, ma non ci pensavamo affatto e non ne parlavamo mai: si parla forse del pane, quando non ci manca? Quando ci rendemmo conto della sua esistenza, era già parecchio tempo che era diventato il nostro principale bisogno». Così descriveva il cinema Sartre, cogliendo quella necessità che i bambini hanno di cinema. Ed è questa l’idea cardine della filmografia e dell’attività critica di Truffaut, uno degli autori che più si sono dedicati alla rappresentazione dell’infanzia abbandonata attraverso gli occhi dei bambini e sulla scorta di una forte suggestione autobiografica. Nel suo Gli anni in tasca (1976), uno dei piccoli protagonisti, tramite uno stratagemma, entra al cinema senza pagare e rimane nella sala per più spettacoli.

In Nuovo cinema paradiso di Giuseppe Tornatore la rievocazione dell’infanzia di Salvatore scorre parallela alle vicende di una piccola sala cinematografica della provincia siciliana. Il protagonista, ormai affermatosi professionalmente a Roma, ricorda, nel vedere i resti della pellicola donatagli dall’operatore, l’affetto per la propria terra e per quell’uomo che lo aveva fatto entrare in quel mondo di attrici bellissime, di scenari esotici e avventurosi. L’operatore Alfredo (Philippe Noiret) aveva sostituito la figura paterna, dispersa durante la seconda guerra, adottandolo senza divenirne il patrigno e accompagnando la sua crescita. Un’adozione figurata, non sancita dalla legge, ma non per questo priva di complicità e sinceri slanci affettivi.

Il cinema, a parte il quasi documentaristico Il caso Raoul di Maurizio Ponzi, non si è soffermato sull’osservazione dell’iter dell’adozione e nemmeno sugli effetti di essa sugli individui (campo d’azione piuttosto della fiction televisiva). Ha costruito semmai situazioni di condivisione di esperienze tra un bambino e un adulto. Adozioni virtuali, non dettate dalla volontà di creare una famiglia, ma dall’urgenza delle circostanze (solitudine, povertà, necessità di fuga). Il prototipo è costituito da Il monello di Charlie Chaplin (1921), in cui il povero Charlot si occupa di un trovatello (che poi si scoprirà essere il figlio di una donna ricca che lo riprenderà con sé).

I due protagonisti di "Così ridevano".
I due protagonisti di "Così ridevano".

Il motivo dell’orfanello in cerca di adozione da allora ha interessato molte star e coppie comiche di Hollywood: da Stanlio e Ollio (La ragazza di Boemia, 1936) a Gianni e Pinotto (Gianni e Pinotto banditi col botto, 1956), fino a Jerry Lewis e Dean Martin (Il nipote picchiatello, 1955). Persino Johnny Weissmuller in Il figlio di Tarzan (Usa, 1939) "adotta" un bimbo sopravvissuto a un disastro aereo.

Il dramma dell’abbandono

Hollywood ha sfruttato anche in direzione melodrammatica il tema del bambino abbandonato, a partire da Shirley Temple, icona del genere strappalacrime: in Capitan Gennaio (1936) è un’orfanella adottata da un guardiano del faro che deve combattere contro un’ispettrice per tenere con sé la piccola, che si scopre essere figlia di un riccone. Annie (1982), di John Huston, ha mantenuto viva la tradizione di questo filone, con la storia di una trovatella grintosa che riesce a intenerire uno spietato miliardario. Può anche succedere che il figlio adottato si riveli figlio di un assassino, come in Figlio di ignoti (1951), o un robot, come in D.A.R.Y.L. (1987).

Alle origini del cinema italiano, inoltre, a causa della sua forte derivazione da precedenti letterari (romanzi d’appendice e alla De Amicis), sta una presenza cospicua di orfanelli persi, ritrovati, o rifiutati, sul genere L’orfana senza sorriso (film americano del 1953). Un genere melodrammatico e stucchevole al quale Totò ha fatto più volte il verso (I due orfanelli, Totò d’Arabia).

Essere figli adottivi è spesso uno svantaggio, un handicap non accettato, una cosa di cui vergognarsi. Come in Mammina cara, tratto dalla biografia della figlia adottiva dell’attrice Joan Crawford (morta nel 1977, mentre il film è del 1981). Si raccontano i soprusi subiti dalla ragazzina, vittima di una matrigna violenta ed egocentrica. Ma la Crawford non è la sola attrice legata all’adozione. In La signora acconsente del 1942, Marlene Dietrich è un’affermata attrice di varietà che viene ricattata per le modalità illegali con cui ha adottato un bambino; viene però aiutata da un pediatra, che salva il bimbo dalla morte, e che lei poi sposa. Lo stesso spunto ritorna in I miei sei amori (1963) in cui è una ex star di Broadway (Debbie Reynolds) a cercare, tra mille difficoltà, di adottare sei bambini. Il motivo dell’adozione resta così quasi sempre il pretesto narrativo per scatenare l’azione o la comicità.

Pochi i casi in cui il cinema testimonia il reciproco scambio tra adulti e bambini e l’acquisto di una nuova consapevolezza per entrambi. Il ladro di bambini di Gianni Amelio (1992) racconta di un giovane carabiniere che si occupa di due bambini destinati a un orfanotrofio che non li accetta. Questo prendersi cura dei grandi per i piccoli è una costante in Amelio, e si ripete anche in Così ridevano, in cui il fratello maggiore deve ricoprire la funzione di padre nei confronti di quello minore.

Dal film di Gianni Amelio "Il ladro di bambini".
Dal film di Gianni Amelio "Il ladro di bambini".

Nel più recente Central Do Brasil, Orso d’oro al festival di Berlino 1998, un’anziana insegnante in pensione vive scrivendo lettere. Una donna gliene detta una per ricongiungersi al marito lontano in nome dell’amore per l’ultimo figlio, ma subito dopo muore in un incidente stradale. In un primo tempo la donna vende il bambino a dei trafficanti pensando di fare il suo bene. Quando si accorge della realtà, si riprende il bambino per riportarlo dal padre. Il film ricorda da vicino, per la forza dei due personaggi femminili, Gloria. In Una notte d’estate (John Cassavetes, 1980) un’energica Gena Rowlands, ex amante di un delinquente, fugge con un ragazzino portoricano inseguito dai sicari di un omicidio di cui è stato testimone (lo stesso spunto narrativo di Witness di Peter Weir, dove un bambino privo del padre viene protetto dal poliziotto Harrison Ford, a sua volta "adottato" dalla minoranza americana amish). Anche in Kolya un musicista che vive da solo si trova di mezzo un bambino che non sa neanche la sua lingua e comincia a occuparsene fino ad affezionarsi al piccolo. Ma i precedenti sono per lo più comici: tra i più noti, Paper Moon (Peter Bogdanovich, 1973) con la coppia complice formata da Ryan e Tatum O’Neal (padre e figlia nella realtà), soci improvvisati nella vendita di volumi della Bibbia nell’America degli anni Trenta. Stesso meccanismo in E io mi gioco la bambina (Walter Bernstein, 1980), in cui Walter Matthau è un burbero biscazziere a cui è stata lasciata una bambina che non sa come gestire; e in La tenera canaglia (John Hughes, 1991), in cui una bambina e un fannullone fanno intenerire l’avvocatessa che poi si occuperà di entrambi.

Un incontro tra culture

Un microgenere parallelo è quello del "ragazzo selvaggio", per citare l’omonimo film di Truffaut (1969). Un bambino (più raramente, un adulto) da uno stato di animalità viene inserito nel "mondo civile". È il caso di Greystoke, in cui Christopher Lambert vive il dissidio tra società civile e giungla. E lo stesso avviene anche in Nell, la storia di una ragazza ritrovata nella foresta e rieducata al linguaggio verbale, versione al femminile (con Jodie Foster come interprete) di Il ragazzo selvaggio. La situazione può complicarsi in casi come L’enigma di Kaspar Hauser di Werner Herzog (1974), interpretato da un ragazzo realmente orfano, o The Elephant Man di David Lynch (1980), o in Edward mani di forbice di Tim Burton (1990), dove l’elemento estraneo adottato dal mondo scientifico diventa materia d’indagine o oggetto di curiosità morbosa da parte della folla. In ogni caso, l’adozione è spesso il pretesto per rappresentare l’incontro tra due culture opposte, spesso quella dei colonizzati e quella dei colonizzatori.

È curioso notare come un genere codificato come il western abbia utilizzato l’adozione per rovesciare il tradizionale predominio culturale della cultura bianca su quella dei pellerossa. A partire da Piccolo grande uomo (1970), in cui un ultracentenario (Dustin Hoffmann) rievoca le tappe cruciali della propria esistenza, nonché della storia americana. Adottato dalla cultura degli indiani, cerca di spiegarla "dal di dentro". Lo stesso accade in Soldato Blu di Ralph Nelson (1970), in cui la compagna del protagonista è adottata dai Cheyenne, così come in Balla coi lupi di Kevin Costner (1990).

Kevin Costner e gli indiani nel celebre "Balla coi lupi".
Kevin Costner e gli indiani nel celebre "Balla coi lupi".

L’approccio realistico (non comico, né melodrammatico, né avventuroso) è quello di Segreti e bugie di Mike Leigh, regista interessato a descrivere con lucidità e humour i meccanismi, anche tragici, delle relazioni interpersonali. Una giovane optometrista inglese di colore scopre, dopo la morte dei genitori adottivi, di essere figlia di una donna bianca che non l’ha mai voluta vedere. Decisa a trovarla, la scopre povera e sola, in cattivi rapporti con la figlia e con il fratello. Si assiste alla trafila burocratica della giovane donna per risalire alla madre naturale e alle reazioni della donna bianca, che vede riaffiorare un episodio increscioso della propria vita. La figlia è un motivo di crisi all’interno del già disgregato gruppo familiare, ma al tempo stesso ha il ruolo di riportare l’attenzione sull’urgenza di rigenerare sinceri legami familiari. La situazione si rovescia in Legami di famiglia (Johnatan Kaplan, Usa, 1989), in cui una minorenne rimasta incinta richiede l’adozione del figlio e poi si pente.

Una scena tratta dal recente cartoon di Spielberg "Il principe d'Egitto".
Una scena tratta dal recente cartoon di Spielberg "Il principe d'Egitto".

Per chiudere, non può mancare il riferimento alla celebre adozione biblica di Mosè nel cartoon Il principe d’Egitto. Tramite il parallelismo tra il piccolo adottato, futura guida del popolo d’Israele, e l’erede al trono Ramses si innesca una riflessione sul destino dei due fratelli, cresciuti in amicizia e poi costretti a combattersi. Un approccio, quello del cartoon, niente affatto banale perché finalmente cancella la contrapposizione fiabesca alla Cenerentola tra fratello buono-figlio naturale e fratello cattivo-figlio adottivo. Il tentativo è quello di approfondire le psicologie dei personaggi e mettere in luce il richiamo del sangue non dal punto di vista del determinismo genetico ma da quello simbolico della memoria, dell’identità e della propria appartenenza a una storia.

Raffaella Giancristofaro

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