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CONSULENZA GENITORIALE - INSICUREZZE E PAURE DEI PADRI E DELLE MADRI

Genitori in cerca d’aiuto

di Aristide Tronconi
(psicologo)
    

   Famiglia Oggi n. 4 aprile 1999 - Home Page Quando in famiglia la comunicazione con i figli comincia a farsi faticosa e i loro comportamenti di adolescenti appaiono per lo più incomprensibili, papà e mamme si chiedono: «Di chi è la colpa?». Per fortuna, quasi sempre, non è mai di nessuno.

Anni fa, quando lavoravo presso un distretto sociosanitario di base, mi capitava di ricevere telefonate di genitori preoccupati per i loro figli. Metà di queste riguardava genitori di adolescenti. Chiedevano chiarimenti, consigli, ma non era raro che esprimessero il desiderio che io vedessi personalmente loro figlio. A volte, se facevo l’ipotesi di incontrarci solo tra di noi, sentivo dall’altra parte un certo allarme: temevano che io pensassi che fossero loro le persone da "curare". Modificai ben presto il mio modo di rispondere alle telefonate perché capii che quando i genitori interpellano uno psicologo, nel loro animo si è già insinuato il conflitto. Escludendo quei casi in cui i componenti della famiglia sono gravemente disturbati, magari in cura da anni presso i servizi psichiatrici territoriali, il più delle volte il conflitto riguarda la colpa.

Quando in famiglia la comunicazione tra genitori e figli comincia a farsi faticosa e certi comportamenti adolescenziali risultano per lo più incomprensibili, ai genitori viene subito da chiedersi: «Di chi è la colpa?». Fortunatamente, nella quasi totalità dei casi non è colpa di nessuno. Il bambino che si fa grande cambia nel fisico, ma anche nella mente. Ne segue un diverso modo di rapportarsi agli adulti, genitori compresi.

Una persona matura è colui che sa provare fiducia ma anche diffidenza, è colui che oltre a contare sugli altri ha imparato a riferirsi a sé. Ecco perché l’adolescente ha bisogno di immaginare che i propri genitori non siano sempre buoni, capaci, utili. Come potrebbe integrare nella sua mente quegli aspetti positivi e negativi della realtà umana se non avesse modo di vivere nel proprio piccolo tanto il positivo quanto il negativo? Se non riuscisse a cambiare rappresentazione mentale di sé e dei propri genitori, avremmo come risultato un adolescente-bambino, un giovane spaventato di uscire di casa e angosciato di interagire e confrontarsi con persone che non siano i propri familiari.

Il processo di integrazione, tuttavia, non è qualcosa che avviene da un momento all’altro; richiede tempo, sovente anni. Sono proprio questi anni i più difficili da tollerare, perché il cambiamento è sì desiderato, ma d’altra parte è anche temuto.

Oggi, grazie a un continuo studio e approfondimento dei vissuti adolescenziali e familiari, si è arrivati a capire che il cambiamento non riguarda solamente il figlio, ma anche i genitori. Infatti, la loro mente è impegnata nell’elaborare l’esperienza di crescita del figlio.

A volte i genitori provano ad immaginarsi l’adulto che diventerà loro figlio. Si chiedono se sarà ancora legato a loro, se potranno contare su di lui. In altri momenti, quando ipotizzano di perderlo, la domanda riguarda il vuoto che lascerà: sarà mai colmabile?

Più o meno consapevoli che siano, questi interrogativi affollano i pensieri dei genitori riguardo i loro figli, sollevando ora un senso di speranza, ora un senso di sfiducia. La difficoltà nel cogliere dal comportamento del figlio adolescente una qualche traccia di risposta può portare i genitori a provare ansia. E qualora ecceda i limiti individuali di tollerabilità, si diventa irritabili e irrequieti.

I genitori cominciano allora a torturarsi, a chiedersi insistentemente quali siano le possibili cause, o chi siano i presunti colpevoli. Di rado questo atteggiamento aiuta la famiglia; anzi, solitamente produce una sofferenza aggiuntiva. È meglio allora provare a interrompere quel circuito di malessere che rischia, altrimenti, di autoalimentarsi.

Una telefonata emblematica

Ricordo la telefonata di un padre che, dopo essersi presentato, mi passa subito suo figlio senza chiedere il mio consenso. Era la prima volta che li sentivo. Il figlio, con difficoltà, mi dice che i suoi genitori vogliono a tutti i costi che egli prenda un appuntamento con me. Lui non è d’accordo perché gli unici disturbi che sente di avere sono di carattere fisico.

Si chiede perché suo padre voglia mettere di mezzo uno psicologo, quando avrebbe solo bisogno di un bravo medico. Ha accettato di parlare con me perché gli sembrava una scorrettezza mettermi giù il telefono.

Mentre il figlio mi riferisce tutto questo, sento che il padre lo incalza, gli dice di prendere un appuntamento perché gli psicologi sono anche medici.

Chiedo allora di parlare di nuovo col padre, che invito a non dire bugie al proprio figlio, anche se a fin di bene. Gli spiego che spingere suo figlio a presentarsi da me non è opportuno perché mi vedrebbe come un nemico e non come una persona che lo vuole aiutare. Il padre, in lacrime, mi dice che dal medico l’ha già portato e che gli esami fatti sono risultati tutti negativi. Non sa più cosa fare.

Ultimamente, per giunta, con la scusa del malessere fisico, salta anche la scuola. E in famiglia, da mesi, non fanno altro che litigare, rimproverandosi reciprocamente di tutto.

Suggerisco che sarebbe meglio che io vedessi l’intera famiglia, poiché il malessere riguarda ormai tutti loro. Consiglio al padre che sia lui stesso a proporre questa soluzione sia alla moglie che al figlio. Se avessero accettato la proposta, io li avrei incontrati quella stessa settimana.

Spesso, quando si è in preda all’ansia o si è dominati da sensi di colpa, non si pensa che le soluzioni più semplici siano anche quelle che danno dei risultati migliori.

D’altra parte, soltanto l’incontro e la discussione del problema insieme ai genitori potevano toglierli dal momento tragico che stavano vivendo e dare loro la possibilità di sopportare l’idea che non era solo il figlio ad aver bisogno di aiuto.

    Aristide Tronconi

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