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CRESCERE IN FAMIGLIA

L’importanza delle regole

di Corinna Cristiani
(docente di Psicologia dinamica presso l’Università di Milano)
            

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 1999 - Home Page I codici materno, paterno, filiale, fraterno che si instaurano all’interno del nucleo familiare contraddistinguono ciascun personaggio. Danno dinamismo e ricchezza alla vita relazionale. Ma vanno regolati dalla chiarezza delle competenze. Salvo creare tanta e inutile confusione.

Chi si occupa di descrivere e capire i cambiamenti della famiglia negli ultimi decenni coglie un progressivo indebolimento, fino all’assenza, della figura paterna: si parla infatti , per esempio, di "società senza padri" , di "padri pallidi". Se facciamo riferimento alla struttura per così dire classica della famiglia umana, troviamo fondamentalmente quattro figure costitutive: il padre, la madre legati tra di loro in un rapporto dove si intrecciano con vari destini il legame di coppia e la responsabilità parentale; il figlio/a obbligato/a dall’inettitudine alla dipendenza dai genitori e perciò marcato/a dall’asimmetria; infine i fratelli, cioè coloro che appartengono alla medesima generazione dando vita a un rapporto paritetico, in cui si alternano collaborazione e competizione fluidamente, perché appunto non c’è un ordine gerarchico a dare struttura stabile alle relazioni, anche se fratello maggiore e fratello minore non possono essere confusi tra loro.

A ciascuno di questi personaggi, a livello affettivo profondo può essere assegnato uno specifico paradigma affettivo: dentro la famiglia, pur tenendo conto della cultura del gruppo di appartenenza più generale, si allineano percorsi decisionali diversi destinati a confrontarsi nelle dinamiche familiari, ma anche in ciascuno dei membri anch’esso dotato, filogeneticamente appunto, di una "famiglia interna". Ognuno si trova, dentro la famiglia, in un ruolo e orientato da un percorso decisionale affettivo che possono o no coincidere. Per esempio il pallido padre della famiglia di oggi spesso segue copioni materni, talvolta fraterni, o anche filiali.

Oggi, il codice materno è senz’altro il più studiato e il più importante, perché è centrato sull’attenzione al bisogno, sull’accudimento, sull’avere tutto da dare a chi non ha nulla (la mamma ha tutto: latte, affetto, disponibilità; il bambino ha solo la cacca); naturalmente un aspetto fondamentale è la sacrificalità affiancata da un’assoluta indifferenza per il principio di realtà (come ben dicono i napoletani: «ogni scaraffone è bello a mamma sua»). La sopravvivenza del neonato umano, che deve nascere in condizioni di grande immaturità e bisogno, dipende proprio dal suo incontro con la madre, la sua attenzione al bisogno e la sua sacrificalità. Il codice materno, come ho detto, è molto potente ma confusivo anche perché, insofferente com’è ai vincoli del principio di realtà, tende a declinare il mondo privilegiando il desiderio, il mettersi nei panni degli altri, sul bisogno, il non separarsi mai: ne deriva una fatale sottovalutazione dell’altro, meritevole di attenzione per i suoi bisogni (e la necessità di legame che ne deriva) più che per la sua capacità di autonomia e di crescita.

Il codice paterno è invece basato su chiarezza e distinzione, sulla trasparenza e sulle regole, privilegia il principio di realtà, la valorizzazione delle capacità e la separazione.

Il codice infantile ha un versante – dove traspare un interlocutore materno – onnipotente, magico, creativo ma anche distruttivo e appropriativo, e un altro – riferibile a valori paterni – legato al piacere dell’autonomia, della crescita, all’esplorazione e alla scoperta del mondo.

Il codice dei fratelli, infine, è marcato dalla diversità, dalla collaborazione e dalla competizione.

La buona famiglia interna per sua natura quindi è dinamica e ricca di opportunità decisionali diversificate, in conflitto tra loro, così da avere a disposizione più strategie possibili per la sopravvivenza. Come una buona famiglia volta a volta privilegia certe alleanze e ne esclude altre, nel rispetto della diversità. Così, per organizzare la sopravvivenza del neonato il codice dominante è quello materno, mentre gli altri codici, pur presenti, sono marginali o emarginati, determinando a volte crisi difficili da superare: si pensi ad esempio al rapporto di coppia tra i genitori, che per la madre, solitamente in questo periodo, è di scarsa importanza, con gravi disagi per il padre che da un lato è escluso dalla fusione col neonato e dall’altro è rifiutato come partner sessuale. L’attenzione della moglie si può ottenerla soltanto stando al suo gioco, mostrandosi cioè bisognoso, appunto come il bambino: sacrificando così però il proprio ruolo adulto e maschio nella coppia. La vita familiare quindi come tutta la vita psichica si svolgono producendo una ricca trama simbolica dominata dalle dinamiche affettive, che si concretizza in una cultura familiare, anche perché una certa vischiosità delle decisioni affettive tende a stabilizzarle, quando non a cristallizzarle, mettendo a volte a rischio la sopravvivenza che dovrebbe essere invece l’obiettivo da raggiungere.

Un tempo, il susseguirsi delle nascite insieme alla scarsità delle risorse e all’autorità paterna limitavano piuttosto rigidamente gli spazi egemonizzati dal codice materno, assorbito dall’accudimento dei piccoli che man mano nascevano, ciò che costringeva i figli precedenti a emanciparsi precocemente dai privilegi fusionali del mondo materno.

Oggi, invece, i figli sono merce rara. Si aspetta a lungo prima di metterli al mondo, e, quando finalmente arrivano, uno o al massimo due, ecco che la cultura familiare si assesta su valori materni che egemonizzano tutti i membri della famiglia, in particolare il padre, che deluso dalle esperienze poco gratificanti e rischiose (licenziamenti e ristrutturazioni), che gli offre la società, ripiega anch’esso tra le mura di casa in cerca di conforto e sicurezza.

Il piccolo messia

A rinforzare l’egemonia materna in famiglia collabora intensamente la società dei consumi il cui interlocutore interno è il Sé infantile, pieno di desideri e di curiosità. Qualsiasi adulto lo coccola e se lo tiene caro, a garanzia di un’eterna giovinezza. Ci si trova così di fronte a una famiglia ad altissima intensità affettiva, marcata dalla confusività e da una certa difficoltà nel rispettare i ruoli, in cui tutti hanno il diritto di essere un po’ bambini e quindi accuditi e amati, in quanto portatori di bisogno più che di competenza e di capacità.

Naturalmente tra i membri spicca il piccolo messia, di cui vanno realizzati tutti i desideri e incensate bellezze e qualità (ricordiamo lo "scaraffone"). Per un bimbo d’oro non ci sono limiti né regole che possano frustrarlo: ecco allora che gli è lecito interrompere qualsiasi conversazione tra adulti, qualsiasi incombenza materna. Sa di avere tutti i diritti e nessun dovere. Con una battuta qualcuno lo ha definito: un bambino altamente sindacalizzato; e così, come il mercato del lavoro ha visto diminuire l’occupazione, così oggi forse diminuiscono i bambini.

Registi affettivi di questa situazione sono la parte materna e quella infantile del Sé degli adulti, che in un continuo reciproco rimando non riescono a uscire dal bagno fusionale in cui si beano dalla nascita del "messia" in poi. È una vera e propria età dell’oro, piuttosto pesante da sostenere, giorno dopo giorno, anche perché le frustrazioni e i conflitti in una situazione così idealizzata sono inevitabili: ma la questione viene risolta esportandoli all’esterno, nel sociale. Si mette in piedi una situazione in apparenza idilliaca destinata a scoppiare all’arrivo della pubertà.

Qualche problema comincia a presentarsi fin dal primo impatto con le istituzioni cui questa famiglia deve per forza ricorrere per fronteggiare le necessità del lavoro e di un minimo di tempo per sé degli adulti: le maestre raccontano spesso delle difficoltà di organizzare un minimo spazio di ascolto collettivo tra bambini che non hanno idea di cosa significhi stare zitti e, specularmente, creare opportunità di comunicazione e scambio, perché questo è il dramma: abituati a essere il primo attore sul palcoscenico di famiglia, incensato dal re e dalla regina (i genitori), come si può pensare di tacere lasciando spazio ad altri che certamente non ne hanno altrettanto diritto?

L’adolescenza è destinata a creare profondi sconvolgimenti in questo mondo organizzato sul desiderio e sulla valorizzazione del piccolo messia. Il primo segnale destinato a scuotere la quotidianità è per i genitori la fine della confidenza, il trovarsi di fronte la porta del bagno o quella della stanza del figlio/a chiusa a chiave, unite a una certa difficoltà nel lavarsi e pettinarsi, come fino al giorno prima era sempre naturalmente accaduto. Per i genitori, che fino a quel momento si sono faticosamente sobbarcati le fatiche di questo ménage, ma ne hanno avuto in cambio trasparenza ed effusioni, spesso è un dramma che non sanno affrontare, anche perché, tutti concentrati in questo copione parentale, spesso si sono scordati di essere una coppia e riscoprire questa parte di sé è talvolta difficoltoso, perché ci si ritrova appesantiti, ingrigiti, un po’ stanchi, alle soglie della menopausa coi suoi problemi, affaticati dal lavoro, dove i giochi spesso sono ormai fatti e le speranze di cambiamento difficili da sostenere. Così, invece di festeggiare questa tappa della crescita del figlio, spesso se ne coglie soprattutto l’aspetto di lutto del paradiso perduto.

Oltretutto vengono al pettine anche i nodi irrisolti del periodo precedente: intendo riferirmi alla maleficazione del sociale, che aveva permesso alla famigliola di pensarsi come un tutto unito, privo di conflitti al suo interno. Ora il sociale diventa l’ambito di riferimento primario per la crescita, ma la famiglia che se lo è rappresentato finora come gravido di pericoli fatica a rielaborarlo come spazio pieno di opportunità e risorse.

I ragazzi d’altra parte in questo momento sono in piena ambivalenza, perché da un lato la spinta esogamica li costringe alla ricerca di nuovi oggetti d’amore diversi dai genitori. Tali oggetti, però, sono stati vissuti fino a poco prima come estranei e nemici, e nei fatti spesso risultano deludenti rispetto alle aspettative, costringendo a ripiegamenti verso gli antichi oggetti d’amore, sempre rassicuranti anche se in contrasto con le esigenze della sessualità nascente.

I genitori spesso vogliono proteggere il figlio dalle delusioni e dalle difficoltà di questo incontro con il mondo, offrendogli il rifugio di quella nicchia primaria che il più importante dei compiti evolutivi impone al ragazzo di abbandonare in tempi brevi.

Ho parlato della vita dell’uomo come di una ricca trama simbolica che dà senso alle relazioni e agli scambi della vita quotidiana. Non è che il giovane adolescente debba abbandonare fisicamente la casa dei genitori, ma trovarla simbolicamente trasformata da nido per il cucciolo a base attrezzata per la conquista del sociale.

Un segnale importante che i genitori possono apprestare per evidenziare il cambiamento è la presenza di regole adeguate volte a garantire reciprocamente spazi di autonomia e di rispetto reciproco: quindi un uso ragionato del frigorifero, perché non ci sono solo io e i miei amici, una distribuzione ragionevole dei compiti di riordino e di pulizia: quanto prima era dovuto per l’inettitudine e la bisognosità, ora dev’essere contrattato e regolato. Ciò non toglie che i momenti di difficoltà debbano ancora essere accolti e bonificati dalla coppia parentale, meglio che dalla sola mamma, proprio a segnalare un cambiamento nella cultura familiare dove si può contare su un ascolto più adulto e simmetrico di quello che aveva consolato in età infantile. Pur restando la famiglia un punto di riferimento eccellente, i genitori che la governano non sono più quelli onnipotenti dell’infanzia: un’altra trama simbolica più fraterna e paritetica si sta dipanando, centrata su autonomia, rispetto delle regole e delle capacità.

Corinna Cristiani

   
BIBLIOGRAFIA

  • Cristiani C. (a cura di), Quattro saggi per crescere, Unicopli, Milano 1997.
  • Cristiani C. (a cura di), Percorsi di genere tra natura e cultura, Unicopli, Milano 1996.
  • Giori F. (a cura di), Adolescenza e rischio, Franco Angeli, Milano 1998.
  • Greenspan S.I., Pollock G.H., Adolescenza, Borla, Roma 1997.
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  • Pietropolli Charmet G., Un nuovo padre, Mondadori, Milano 1995. Riva E., Figli a scuola, Franco Angeli, Milano 1997.
  • Vegetti Finzi S., Il romanzo della famiglia, Mondadori, Milano 1992.
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