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ORIENTAMENTO UNIVERSITARIO (2)

L’utilità del progetto culturale

di Ernesto Preziosi
(responsabile pubbliche relazioni, Istituto Toniolo dell’Università Cattolica)
        

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 1998 - Home Page

L’offerta formativa

L'attività d’orientamento in Italia ha una storia recente, essendo stata inaugurata ufficialmente dopo che l’istruzione ha assunto dimensioni di massa. Con gli anni ’80, quindi, e più ancora in questi anni ’90 si è andata accentuando l’attenzione all’orientamento degli studenti nelle secondarie superiori (e in particolare nell’ultimo anno). E solo recentemente si è posto mano a quei «servizi didattici integrativi» nelle università e alla collaborazione con le scuole secondarie superiori (5). Il servizio di orientamento è indispensabile nella situazione di complessità che presenta l’area dell’offerta formativa in Italia.

La scelta degli studi universitari inoltre è oggi resa più difficile da due fenomeni: l’aumento del numero complessivo dei corsi e degli indirizzi interni ai corsi stessi; la diversificazione dei corsi quanto alla loro durata, alla loro finalità e alle modalità didattiche.

L’aumento vistoso dell’offerta formativa è particolarmente evidente a distanza anche di una sola generazione, confrontando, ad esempio, i dati del corrente anno accademico con quelli del ’68. I genitori delle attuali matricole potevano scegliere tra 46 diversi tipi di corsi di laurea e 5 di diploma. Oggi i corsi di laurea sono più che raddoppiati, passando a 95; i diplomi universitari sono 69; e a questi si sommano le 59 scuole dirette a fini speciali. Sempre nel 1968 erano attivati complessivamente 529 corsi di laurea; oggi essi sono diventati 1.109; i corsi di diploma sono passati da 40 a 440.

L’aumento dell’offerta formativa ha seguito evidentemente la crescita della popolazione universitaria, ma è anche frutto della maggiore articolazione e specializzazione delle conoscenze. Non è estranea a questa tendenza la concorrenza tra i vari atenei. La frequente revisione dei curricula è ormai un dato genetico dell’ordinamento didattico. La progressione geometrica delle specializzazioni ha comportato la frammentazione del sapere in ambiti specialistici sempre più marcati e la proliferazione degli indirizzi e delle discipline.

Concretamente la "sensibilizzazione" e l’informazione all’orientamento universitario risultano articolate in: azioni di orientamento pre-universitario, rivolte a studenti in uscita dalla scuola secondaria; azioni di orientamento rivolte a studenti universitari, in particolare nella fase di ingresso all’università e al corso di studi; azioni di orientamento alla transizione, rivolte agli studenti in uscita dall’università, a diplomati e laureati in cerca di lavoro.

Oggi l’attività di orientamento universitario si articola in molteplici interventi di diverse matrici e finalità. L’attività più diffusa risulta riguardare l’informazione sull’offerta di corsi universitari, realizzata mediante la distribuzione ai maturandi delle scuole secondarie di guide informative sulle scelte universitarie e gli sbocchi professionali. Le pubblicazioni sono distribuite gratuitamente, con oneri a carico del ministero dell’Università, delle regioni, degli enti per il diritto allo studio, dei distretti scolastici, delle banche, delle università. Le editrici sono presenti sul mercato editoriale con una cospicua produzione di guide introduttive ai corsi universitari. I mass media realizzano iniziative informative e di orientamento alla scelta universitaria o comunque di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, in coincidenza con il periodo di immatricolazione all’università.

Alcune università realizzano e mettono a disposizione delle scuole servizi di orientamento audiovisivi di presentazione degli atenei e dei corsi universitari. Sono prodotti numerosi software di orientamento che consentono agli studenti e agli operatori di orientamento di conoscere, per mezzo del computer, il panorama dell’offerta universitaria o di accedere a programmi di orientamento personalizzato. È diffusa in tutti i principali centri universitari l’organizzazione di saloni informativi o di mostre specializzate sull’offerta formativa presente sul territorio. I centri territoriali di orientamento forniscono consulenza informativa e orientativa individuale e l’accesso a tutte le fonti informative disponibili, con i diversi supporti. Nelle classi terminali delle scuole superiori vengono organizzati incontri di presentazione degli atenei e dei gruppi dei corsi universitari.

L’orientamento in qualche modo prosegue all’interno dell’università, anche se questo non sempre accade. L’università, quale luogo di ricerca scientifica e di formazione culturale, ha in sé la possibilità di continuare e perfezionare l’educazione del giovane nella scoperta dell’amore della verità per donarla in spirito di servizio agli altri. Diversamente essa perde di significato e si riduce a essere un’agenzia formativa che, pur facilitando la socializzazione del giovane, lo priva di una conoscenza responsabile del sapere, che rischia di limitarsi ad arido nozionismo.

L’università, del pari, dovrebbe far acquisire un nesso tra studio e lavoro: il lavoro infatti come professione implica traduzione del sapere acquisito in università in abilità, che deve esprimere l’originalità e l’unicità della persona. Altrimenti è una fatica che, seppure necessaria, diventa routine e abitudine a esercitare un’attività reagendo ai fatti, più che interagendo con essi per lo sviluppo umano.

Per questo il lavoro necessita di un orientamento che non è solo aiuto alla ricerca del lavoro. La cultura, intesa anche come ulteriore acquisizione di sapere – nella fattispecie fruendo della risorsa università –, è un investimento che ha ancora la sua validità. Questi ultimi aspetti riferiti al periodo universitario sono in gran parte affidati alla sensibilità dei singoli docenti e anche, in qualche caso, a momenti istituzionali. In tal senso esiste una differenza tra i diversi atenei.

Un investimento per l’avvenire

Nonostante l’aumento della disoccupazione – dovuto anche all’aggiungersi di una crisi congiunturale comune a tutti i Paesi occidentali –, proporzionalmente sono ancora i laureati (74,5%) coloro che riescono – nell’arco di un triennio post-laurea – a trovare una occupazione adeguata, anche in rapporto ai diplomati (68%): «L’investimento in formazione consente in generale una migliore riuscita sul mercato del lavoro. Il tasso di occupazione è infatti fortemente correlato con il titolo di studio; risulta occupato il 68,3% dei giovani fra i 25 e i 39 anni, che possiedono il diploma di scuola secondaria superiore e il 74,5% di coloro che hanno conseguito la laurea» (6).

Ecco perché l’orientamento fa parte dell’investimento sull’università. Teniamo infatti in considerazione che: «i due terzi degli studenti universitari italiani non riescono ad ottenere la laurea e abbandonano gli studi. Questo fenomeno caratterizza il sistema universitario italiano rispetto agli altri sistemi europei e ha assoluto rilievo per le politiche di orientamento. Le indagini disponibili su tale fenomeno ci segnalano due principali tipologie di abbandono degli studi: la prima tipologia si identifica in quegli studenti che abbandonano subito o quasi l’università senza sostenere neanche un esame e comprende una quota che si aggira sul 35% degli iscritti; alla radice di questi abbandoni esistono motivazioni assai labili che ispirano la stessa iscrizione all’università; si tratta di quegli studenti che si iscrivono solo strumentalmente al rinvio del servizio di leva oppure in attesa di un’occupazione o per semplice curiosità e che rinunciano subito alle prime difficoltà del percorso accademico.

La seconda tipologia si identifica in quegli studenti che rimangono iscritti, sostenendo un esame ogni tanto: l’abbandono avviene al terzo e quarto anno o addirittura non avviene formalmente, pur cessando ogni rapporto organico con l’universi» (7).

L’università italiana è ormai un’università di massa: si è passati dai 370.000 iscritti del 1967-68 al milione e rotti d’iscritti del 1990-91, sino al 1.672.330 dell’anno accademico 1996-97. Ciò comporta, tra l’altro, un suo organizzarsi in grande struttura, più o meno efficiente, che eroga servizi. L’insieme dei servizi formativi e culturali dell’università, così come degli stessi singoli percorsi universitari, dove non sono previste frequenze obbligatorie – e sono la maggioranza –, si presentano oggi con tutto il loro carattere di mera offerta, aspetto sottolineato anche dalla sproporzione numerica che si è venuta a creare tra docenti e studenti. Lo studente è assolutamente libero di "comprare" ciò che vuole, unico responsabile del suo agire. Oggi più che mai lo studio universitario è lasciato in larga misura alla libertà e buona volontà del singolo: la stessa struttura dell’università promuove la responsabilizzazione degli studenti, che, o imparano a gestire se stessi e il loro tempo, o sono destinati a perdersi negli ambulacri della cultura. Non manca il momento della verifica e del controllo (leggi: esami), ma sta allo studente iscriversi e presentarsi a sostenere gli esami: nessuno andrà a chiamare i genitori che giustifichino la sua assenza a lezione o agli esami! E non bastano certo i primi esperimenti che vedono nuovi protagonisti i tutor per assicurare il successo negli studi universitari: informazioni e consigli preziosi sono frutto di un’attenta e faticosa ricerca per lo più lasciata al singolo.

Non sembri banale, o peggio irriverente, ma l’università – antica cittadella del sapere – appare oggi come un supermercato, dove lo studente transita con il suo bel carrello, intento a fare una spesa più o meno oculata. Cosa mettere infatti nel carrello? Un buon orientamento serve anche a imparare a saper scegliere tra i vari servizi offerti dall’università, a esercitare capacità di discernimento per cogliere gli stimoli giusti. Alla fine del percorso, proprio come in un supermercato, nel carrello di ciascuno vi saranno prodotti diversi e, oltre la cassa, le possibilità lavorative, relazionali, esistenziali che la "spesa universitaria" avrà contribuito ad arricchire o meno.

L’orientamento universitario non postula una sola domanda, bensì pone tre quesiti essenziali a cui dare risposta. Il primo di essi riguarda la decisione basilare se proseguire o no gli studi oltre la scuola superiore. Fare o no l’università deve essere un problema a cui tutti pongono attenzione: continuare gli studi non ci deve sembrare né assolutamente scontato, né una scelta scriteriata: visti i risultati scolastici. Attenzione infatti: non sempre è possibile stabilire un nesso tra l’andamento scolastico delle superiori e il successo o l’insuccesso negli studi universitari. Fattori come l’età e le inevitabili crisi di crescita potrebbero aver influito sui risultati ottenuti o il rapporto con un particolare insegnante nuociuto a una buona riuscita: nessun fallimento è in grado di pregiudicare completamente il nostro futuro. Ci sono molti esempi che smentiscono tanti luoghi comuni. Non bisogna neanche dare troppo peso a opinioni diffuse come quella per cui senza la laurea sia impossibile trovare lavoro. Oggi, tra l’altro, come abbiamo già sottolineato, anche la disoccupazione intellettuale è molto elevata.

La seconda domanda che ci si pone riguarda la facoltà a cui iscriversi. Tale scelta è legata in primo luogo alla conoscenza delle predisposizioni, inclinazioni e interessi: è necessario infatti andare alla ricerca di uno studio congeniale alla personalità del singolo. Alla coscienza di sé va poi aggiunta la conoscenza delle varie facoltà presenti nel panorama universitario nazionale, da quelle tradizionali a quelle nuovissime, iper-specializzate: informarsi sulle facoltà, i rispettivi piani di studio, le difficoltà che esse presentano, così come sugli sbocchi lavorativi, non tanto quelli che ci si apriranno al conseguimento della laurea, quanto quelli che con la laurea ci possono essere preclusi (impossibilità di accedere a determinati concorsi e ruoli...), è assolutamente necessario per non prendere delle decisioni magari sull’onda ingannevole delle emozioni. Lo sbocco lavorativo va valutato con serietà, purché non sia l’unico criterio adottato per la scelta. Attenzione anche ai falsi miraggi e alle ingenue idealizzazioni di certe professioni di cui si conoscono poco e male i corsi di studio necessari per accedervi. Basti un esempio: fin da bambini molti sognano di fare medicina (pensano che fare il medico sia una missione, o sono attratti dal miraggio di una buona retribuzione?), ma non sono affatto a conoscenza delle effettive difficoltà di uno studio lungo e denso di ostacoli.

Segue: L'utilità del progetto culturale - 3

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