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RAPPORTO TRA GENITORI E FIGLI

Il peso dei pregiudizi

di Domenico Barrilà
(analista e didatta propedeutico della Sipi)
            

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 1999 - Home Page Negativismo. Adultocentrismo. Generalizzazioni indebite. Validità dei tempi passati. Sono i filoni degli atteggiamenti negativi verso i giovanissimi. Che non li aiuta a superare i problemi della vita.

Le categorie attraverso le quali inquadriamo i fenomeni deformano l’oggetto della nostra attenzione, e nei casi più estremi esse possono sostituire la stessa realtà. Questa sorta di corto circuito si manifesta con frequenza accresciuta quando ciò che noi osserviamo ha in qualche modo a che fare con l’adolescenza. In questo caso l’educatore si trova nella medesima condizione in cui si trovò Ulisse, quando dovette attraversare il braccio di mare presidiato dalle sirene.

Il richiamo a scegliere atteggiamenti desunti dai luoghi comuni si fa pressante, considerata anche la loro comodità e il loro potenziale rassicurante, ma proprio dalla capacità d’imitare l’eroe di Omero, che si fece legare all’albero maestro per non ascoltare il richiamo delle favolose creature marine, possono scaturire scelte educative davvero originali, in grado di liberare la relazione genitori-ragazzi dalle catene del pregiudizio e proiettarla in una dimensione produttiva.

Anche la psicologia è costretta a fare i conti con il predetto inconveniente, per la semplice ragione che la propria materia di studio, la persona e il suo comportamento, è talmente particolare e mutevole che risulterebbe impossibile ingabbiarla all’interno di categorie rigide. Conscia di questo limite, essa opera (o almeno dovrebbe) servendosi di "finzioni", che aiutano soprattutto lo psicoterapeuta a orientarsi nel dedalo dei comportamenti umani.

Una finzione è un costrutto mentale "usa e getta" che può anche poggiare sul nulla, e tuttavia rivelarsi sorprendentemente utile. Un caso esemplare è rappresentato dai meridiani e dai paralleli, i quali, pur non essendo dotati di esistenza reale, si rivelano indispensabili per l’orientamento sul globo terrestre.

Ma la psicologia è in qualche modo obbligata a usare le finzioni anche per un’altra ragione. Infatti tutti gli esseri umani, indistintamente, quale sia l’età, il sesso e la condizione sociale, utilizzano nel loro procedere il supporto delle finzioni per scegliere l’itinerario migliore o quello meno rischioso. Ne consegue che per capire come si muove la persona, quindi anche un adolescente, è necessario "copiare" certe sue modalità di accostamento al reale. Ossia, per vedere il mondo come lo vedono i nostri ragazzi, dobbiamo usare gli stessi occhiali che usano loro. L’esatto contrario della rigidità, figlia prediletta del pregiudizio.

L’utilizzo delle finzioni richiede una buona dose di memoria, ma soprattutto di elasticità mentale. La prima serve per ricordare a noi stessi che si tratta di una costruzione fittizia da non confondere con la realtà ricordiamoci sempre la virtualità dei meridiani e dei paralleli, mentre l’elasticità ci aiuta a liberarcene quando la finzione stessa ha esaurito il suo compito.

Tutte le volte che ci affezioniamo troppo a una finzione, i nostri giudizi sulla realtà diventano poco attendibili, poiché il nostro stesso modo di pensare si sta "ammalando". Immaginiamo, ad esempio, di partire per una gita e che decidiamo di vestirci con indumenti pesanti poiché presumiamo di trovare freddo intenso. Arrivati sul posto ci accorgiamo che del freddo non c’è traccia e, anzi, fa un caldo quasi insopportabile. A questo punto riterremmo ragionevole abbandonare gli abiti invernali e vestirci di conseguenza. Intestardirci nel tenere a tutti i costi l’abbigliamento originario, solo perché avevamo previsto freddo, significherebbe condannarsi a una vacanza piena di disagio.

Molte definizioni che il mondo adulto ha attribuito superficialmente all’adolescenza risentono di costrutti mentali scorretti, ma che sovente si radicano acriticamente nel senso comune fino a divenire autentici preconcetti.

Tale è il rapporto che dobbiamo tenere con le nostre finzioni, che devono sempre dare il passo al dato reale.

In pratica, è come vedere un film. Ci immedesimiamo nell’azione, magari al punto da compartecipare intensamente della sorte dei protagonisti, ma quando usciamo dal cinema dobbiamo essere consci che il film è finito e la realtà è altra cosa.

Molte delle definizioni che il mondo adulto ha forgiato sulla cosiddetta adolescenza risentono vistosamente dell’effetto trascinamento di finzioni "malsane", proprio perché prive della caducità che dovrebbe contraddistinguerle e, fatto ancora più grave, proiettano sulla realtà presente i loro effetti perversi. Tali definizioni, sovente fuori bersaglio perché grossolane e universali, finiscono poi per radicarsi acriticamente nel senso comune, fino ad assumere la connotazione di autentici pregiudizi.

Il pregiudizio, che rappresenta la negazione radicale del vero rapporto educativo, è un modo di interpretare la realtà che, per sua intrinseca natura, ignora i fatti appellandosi a convincimenti personali spesso non sorretti da alcun riscontro obiettivo. La conseguenza, quale che sia l’ambito in cui il pregiudizio viene a cadere, è che l’oggetto della nostra valutazione rimane impigliato in una sorta di filo spinato dal quale difficilmente riuscirà a liberarsi. Nel caso specifico, l’adolescenza, il pregiudizio blocca la libera visione degli attori in gioco scavando quei fossati che sembrano caratteristici del rapporto tra gli adulti e gli adolescenti.

In uno dei tanti libri dedicati allo stregone don Juan, lo scrittore scomparso Carlos Castaneda fa ragionare il suo personaggio sulla necessità di "fermare il mondo". Secondo don Juan, per cogliere la realtà senza contaminazioni è necessario liberarsi da tutte quelle spiegazioni delle cose che ci sono state trasmesse dalle generazioni precedenti, affinché esse possano apparirci per quello che sono. In caso contrario un albero non sarà l’albero come dovrebbe apparire a noi, ma l’immagine dell’albero che ci hanno trasmesso i nostri predecessori. "Fermare il mondo" allora rappresenta una necessità per chi vuole farsi un’idea di prima mano sulle cose, passaggio obbligato in tutte le interazioni in cui è coinvolta una relazione educativa genitore-adolescente.

Sovente il pregiudizio si applica a eventi o persone che sentiamo diversi da noi, e questo in fondo ha una giustificazione e persino una propria dignità. Ciò che non conosciamo, infatti, ci rende inquieti, evoca un bisogno di spiegazioni comunque sia, purché capaci di abbassare la nostra ansia dell’ignoto. Senza dubbio il periodo che convenzionalmente definiamo "adolescenza" si presta a essere incluso tra i fenomeni che inquietano gli adulti, proprio a causa della diversità che arbitrariamente essi vi hanno attribuito col trascorrere del tempo. Quindi, è ovvio, la lettura delle espressioni comportamentali che provengono dalla galassia adolescenziale diviene facile terreno di conquista per le categorie del pregiudizio che, proprio a causa della loro dubbia fondatezza, soffocano la possibilità di un incontro proficuo tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi.

Vastissima è la gamma dei pregiudizi che ordinariamente applichiamo all’adolescenza, ma nel corso degli anni mi è parso che la maggior parte di essi potesse essere ricondotta in quattro filoni: negativismo, reducismo, adultocentrismo, indebite generalizzazioni.

La gamma degli "ismo"

La voce più pesante nel capitolo che lega il pregiudizio all’adolescenza è costituita dall’immagine negativa che gli adulti tendono a proiettare su di essa. Alla costituzione di questa idea ha contribuito, e non poco, la stessa psicologia, a cui hanno fatto corona molti di coloro che, a vario titolo, si sono cimentati con l’argomento. Possiamo agevolmente confermarci in questo convincimento andando a rovistare tra le miriadi di lavori che riguardano l’adolescenza: non troveremo pagine scevre da pessimismo.

Lo stereotipo dell’"età difficile" si è così reiterato all’infinito, generando un effetto talmente suggestivo e deformante sui criteri interpretativi che ora risulta difficile parlare di adolescenza senza che ci venga istintivo accostarvi sensazioni di problematicità. I colloqui con genitori di adolescenti sono assai significativi in questo senso, ma anche il linguaggio comune ci dà conto di tale andamento. Espressioni come: «Figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi», sembrano fatte apposta per alimentare prese di contatto pregne di diffidenza.

È naturale che un accostamento ispirato al negativismo finirà per produrre errori di percezione, soprattutto perché ci spingerà a prestare un’attenzione ai comportamenti in qualche modo "attesi", cosicché alla fine vedremo solo ciò che vogliamo vedere, ignorando un patrimonio di espressioni che avrebbero molto da insegnarci.

Un esempio interessante è costituito dall’atteggiamento canzonatorio e svalutativo che gli adulti mantengono verso l’incipiente vita sentimentale dei ragazzi, la cui manifestazione evoca suggestioni che ne disturbano la lettura, arrivando a bollarla quale esito dell’età della "stupidera" (così si dice in Lombardia), cioè come qualcosa di poca importanza, un limite dell’immaturità dei ragazzi superabile con l’età. Non importa se le sofferenze più cocenti, e talvolta i drammi, dell’adolescenza afferiscono proprio a questo delicato comparto.

L’idea che i tempi andati siano sempre migliori di quelli presenti è una sorta di verità rivelata al cui fascino è difficile sottrarsi. I "nostri tempi" erano altri tempi, le "nostre guerre" erano altre guerre, persino le "nostre canzoni" erano di un’altra categoria rispetto alla pessima musica che i ragazzi ascoltano adesso.

Tale atteggiamento, che definisco da "reduci", è ampiamente presente nel frasario degli adulti quando parlano di adolescenza. Il concetto: «noi eravamo meglio» sottende, per comparazione, un giudizio di valore sulle generazioni presenti e, manco a dirlo, accentua la distanza tra le due sponde, come se già non fosse sufficientemente ampia.

L’errore del reducismo nasce da una cultura del potere generazionale, e infatti vi sono numerose testimonianze che attestano la longevità di tale pregiudizio. Spesso il potere degli adulti poggia sul fatto che loro sono adulti, e il suo mantenimento, legittimato solamente dal ruolo e non da effettiva capacità, passa attraverso la riaffermazione della maldestrezza delle nuove generazioni. Questa incongruenza è colta in modo sintetico ma perfetto da Franz Kafka nella Lettera al padre: «Tu eri avvolto nell’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero».

Uno dei limiti più severi alla comprensione profonda dell’adolescente è costituito dalla circostanza, niente affatto secondaria, che l’adulto tende ad autoriferire i comportamenti adolescenziali. L’adulto tende a valutare le esperienze che toccano i ragazzi a partire dal suo personale interesse e ciò, oltre a minare ogni illusione di obiettività, incrementa la distanza tra l’osservatore e l’osservato. L’accento viene normalmente posto sugli svantaggi e sulle sofferenze che derivano al mondo degli adulti a causa dei comportamenti dei ragazzi, omettendo completamente quelle a carico dei diretti interessati.

Questo contegno fa perdere ogni utilità alle manifestazioni del disagio, poiché non ne viene colto il grande valore di comunicazione di uno stato interiore, di una richiesta di aiuto. Alcuni brevi esempi aiuteranno a capire il concetto. Qualche tempo fa un insegnante sui quarant’anni mi ha chiesto un consulto per una situazione familiare che lo precipitava in un’ansia insostenibile. La figlia di sedici anni andava male a scuola, e lui ne soffriva, si sentiva giudicato dai colleghi e dai fratelli, che avevano figli impeccabili. La conseguenza pratica era che questa persona esercitava una pressione incessante e scomposta sulla figlia, la quale, a sua volta, scoraggiata dai continui giudizi negativi, reagiva incrementando le performance scolastiche negative.

Questo padre non ha fatto minimamente cenno al magma che poteva nascondersi nell’animo della figlia, sconvolto dai vissuti di fallimento che generavano angoscia e insopportabili sentimenti di inferiorità. Egli era unicamente attento alle conseguenze che gli insuccessi della figlia proiettavano sulla propria immagine di insegnante e in seno alla sua famiglia di origine, non abituata a defaillance scolastiche. Con tali presupposti è difficile che si venga a capo di qualcosa, anzi ci dobbiamo aspettare solo una recrudescenza nella sofferenza del sistema familiare.

Caso analogo è quello che riguarda il figlio di un affermato professionista, in grave debito di rendimento scolastico e prossimo alla prima bocciatura della cerchia familiare. Il nonno paterno è la fonte dell’infelice espressione: «Se ti bocciano io non andrò nemmeno in vacanza, mi vergognerò a morte, e non immagini nemmeno il dispiacere che darai a tuo padre». Anche in questo caso la situazione soggettiva del ragazzo è completamente ignorata, il centro della questione sono i riflessi che l’insuccesso del minore comporta sulla reputazione degli adulti.

Ma una prova schiacciante di ottusa soggettività possiamo reperirla nel quadretto che ha per protagonisti due genitori e uno spaesato ragazzo di sedici anni. «Nostro figlio è irrequieto, dopo due bocciature ha deciso di andare a fare il muratore. Ora torna tardi la sera, si tinge i capelli dei colori più strani, frequenta una compagnia di tipi che gli somigliano. Noi stiamo malissimo, continuiamo a litigare con lui, ma non riusciamo a piegarlo. Per fortuna abbiamo una figlia di vent’anni, che frequenta l’università e ci compensa delle delusioni che ci dà il ragazzo».

Se ci mettiamo nei panni di questo tormentato sedicenne, potremo toccare con mano come in realtà egli abbia ben poco di cui sentirsi soddisfatto. Non ha neppure varcato la soglia dell’adolescenza che già deve marcare un fallimento pesantissimo e forse, se non interviene una svolta, irrimediabile. Quella doppia bocciatura lo ha sottratto al mondo della scuola e avviato alla dura fatica del cantiere, non certo per libera scelta, ma come esito di una precocissima sconfitta che rischia di proiettare su tutta la vita del protagonista effetti spiacevoli.

È ovvio che l’inizio non può considerarsi promettente e che dentro questo adolescente possano albergare dolorosi sentimenti di prostrazione, accanto ai sensi di colpa per aver deluso i genitori, che dal canto loro non smettono di rammentarglielo, additando a modello di riferimento la studiosissima sorella.

L’atteggiamento ribelle nasconde sicuramente una richiesta di aiuto, ma i genitori sono troppo centrati sui "danni" che derivano a loro stessi dalla scoraggiante parabola del figlio, per poterla cogliere e risolvere. Difficile salvare un naufrago se abbiamo paura che ci insozzi la barca.

In margine a una conferenza una signora mi pone la seguente domanda: «Da quando è entrata nell’adolescenza, mia figlia è divenuta umorale, ribelle e maleducata. A tavola tiene il muso e se le chiediamo ragione di questo atteggiamento risponde male. Ma perché gli adolescenti diventano così intrattabili?».

La costruzione di un simile ragionamento, con relativo quesito finale, è viziata da un errore fatale: l’automatica e arbitraria estensione di un’esperienza personale a tutto l’universo adolescenziale. È come se un marziano incontrasse un uomo sulla sedia a rotelle e concludesse che tutti gli esseri umani si muovono seduti su delle ruote. Nessuno prenderebbe sul serio il marito di una donna isterica, se affermasse che tutte le donne sono isteriche. Ognuno di noi sarebbe pronto a sostenere che l’unico giudizio legittimo è quello che egli può emettere sulla propria consorte.

Nel caso dell’adolescenza, invece, il principio dell’estensibilità automatica, soprattutto dei tratti negativi, viene convenzionalmente accettato, alla stregua di un punto fermo, quasi a saldare insieme i precedenti elementi che sostengono il pregiudizio. Infatti la tendenza a universalizzare solo i tratti negativi del comportamento adolescenziale è figlia del negativismo, ma nel contempo è alimentata, per contrasto, dalla convinzione che la nostra generazione è meglio della loro, senza contare che il foro competente a giudicare rimane quello adulto con tutte le infrazioni all’obiettività che ciò comporta.

Affermare che l’adolescenza rappresenti per i genitori e per gli educatori in genere un’età di tutto riposo non è esattamente ciò che la realtà ci suggerisce, ma se tra l’adulto e l’adolescente introduciamo la spessa lente deformante del pregiudizio, il rapporto tra le generazioni assumerà connotazioni di belligeranza, perché a nessuno, tantomeno a un adolescente, piace essere identificato, o peggio liquidato, come membro di una massa anonima e problematica.

Chi ha più di quarant’anni come il sottoscritto, ricorderà le parole di una significativa canzone del Quartetto Cetra. Non so se la citazione è corretta ma il significato è fedele: «Quando parlate dei vostri ragazzi, quando li condannate. Riflettete, interrogate le vostre coscienze e amate quei ragazzi che andarono a Firenze» (moltissimi giovani, da tutto il mondo, si recarono in quella città negli anni Sessanta per riparare i danni al patrimonio artistico, causati da una spaventosa inondazione).

La persistenza dell’approccio fondato sul pregiudizio alimenta una cultura che tende a confinare l’adolescenza in uno spazio a se stante, estrapolandola dal piano di vita della persona, che invece non conosce discontinuità e fila su un binario diritto e privo di salti logici, come si potrebbe facilmente apprezzare valutando l’intero percorso biografico di ogni singolo individuo.

Ogni momento della vita della persona è come un punto di convergenza tra passato, presente e futuro quindi non è valutabile se dissociato da ciò che lo precede e da ciò che lo segue. Non si comprende perché l’adolescenza dovrebbe fare eccezione a questo principio di continuità, come pretenderebbero inconsapevolmente coloro che ne valutano i connotati.

La spiegazione di questa spinta a isolare l’adolescenza dal resto della vita ha tuttavia motivazioni di una certa legittimità, che potremmo definire "difensive". Dobbiamo infatti considerare che l’adulto si trova nella scomoda posizione di osservatore-osservato, e ciò non gli permette di soppesare con serenità gli elementi che passano davanti ai suoi meccanismi di valutazione.

Se prendiamo per buono tale presupposto, allora ogni indizio di disagio, o peggio di trasgressione, che il genitore coglie nel comportamento del ragazzo, diventa in qualche misura anche un riferimento svalutativo indirizzato proprio all’educatore, a tutto il lavoro che egli ha compiuto nel corso degli anni sulla propria creatura. Tale lavoro, ora che i primi collaudi sociali impegnativi del figlio o della figlia si dispiegano, è suscettibile di valutazione attraverso un legame automatico con i comportamenti del minore.

È ovvio che il collegamento può risultare sovente pregno di rimandi ansiogeni. Non è agevole per nessuno sentirsi sotto esame in modo indiretto, come accade al genitore che viene giudicato a partire dai comportamenti sociali della prole. Può così accadere che l’adulto scelga la strada corta della protezione del proprio livello di autostima, confinando nella zona franca accennata prima del periodo adolescenziale, quasi godesse di uno status speciale. Da qui al passaggio successivo, che prevede l’equazione adolescenza-disagio, come se tale legame fosse scontato e peculiare dell’età, il passo è breve.

Si delinea così la sottostante finzione di autosalvaguardia che pone in carico all’adolescenza, considerata come categoria a rischio, la massa di inquietudini che attraversano la relazione genitori-figli. Questa semplice operazione che, oltre ad alimentarsi del pregiudizio, vanta un cospicuo consenso nell’universo genitoriale, scarica l’educatore dall’ansia e dal senso di colpa, dal momento che la "malattia" sarebbe nell’adolescenza, intesa come categoria sociale, e non può quindi essere conseguenza di atti educativi maldestri.

Inutile sottolineare che tale approccio comporta dei costi elevati, preludendo a un autentico conflitto di interessi, che viene a costituirsi su posizioni così definite.

Da una parte un genitore che vuole evitare cadute del proprio livello di autostima, negativamente ispirato da remote paure legate alla propria effettiva capacità di educare. Da un genitore centrato sui propri bisogni di autorassicurazione dobbiamo attenderci un’accentuazione del controllo sulla prole, un’interferenza continua nei movimenti di quest’ultima, nell’illusorio convincimento che un figlio sotto tutela sia meno esposto a sgradevoli esperienze, e di conseguenza lo sia anche il genitore.

Dall’altra parte troviamo un ragazzo o una ragazza che, per una serie di scadenze fisiologiche e sociali, sta attraversando il momento di picco del proprio naturale sentimento di inferiorità, e vivrà l’incomprensibile accentuazione del controllo da parte degli adulti come la prova che mancava per un definitivo giudizio di inidoneità a proprio carico: «Se mi limitano vuol dire che non sono all’altezza delle loro aspettative».

La perdita di "coraggio"

Uno degli ospiti fissi dell’adolescenza e del teatro su cui si dispiega, la famiglia soprattutto, è quello che comunemente chiamiamo disagio. Esso è generato dall’autopercezione di inadeguatezza che investe sia l’adolescente sia i suoi educatori.

Ora noi sappiamo che gli anni combacianti con lo sviluppo corporeo sono spesso segnati da una caduta di coraggio nell’atteggiamento dei ragazzi. Qui ovviamente il coraggio non va identificato con una somma di virtù eroiche, bensì con la capacità di guardare ai problemi dell’esistenza immaginandosi in grado di cimentarsi con essi, a prescindere dalla certezza di poterli risolvere. In altri termini, il coraggio non sta nella capacità di superare un problema, ma nella scelta di affrontarlo comunque, contando sul convincimento di poterne tollerare l’eventuale esito negativo.

Il quadro che fa seguito al calo di spinta derivante dalla perdita del coraggio, e che definiamo "sindrome da scoraggiamento", determina la posizione dei ragazzi nei confronti del cammino verso l’autonomia, che può assumere alcuni andamenti tipici, come ora vedremo.

Possiamo talora osservare un forte rallentamento nella ricerca di autonomia, mediante atteggiamenti astensionistici o veri e propri ripiegamenti nel proprio disagio o persino nella patologia. In altre circostanze è possibile rimarcare il prevalere di una ricerca disordinata, con segni di devianza che trasformano il disagio da fatto privato in infrazione sociale.

Vi è anche una modalità a "scatti" con paradossale compresenza di slanci di autonomia e ritorni alla dipendenza, una specie di tira e molla segnato da tempeste umorali e comportamenti contraddittori.

In quest’ultima forma espressiva del disagio, che è anche la più frequente, troviamo ragazzi ora affettuosi ora scontrosi, ora silenziosi ora logorroici. Si ha quasi l’impressione che vogliano lanciarsi mantenendo aperta la possibilità di tornare indietro, magari per dare la colpa a qualcuno in caso di insuccesso. La mamma di un sedicenne mi dice: «Ieri era feroce nei miei confronti perché la ragazzina gli aveva detto di volersi prendere una pausa di riflessione. Mi ha accusato d’essere la causa di tutti i suoi problemi. Oggi invece era raggiante perché si era riconciliato con lei, così mi ha abbracciato dicendomi che sono la mamma migliore del mondo».

Solitamente è questa la fase cruciale, quella a forte presenza di malessere, in cui il genitore si attacca ai pregiudizi, e invece di cercare l’incontro con la persona unica, peculiare, che ha di fronte, invece di "leggere" i segnali che provengono dal disagio situato che lo interpella e che potrebbe dirgli molto sulla propria creatura, se ne allontana rivolgendosi alle rassicuranti convinzioni generali.

Forse queste potranno "scagionarlo" da ogni responsabilità, ma non potranno mai avvicinarlo al proprio figlio, perché ora egli non è più vissuto come un "compito" bensì come un "problema", e i problemi si tengono sempre il più lontano possibile.

Domenico Barrilà
    

DUE LIBRI PER VOI

Il mondo degli adolescenti rappresenta un mistero, talvolta inquietante, per gli adulti. Le manifestazioni di disagio, i casi di anoressia e bulimia, i comportamenti a rischio, depressione, uso di stupefacenti appaiono spesso incomprensibili e difficili da affrontare. Guido Burbatti e Ivana Castoldi con Il pianeta degli adolescenti (Mondadori, lire 28.000) risalgono alle origini di queste difficoltà di comunicazione. Per capire i giovani che tentano di affrancarsi dalla famiglia disegnano una mappa chiara: i linguaggi, i gruppi, le tappe della crescita individuale, le dinamiche patologiche. Gli autori offrono ai genitori uno strumento utile e illuminante per orientarsi in un territorio pieno di linee d’ombra e a volte ostico.

Anche Marcello Bernardi, pediatra e autore di numerose pubblicazioni, con Adolescenza (Fabbri editori, lire 28.000) fornisce una pratica e puntuale guida per i genitori d’oggi.

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