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Alcuni aspetti delle cure

Il depresso in famiglia

di Augusto Guida
(direttore della Casa di Cura "Le Betulle" di Appiano Gentile)
      

Famiglia Oggi n. 5 maggio 1997 - Home Page Per aiutare il malato di depressione vige un preciso decalogo da seguire in casa. Dagli interventi psicologici, come l’ascolto, a quelli farmaceutici, come l’uso degli antidepressivi sino all’elettroshock, è opportuno seguire i princìpi generali che la pratica medica validamente suggerisce.

La cosiddetta "depressione" è una malattia coesistente con un alterato biochimismo cerebrale, non diversamente dal diabete, ma più complessa; può essere intesa come un’abnorme esaltazione delle normali oscillazioni dell’umore esistenti in tutti quanti gli individui oppure come un’alterazione patologica dell’umore, diversa dalla normale tristezza. Ciò ovviamente non significa che un trauma psichico o stress prolungati, oppure particolari eventi psico-sociali (perdita, pensionamento, precedenti esperienze di separazione nell’infanzia) o malattie determinate o particolari trattamenti farmacologici non possano provocarla (le cosiddette depressioni "psicoreattive" e iatrogene).

Tuttavia, perché il lutto, le frustrazioni, gli insuccessi, eccetera, possano determinare la depressione, occorre ammettere l’esistenza di una labilità dell’omeostasi timica, ovviamente diversa da caso a caso. Infatti, come nel soggetto non predisposto al diabete gli eccessi alimentari provocano obesità, ma mai il diabete, nel soggetto non predisposto alla depressione i vari stress esistenziali non determinano la depressione, vengono vissuti e gestiti entro i confini della tristezza. Ovvio è il discorso nel caso delle depressioni dette endogene, non motivate da cause esistenziali determinate, dove la malattia è chiaramente indotta da un alterato biochimismo cerebrale. Infatti non va dimenticato che il cervello è sede anche dei nostri processi psichici; quando disfunziona, sia per cause endogene sia per cause che gli provengono per via sensoriale dagli accadimenti negativi dell’esistenza, esso altera le funzioni che gli sono proprie, ideative, timiche, eccetera, non diversamente dagli altri visceri. La depressione è una malattia polisintomatica e può esprimersi con netta prevalenza psichica oppure somatica, condizione che dà luogo a sindromi depressive talora veramente complesse e di difficile diagnosi (vedi, per esempio, le depressioni mascherate). Sul versante somatico vanno segnalati: stipsi, più raramente diarrea, meteorismo, turbe del sonno con un prevalere dell’insonnia, intolleranza al freddo e al caldo, secchezza alle fauci (evidente soprattutto alle labbra: da riduzione della salivazione sino ad un terzo), perdita dell’appetito senza cause evidenti con calo di peso corporeo, ridotta potenza sessuale sino all’impotenza e alla frigidità, amenorrea, astenia muscolare, dolori saltuari di tipo artrosico diffusi a tutte le articolazioni soprattutto alla colonna vertebrale, cefalea, crisi lipotimiche, sensazioni vertiginose, nausea con conati di vomito specie al mattino, dolori pseudoanginosi, difficoltà respiratorie a tipo "inspiratio sospirosa", senso di bolo pseudoisterico, numerose altre sensazioni di difficile definizione interessanti varie parti del corpo (psichestesie) e altri disturbi neurovegetativi.

Sul versante psichico si assiste ad una compromissione dell’affettività con uno stato di avitalizzazione, di scontentezza, di incapacità di provare gioia e piacere (anedonia), perdita di interessi con autosvalutazione e pessimismo, di sofferenza interiore, di ansia e angoscia, di drammatizzazione di ogni avvenimento e impegno, di disperazione, condizione timica che si riflette sul comportamento in un rallentamento psicomotorio con perdita degli interessi nei confronti del lavoro, degli affetti, della famiglia, degli amici, della vita con fantasie, troppo spesso realizzate, di annientamento, di suicidio. Sul piano ideativo si rilevano rallentamento, una povertà della idee sino alla polarizzazione del pensiero ad un solo tema, che nelle forme più gravi diviene delirio. Nell’adulto il tema depressivo dominante non è casuale: viene determinato dagli interessi preesistenti del malato, cioè dalla sua storia personale, dal mondo nel quale è vissuto, soprattutto dal livello della sua maturità intesa come capacità di elaborare e possedere utilmente le proprie esperienze esistenziali.

Nelle fasi iniziali della depressione il tema dominante può non apparire in modo evidente, mascherato da un malessere generale fisico e psichico, da generiche preoccupazioni ipocondriache. Nelle fasi più avanzate e gravi, invece, nel delirio depressivo (nel delirio "congruo" all’umore), il commerciante, l’industriale vivono la malattia come rovina economica, miseria; il professionista come la perdita delle capacità di esercitare la propria attività lavorativa. Di contro nei Paesi di cultura primitiva, come l’Africa centrale, il delirio depressivo viene proiettato; il malato si sente vittima della "magia", della "fattura", non si sente colpevole ma danneggiato dagli altri e agisce di conseguenza: rarissimo infatti il suicidio, più frequente "l’omicidio depressivo" con l’eliminazione del ritenuto responsabile della malattia.

Ma questo atteggiamento persecutorio-interpretativo può svilupparsi in personalità evolute anche nei nostri Paesi; la persecuzione in questo caso viene solitamente vissuta come "meritata" e il delirio viene definito "incongruo" all’umore.

Il tema depressivo dominante rivela sinteticamente e drammaticamente nella patologia gli interessi autentici e il grado di evoluzione della personalità premorbosa dell’individuo. Nel bambino, invece, non esiste questa differenziazione delle tematiche depressive; sino ai sei anni la depressione si esprime essenzialmente a livello orale, con disturbi della condotta alimentare (soprattutto rifiuto del cibo), del sonno e del gioco e si può sviluppare un’ansia di separazione con il timore di essere abbandonati dai genitori: la cosiddetta depressione "anaclitica" dei bambini abbandonati in istituto dopo i sei anni con difficoltà scolari e di inserimento sociale a livello dei compagni di scuola; possibile e frequente il suicidio: negli Usa, terza causa di morte tra i bambini delle elementari, seconda tra gli adolescenti delle scuole superiori.

Nelle persone anziane vi possono essere sintomi che fanno pensare ad una demenza con disorientamento, perdita della memoria, eccetera. Se si fa eccezione alle depressioni endogene, soprattuto ai disturbi bipolari, nei quali spesso l’esordio della malattia è esplosivo (nei termini talora di alcune ore o di pochi giorni), nelle altre depressioni solitamente la malattia viene preceduta anche per lunghi periodi di tempo (mesi, anni) da manifestazioni sintomatologiche talora assai complesse e peculiari, le quali possono essere esclusivamente psichiche o somatiche o miste. Per esempio: perdere il piacere di vivere, vivere cioè la vita come un dovere; sentirsi vecchi a qualsiasi età; drammatizzare gli eventi dell’esistenza (personali e sociali) in un pessimismo non preesistente; modificare immotivatamente senza giustificazioni le proprie posizioni e scelte religiose, politiche, di rapporto col mondo, con se stessi, con l’altro sesso, con la comparsa di problematiche sessuali non preesistenti o superate; cefalee inabituali. E altre manifestazioni del tutto particolari, come provare disperazione anche grave limitata all’effettuazione di un’azione determinata: all’atto di lavarsi il volto, di fare la doccia o il bagno, di truccarsi, di coricarsi o di alzarsi al mattino, di sedersi a tavola per mangiare.

Queste manifestazioni, estremamente diverse e polimorfe, possono persistere anche per anni isolatamente o combinate tra loro, ma non necessariamente evolvono in depressione manifesta: e pertanto possono passare del tutto indiagnosticate. Vanno pertanto considerate manifestazioni di allarme che possono giustificare l’avvio o la ripresa della terapia antidepressiva. La cosiddetta "depressione" può presentarsi anche in altre malattie, psichiche e non, aggravandone e complicandone la sintomatologia, talora in associazione casuale, tal’altra facilitata dalla forma morbosa preesistente. In particolare può presentarsi in ogni tipo di disturbo psichiatrico: nelle psicosi schizofreniche, nei disturbi di ansia, nelle cerebropatie organiche, nei disturbi di personalità, eccetera. In questo caso la depressione apporta le modifiche somatiche, psico-affettive e comportamentali che le sono proprie, ma non modifica le tematiche psichiche peculiari e dominanti preesistenti, anzi le amplifica, le drammatizza, rendendo al malato assai più difficile la convivenza col suo delirio nel caso dello schizofrenico, con le sue ossessioni e fobie nel caso del nevrotico.

Su un piano generale, per evitare errori psicologici talora molto pericolosi, è bene tenere presenti alcuni princìpi generali, ma di valore pratico, su come va trattato il depresso a livello psicologico. Il depresso non va anzitutto frustrato; è carente d’amore e questo amore, che richiede sotto varie forme (di rassicurazione, di incoraggiamento, di affetto, eccetera), non gli va negato; in preda alla disperazione, come si trova, dev’ essere scaricato da ogni responsabilità, decisione, attività; inutili le cosiddette "distrazioni" vissute – qualunque esse siano – come impegno angoscioso da chi, nelle forme più gravi, ha il solo desiderio di regredire alle fasi uterine, che tenta di realizzare rifugiandosi nel letto o nelle fantasie di morte.

Mai fare appello alla cosiddetta "buona volontà", venuta meno col cessare di ogni interesse e di ogni energia interiore, in quanto significa aumentare inutilmente i sentimenti di colpa. Anzi, nelle fasi più gravi della malattia, il malato va aiutato a realizzare pienamente il ruolo di "malato" che gli compete, non diversamente da un grave infartuato o tubercolotico, e deve essere consigliato a fare ancor meno di quanto non si sentirebbe di fare. Solo durante la convalescenza è opportuno modificare questo atteggiamento e incoraggiarlo e sollecitarlo a riprendere gradualmente iniziative, cioè a riaffrontare la vita. Il depresso va ascoltato con pazienza, con benevolenza e comprensione nelle sue doglianze e lamentele, nelle sue pretese ed esigenze di una rapida guarigione, nelle sue proteste più o meno esplicite, perché questa non si realizza immediatamente, spesso nei suoi rimproveri angosciosi quasi il medico ne fosse il responsabile. Occorre fare attenzione che questo atteggiamento, più o meno mascheratamente aggressivo del malato, non provochi reazioni negative o punitive da parte del terapeuta, il quale deve invece mantenere un atteggiamento fermo e conseguente, ma sempre oblativo e affettuoso. In questo particolare settore della patologia il terapeuta migliore è colui che sa accettare più pienamente, quasi con vocazione francescana, questo scomodo ruolo di padre: dare cioè molto e ricevere molto poco.

Segue: Il depresso in famiglia - 2

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