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ORIENTAMENTO UNIVERSITARIO (1)

L’utilità del progetto culturale

di Ernesto Preziosi
(responsabile pubbliche relazioni, Istituto Toniolo dell’Università Cattolica)
        

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 1998 - Home Page Dopo il diploma si pone per numerosi giovani il dilemma relativo al proprio futuro: studiare o lavorare? Chi opta per la prima ipotesi deve, altresì, districarsi nella complessa selva di offerte formative, tenendo presente oltre alla crisi occupazionale e agli eventuali sbocchi, anche i semplici personali desideri di conoscenza.
L’assenza di un valido aiuto che indirizzi la scelta della facoltà lascia disorientati e ansiosi coloro che si trovano al bivio del futuro occupazionale. Anche i mass media non sanno fornire supporti incoraggianti e utili.

Nel passato la gente imparava un mestiere o una serie di "abilità" pensando di praticarle per il resto della vita. Sarebbero stati i "possessori" o padroni della loro abilità, l’avrebbero perfezionata con l’esperienza, cambiando datore di lavoro, non lavorando tutto l’anno continuamente, affermando in tal modo la propria indipendenza da ogni singolo padrone e da ogni singola relazione salariale. Praticare un mestiere implicava un modo di vivere, una posizione nella società e una distinta identità di gruppo di cui l’appartenenza a un sindacato era testimonianza. Identificarsi con il proprio lavoro significava aderire a una cultura e a una posizione sociale definite.

Oggi non è più così. Non solo la maggior parte delle abilità artigianali è stata spazzata via dall’automazione, ma alla gente è chiesto di adattarsi ai continui mutamenti tecnologici, essere pronta ad aggiornarsi costantemente per mantenere il lavoro, oppure accettare un lavoro diverso e meno qualificato. La «specializzazione flessibile» richiesta significa che la sicurezza del posto dipende dalla disponibilità e dalla capacità del lavoratore di aggiornare periodicamente le sue conoscenze e il suo know-how, e di sviluppare una versatilità multipla.

Oltre alla crisi della centralità e del senso del lavoro, vi è una crisi quantitativa di lavoro e quindi di occupazione che accentua lo iato tra utilizzazione, sempre più massiccia e in tutti i campi, delle innovazioni tecnologiche, e la formazione scolastica inadeguata e carente sul piano degli indirizzi professionali offerti in particolare ai giovani.

In questo quadro si accentuano i motivi di preoccupazione per il futuro che "orientano" verso atteggiamenti sempre più competitivi. In assenza di un valido orientamento i giovani finiscono per essere condizionati da innumerevoli fattori di ansietà riguardo al futuro lavorativo che i media, le famiglie e gli stessi gruppi dei pari continuamente diffondono. Consideriamo inoltre che nel nostro Paese un laureato deve aspettare venticinque mesi in media per trovare un lavoro (1) .

In Italia, insieme al cambiamento del concetto stesso di lavoro, sono mutate le condizioni di erogazione della prestazione lavorativa: diminuisce l’offerta di posti di lavoro stabili a vantaggio di lavori stagionali e a carattere professionale; la vita lavorativa tende a essere composta da più lavori, in contesti territoriali differenti (2) . Si diffonde la disoccupazione intellettuale: «In Italia la disoccupazione giovanile è stata qualificata anche come intellettuale per indicarne non solo un più elevato livello di scolarizzazione rispetto al passato, ma soprattutto una causa specifica, colta vuoi nel pessimo rapporto tra formazione e lavoro, vuoi nelle eccessive aspettative occupazionali dei giovani più istruiti» (3) .

In un contesto generale di crescita anche economica può avvenire quello che oggi di fatto normalmente avviene: uno sviluppo senza occupazione. Del resto è evidente anche nel nostro Paese come all’aumento di produttività (dovuta a innovazioni tecnologiche, mobilità, flessibilità del lavoro) non consegue più automaticamente un aumento dell’occupazione.

Ma il fatto che in genere si propenda a riconoscere la funzione di orientamento come attinente in modo precipuo alla scuola, non ci può far dimenticare che la scuola stessa, oltre al lavoro, è oggi un settore in realtà anch’esso in fase di profonda revisione. Una crisi – specie se letta nella sua relazione ampia con la società, oltre che con il mondo del lavoro – di così vasta portata da non tollerare qualche intervento settoriale, ma una vera e propria riforma d’insieme che si faccia interprete dei profondi mutamenti intervenuti.

In quest’ottica è quindi urgente una riforma globale del sistema scolastico e della formazione che, mentre da un lato orienti i giovani al lavoro secondo le esigenze del mercato, dall’altro ponga le basi per un processo di formazione permanente (anche in riferimento alla prospettiva del cambiamento di lavoro da prevedersi nell’arco di una vita lavorativa). Non quindi la difesa della conservazione del posto, ma la conservazione e la riconsiderazione del lavoro.

In questa prospettiva sembra muoversi il documento di lavoro per la riforma della scuola (4) (Riordino dei cicli scolastici documento di lavoro) elaborato dal ministero della Pubblica Istruzione nel gennaio 1997. Il documento si collega espressamente alla situazione del lavoro; in esso si afferma che: «In un mondo nel quale l’evoluzione dell’organizzazione sociale e del lavoro fa presumere che ciascun individuo, nel corso della propria esistenza, sia chiamato a cambiare più volte la propria attività lavorativa, è evidente che la pretesa della scuola di consegnare saperi, abilità e capacità definitive deve essere in parte rivista».

Questo esplicito richiamo al collegamento tra scuola e lavoro, se da un lato ci offre una risposta ad un problema reale a lungo sentito (si pensi a talune istanze della contestazione studentesca del ’68), dall’altra, se assolutizzata, finisce per impoverire il significato stesso dell’esperienza scolastica. Occorre attuare la riforma della formazione professionale che da anni non si è realizzata. Proprio in sede di orientamento universitario è spesso evidente come si privilegi un aspetto riduttivo della scelta: l’iscrizione ad una facoltà in vista dello sbocco lavorativo meglio garantito. Oggi è necessario ribadire invece la qualità e la validità dell’esperienza culturale in sé, a prescindere dal futuro professionale: la scuola e l’università sono e debbono essere, infatti, sempre più luoghi che offrono al giovane, in un periodo privilegiato della vita, l’occasione non solo di una buona preparazione tecnica al mondo del lavoro, ma di un’esperienza di cultura unica per la sua ricchezza.

La prospettiva di riforma della scuola, e in particolare di quella secondaria superiore, dovrebbe portare a soluzioni più adeguate il problema dell’orientamento, sia nella ipotesi del proseguimento degli studi con prevalente ingresso all’università, sia con riguardo alle scelte occupazionali. La situazione in cui vengono a trovarsi i giovani nella fase di passaggio dalla scuola secondaria superiore alla scelta universitaria o lavorativa è infatti caratterizzata da forti incentivi verso il futuro, pur in un contesto di precarietà e di incertezza-disorientamento; proviamo ad esemplificare.

La pluralità di modelli culturali: è in aumento l’area delle convinzioni e dei valori opinabili, oggetto di valutazioni contrastanti e opposte. L’atteggiamento è l’incertezza di giudizio: la tendenza a non giudicare, ma a spiegare tutto, tanto non esiste un modello di vita migliore di altri.

La relativa maturità: il giovane fa fatica a raggiungere la piena «conoscenza di se stesso», perché culturalmente viene educato a sapere chi è da quello che gli adulti gli trasmettono circa la sua identità. La sua è un’identità di dipendenza soprattutto psichica e poco autonoma e, nello stesso tempo, una identità che chiede di essere aiutata in un rapporto che si presenta con i connotati rispettosi del rapporto educativo.

La molteplicità delle opportunità: la situazione favorevole in cui il giovane vive presenta qualche rischio. Si possono fare contemporaneamente tante cose (effetto di distrazione che impedisce di concentrarsi su di una scelta). Vi sono altresì rischi di dispersione: si passa da un’opportunità ad un’altra, con coinvolgimento parziale e ritardo rispetto a scelte importanti.

La crescita allora consiste nella transizione da modelli parentali, sociali, economici condizionanti lo sviluppo armonico della personalità a una opzione "valoriale" e "significativa" di se stessi. Il giovane è maturo quando è capace di produrre e quindi trovare senso alla sua esistenza, ossia quando il suo tempo di vita non si esprime nel vuoto, nella noia, ma nella quotidiana fatica di accettare la sofferenza e la gioia, l’insieme delle esperienze unite in una sintesi significativa. L’orientamento può essere in tal senso una fatica utile e maturante.

Rischio diffuso, in cui si incorre oggi, è quello di non scegliere, ma di lasciare agli altri il compito di scegliere per noi, con consigli o informazioni che non riguardano le nostre idee e le proprie convinzioni più profonde.

Soprattutto il giovane che ha bisogno di essere orientato all’università deve essere messo in condizione di valutare e stimare quali "doni" o quali "potenzialità" gli sono propri, unici; di qui la necessità di favorire un clima di fiducia che facilita la conoscenza di sé; di qui l’esigenza di un ruolo educativo della scuola e della famiglia. Formare gli insegnanti e formare i genitori a crescere i figli o studenti sulla valorizzazione delle loro potenzialità, sapendo che si tratta di due ruoli diversi e che l’uno non può delegare l’altro.

Per questo il vero orientamento è quello che è capace di "riportare" la scelta dell’università o del lavoro nel più vasto orizzonte delle scelte di fondo della vita. E, pur non attribuendo al vocabolo un significato confessionale, il vero orientamento è quello che apre una prospettiva vocazionale. Solo un orientamento così inteso può aiutare il giovane a trovare in sé le risorse per superare gli inevitabili momenti di crisi che incontrerà nello studio. Ma è proprio in questa direzione che si registrano le maggiori insufficienze.

Segue: L'utilità del progetto culturale - 2

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