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INCONTRI - IL RACCONTO DI UN’ADOLESCENZA BRUCIATA

Tutti tristi per Mary

di Giusto Ferronato
    

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 1999 - Home Page Nel 1968 una bambina inglese di soli 11 anni uccise due compagni di gioco. La sua storia, che molto colpì l’opinione pubblica britannica, è stata ricostruita in un libro. Il parere dell’autrice per rispondere a una domanda: «Com’è potuto accadere?».

«Nel mondo ci sono migliaia di bambini che piangono con i loro sguardi. Non chiedono aiuto con le loro voci, ma con il linguaggio del loro corpo». Per la giornalista inglese Gitta Sereny queste sono Grida dal silenzio, titolo del suo ultimo libro appena pubblicato in Italia. Abbiamo incontrato l’autrice durante la presentazione del suo ultimo lavoro presso la Casa della cultura in via Borgogna, a Milano. Un’occasione per parlare del difficile tema affrontato, delle conseguenti difficoltà nella stesura del libro e del fondamentale ruolo educativo della famiglia nel corretto sviluppo di una personalità equilibrata nei bambini.

Il titolo Grida dal silenzio introduce con particolare forza espressiva le invocazioni d’aiuto che una bambina rivolse a chi le stava intorno.

Sono le grida lanciate da Mary Flora Bell, la protagonista di questa storia realmente accaduta, che nel 1968, all’età di soli 11 anni, fu capace di compiere due atroci delitti. I fatti successero a Newcastle, nel nord dell’Inghilterra. Mary tolse la vita a due bimbi, all’epoca suoi compagni di gioco. Processata e condannata all’ergastolo, fu poi rieducata e rilasciata in regime di semilibertà a 23 anni. Tutta la sua adolescenza fu completamente condizionata e bruciata per colpa di quel suo gesto sconsiderato. Affrontò la dura realtà della rieducazione e soprattutto del carcere, dove fu segnata da abusi sessuali. Oggi è madre di una bambina e, pur non potendo cancellare il suo terribile passato, cerca di condurre una vita equilibrata, il più normale possibile.

Nel ricostruire tutte le fasi della triste vicenda, l’autrice ha cercato di rispondere alla domanda: «Com’è potuto succedere che una bambina si sia trasformata in un’assassina?».

«Due sono le ragioni – attacca la Sereny – che mi hanno spinto a raccontare la storia di Mary Bell. Innanzitutto il desiderio di denunciare il sistema giudiziario di nazioni come Inghilterra, Stati Uniti e Canada, in cui una persona è già penalmente perseguibile per reati gravi all’età di 10 anni: è un fatto inaccettabile». In Italia, invece, la legge richiede che il soggetto autore del reato abbia almeno 14 anni. «Il secondo motivo – continua – è quello di ricordare a tutti che l’autore di crimini così violenti è spesso stato, suo malgrado, vittima di qualche trauma; e di questo va tenuto conto sia in sede di giudizio, sia in sede di rieducazione».

Quando il caso esplose, Gitta Sereny seguì la vicenda passo dopo passo raccontandola in un altro suo scritto, intitolato Il caso Mary Bell.

Molti anni dopo, instaurato con lei un rapporto di fiducia, si fece raccontare la sua difficile storia.

  • Che idea si è fatta sulla personalità di Mary?

«Mary fu più volte vittima di abusi e fu sempre rifiutata dalla madre che cercò anche di ucciderla in quattro occasioni: quella bambina divenne un’assassina senza rendersene conto e non perché geneticamente malvagia, come fu sommariamente concluso al processo, ma perché gravemente disturbata e bisognosa d’aiuto».

E proprio parlando del processo, l’autrice ha ricordato che «nessuno della giuria si preoccupò di scoprire il passato di questa bimba. Nessuno si chiese: "Perché?"».

  • Quale fu il ruolo del padre nella sua vita?

«Billy Bell voleva che Mary lo chiamasse zio. Lei era già nata prima che l’uomo sposasse sua madre e solo in seguito fu registrata come sua figlia. Rispetto alla mamma lui la trattava con affetto maggiore, per lo meno senza ostilità. Ma era una persona sicuramente debole, che aveva pessimi rapporti con la moglie e si guadagnava da vivere con piccoli furti. Anni dopo fu condannato per rapina a mano armata e, in definitiva, non si può certo affermare che abbia aiutato Mary a crescere bene, protetta ed educata secondo onestà».

  • Com’è arrivata a occuparsi di questo caso?

«Nell’immediato dopoguerra m’impegnai nel recupero psichico dei piccoli sopravvissuti del campo di concentramento nazista di Dachau, in Germania. È stata un’esperienza rivelatasi assai utile per comprendere meglio la personalità di Mary. Negli occhi e nei gesti di questi bambini ho visto tutta la paura e lo smarrimento di chi era stato gravemente turbato. La cosa che più mi colpì fu la loro assoluta incapacità di distinguere tra il bene e il male. Posso dire con certezza che in Mary ho ritrovato lo stesso sguardo e gli stessi disturbi di molti di loro, proprio perché anche lei fu gravemente traumatizzata, e nel suo caso dalla mamma, la persona che più di altri avrebbe dovuto amarla».

  • Può spiegare la sua avversione per i sistemi giudiziari anglosassoni, che ammettono la perseguibilità penale di bambini di 10 anni, colpevoli di reati gravi?

«È fondamentale chiarire che i bambini autori di questi crimini debbano essere assolutamente puniti: soltanto così, infatti, potranno capire la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ma subito dopo dovranno essere aiutati, ascoltati e recuperati, un compito per nulla scontato e facile. Mi accorgo che nelle nostre società c’è davvero tanto bisogno di persone qualificate e preparate a questo incarico: la direzione da seguire non è l’abbassamento dell’età punibile per tali reati. È un’attenzione maggiore verso i nostri figli da parte delle famiglie e delle istituzioni che si occupano di rieducazione e assistenza a questi bambini con gravissime difficoltà».

  • Nello scrivere il libro non ha mai temuto il rischio di strumentalizzazioni o fraintendimenti, specie verso le famiglie dei due bimbi assassinati?

«Non c’è mai stato un momento in cui non abbia pensato allo strazio di quei genitori, privati per sempre dei loro piccoli. E io stessa mi sono chiesta più volte se quello che stavo facendo fosse giusto nei loro confronti. So bene, infatti, che il loro desiderio è di non sentir mai più parlare di Mary Bell e nel libro metto molto spesso in risalto il dilemma che ho vissuto. Ma uno scopo ben preciso mi ha spinto a proseguire».

  • Quale?

«Il mio scopo è "usare" la storia di Mary perché coloro che hanno il compito di educare imparino a riconoscere il bisogno d’aiuto, quelle grida dal silenzio che tanti bambini ci stanno tuttora rivolgendo. È per il bene di tutti i nostri figli, e ho la speranza che quest’obiettivo possa costituire nel dolore di quelle famiglie, così gravemente ferite, un piccolissimo conforto».

Giusto Ferronato

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