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Materiali & Appunti

Quel mormorio privo di senso umano
Desolazione e vuoto si fanno parola

di Gabriella Stanchina
      

Famiglia Oggi n. 5 maggio 1997 - Home Page Spesso gli scritti poetici e creativi riportano il complicato mondo interiore dei melanconici. Nella filosofia e nella letteratura ritroviamo le descrizioni più convincenti. Si conferma così il legame che unisce arte e male di vivere.

Nell’ormai vastissima letteratura che in questo ultimo decennio ha preso in oggetto quella singolare eclissi interiore che chiamiamo "depressione", si stagliano ormai due universi interpretativi in cui questa ferita dell’animo, contratta su se stessa e per definizione inaccessibile al linguaggio feriale e usurato del comune sentire, tenta ciò nondimeno di farsi parola, descrittiva o evocatrice. Il primo campo, in cui si misura questo corpo a corpo tra l’urgenza muta del dolore e la necessità della condivisione dialogica con gli altri, è tracciato dalle innovative scoperte della neuropsichiatria intorno al preciso funzionamento della serotonina e dei recettori del "sistema umorale".

Questa tendenza si è espressa da un lato nello studio di psicofarmaci mirati che hanno sottratto quasi sempre la depressione alla sua involuzione distruttiva, consentendo a molte persone depresse di varcare due volte, nell’inabissamento e nel ritorno, la soglia che separa la normalità socialmente stabilita da ciò che ne viene estromesso come patologico.

Ciò ha permesso loro di poter espandere e moltiplicare di nuove dimensioni dolorose e feconde la statica geometria della normalità, cogliere le pieghe e i bordi oscuri del suo troppo superficiale appagamento.

Da un altro lato tuttavia, nella letteratura psichiatrica, con il suo confine storicamente mobile ma metodologicamente rigido, impermeabile ad osmosi e contaminazioni, tra "salute" e "malattia", la depressione cade spesso vittima di un meticoloso istinto classificatorio che polverizza la sua trama coerente in una miriade di sintomi disparati e arbitrari. A questa frantumazione indecifrabile e dissipativa dei sintomi, che inevitabilmente nasconde la persona depressa dietro l’oggettivazione della malattia e la priva del suo insostituibile ruolo di testimone di una diversa possibilità dell’essere umano, si contrappone l’analisi della scuola fenomenologica, che si ispira a filosofi come Husserl e Heidegger e ha come proprio capostipite lo psichiatra Ludwig Binswanger. Egli, nel tentativo di recuperare la coscienza come totalità significativa, definisce la depressione non come "antitesi radicale alla norma", ma come "nuova forma dell’essere-nel-mondo" e più incisivamente ancora come esperimento-limite della natura: «L’angoscia melanconica è qualcosa di più e di diverso dell’angoscia originaria dell’uomo, liberata o manifesta. Essa (...) non è un fenomeno originariamente umano, ma un "fenomeno naturale", un "esperimento della natura". In questo esperimento la natura non si ripete, non riprende nulla di preesistente, ma crea qualcosa di nuovo, provando come essa reagisca quando è "turbato il normale corso dei processi naturali", in altre parole quando "i processi naturali non seguono condizioni prestabilite1.

La depressione si manifesta quindi non come prodotto della mente, ma come evento catastrofico che turba la struttura stessa della coscienza come apertura di un mondo (nel linguaggio fenomenologico, il nucleo intenzionale della coscienza), disloca lo spazio, il tempo, il corpo, l’attesa dell’altro in una dimensione apparentemente "deformata" e che purtuttavia l’io incessantemente recupera come unità di senso, come dischiudersi di un mondo altro in cui alberga una verità profonda, nel cui rifiuto o nella cui comprensione si gioca una delle possibilità estreme di arricchimento della persona umana.

L’eclissi del desiderio

Il metodo che intendo qui seguire è quello di presentare alcuni tratti caratteristici del mondo interiore melanconico, così come esso emerge dall’esperienza vissuta dagli stessi depressi, e prestando ad esso la voce di alcune figure letterarie, segnate dall’intuizione e dalla risonanza della malinconia nello spazio poetico e creativo, testimonianze di un’umanità profonda che esige di potersi espandere, anche al prezzo del dolore e della caduta, oltre gli angusti orizzonti del senso comune.

Il nucleo germinale dell’esperienza depressiva è quello dell’eclissi del desiderio, dell’"anedonia", cioè dell’impossibilità di provare piacere, dell’allentamento di quella tensione progettuale e trasformativa che lega la donna e l’uomo al mondo. Usando un’espressione di Jean-Paul Sartre si può definire la malinconia come perdita della capacità di «trasfigurazione magica» del reale, intendendo con ciò lo spegnimento di quelle pulsioni, sempre operanti in ogni esperienza, anche se spesso inconsciamente, della volontà e del desiderio. Esse tracciano nella realtà un reticolato di sentieri che ordinano l’azione verso la meta desiderata, apprestando così al pensiero e alla riflessione un mondo già raccolto e prospetticamente ordinato in funzione dell’io, un mondo-per-noi, in cui il soggetto possa dimorare senza sentirsi straniero. Il mondo che si apre allo sguardo della persona depressa, come universo svuotato di emozioni e di progetti, è perciò un mondo messo a nudo, scarnificato, ridotto all’essenziale, quasi una proiezione claustrofobica della derelizione interiore. In questo mondo la donna e l’uomo sperimentano la solitudine più radicale: quella della noia profonda, in cui non è l’alterità ad essere assente, ma il soggetto a scoprirsi assente in un cerchio chiuso di cose e di sguardi in cui la sua esistenza è superflua, ridondante, indifferente.

Il mondo sussiste non più come ambiente, ma come un’urna cava in cui non vi sono più oggetti, orientati verso la persona in virtù della loro funzionalità o del valore estetico, specchi confermanti e appaganti l’azione del soggetto che crea il suo mondo, ma soltanto cose, inaccessibili e contratte nel loro muto, enigmatico esistere, spogliate di ogni senso umano.

La scrittrice brasiliana Clarice Lispector nel suo capolavoro La passione secondo G.H. descrive così il passaggio della protagonista dal proprio mondo-dimora alla stanza chiusa in cui si svolgerà il romanzo, immagine di un’anima estraniata che si scopre vertiginosamente sospesa sul vuoto e attraversata da segni indecifrabili: «Dalla porta io ora vedevo una stanza con un suo ordine calmo e spoglio. Nella mia casa, fresca, accogliente e umida, la domestica, senza avvisarmi, aveva aperto un vuoto arido. (...) Il locale sembrava situato a un livello incomparabilmente più alto dell’appartamento stesso. È nata allora la mia prima impressione di minareto, librato sopra una distesa illimitata. Di quell’impressione io per ora percepivo solamente il disagio fisico. Il locale non era un quadrilatero rettangolo: due dei suoi angoli erano leggermente più aperti. E, pur essendo questa la sua realtà materiale, era come se fosse invece la mia vista a deformarlo. Sembrava la rappresentazione su un pezzo di carta di come io avrei potuto vedere un quadrilatero: ormai deformato nelle sue linee di prospettiva. (...) Il fatto di non essere perfettamente regolare nei suoi angoli gli conferiva una parvenza di fragilità alla base, come se il locale-minareto non fosse inserito nell’appartamento né nell’edificio. (...) Sulla parete a calce, contigua alla porta, c’era, quasi a grandezza naturale, il contorno a carboncino di un uomo nudo, di una donna nuda e di un cane che era più nudo di un cane. Sui corpi non era disegnato quel che la nudità rivela, la nudità risultava solamente dall’assenza di tutto quel che copre: erano i contorni di una nudità vuota. (...) Lì ogni figura si trovava sulla parete esattamente come ero rimasta io, dura e impalata sulla soglia del locale. (...) E nulla lì era stato fatto da me: lì era il luogo stesso del sole, inchiodato e immobile, in una durezza di luce come se neppure di notte quella stanza abbassasse le palpebre. Tutto, lì dentro, era nervi riarsi che avevano disseccato le loro estremità in nodi di fil di ferro. Mi ero preparata a spazzare sporcizia, ma lottare con quell’assenza mi disorientava»2.

Questa condizione di "spossessate del mondo" è ciò che conduce spesso le persone depresse all’inerzia, che si manifesta nel sentimento dell’infinito dilatarsi dei tempi e degli spazi, dell’impossibilità attonita di raggiungere le più semplici tappe quotidiane, come alzarsi, attraversare da un’estremità all’altra un corridoio o afferrare un oggetto prima familiare e ora ostile, sussistente in sé e muto: «Mi sono accorta a quel punto che la stanza esisteva di per sé. (...) La stanza era in se stessa. Era l’alta monotonia di un’eternità che respira. La cosa mi spaventava. Il mondo non mi spaventerebbe solo se io riuscissi a essere il mondo. Fossi il mondo, io non avrei paura. Se noi siamo il mondo, allora veniamo mossi da un delicato radar che ci guida»3.

Il tempo esce dai cardini

Quando parliamo di progetto, di familiarità, di ordine quotidiano, come di aspetti sfigurati o cancellati dal grigiore melanconico, facciamo implicitamente riferimento alla dimensione del tempo, come costitutiva di una coscienza che si costruisce il proprio alveo vitale facendo memoria del passato, stabilendosi nel presente e protendendosi verso il futuro della speranza o dell’attesa, in un ininterrotto fluire e compenetrarsi di queste tre azioni.

Il senso del fluire temporale è quindi ciò che è anzitutto compromesso nella persona depressa, tanto da permettere a Binswanger di scrivere: «In quell’esperimento della natura che è la melanconia, abbiamo potuto studiare, in maniera particolarmente chiara, il "processo" della costituzione temporale, proprio nel punto d’interruzione della sua struttura»4.

Nel dilacerarsi di questa delicata e complessa struttura che è il tempo come dimensione dell’anima, ciò che il depresso vive è un blocco, una pietrificazione del divenire temporale, non più sorretto dalla progettualità e dal desiderio. Un primo stadio può essere la percezione di un rallentamento del pensiero, delle parole e delle azioni, accompagnato dal fastidio per l’apparente accelerazione e frenesia con cui le altre persone si muovono sicure nel mondo.

A ciò si accompagna spesso l’angoscia per la brevità del giorno, per lo scorrere indifferente del tempo, che lascia la persona depressa arenata all’istante vuoto e senza scopi del proprio dolore, e alla cui fuga rapace viene imputata la crudeltà della propria intima deprivazione e spoliazione.

Tre momenti sono caratteristici di questa condizione in cui, come afferma il melanconico per eccellenza Amleto: «Il tempo è scardinato»5. Innanzitutto, la sospensione del tempo, il senso di un’eternità immobile dell’istante che si sostanzia in una durata inestinguibile del dolore. Come afferma Kirillov ne I demoni di Dostoevskij: «"La vita esiste, la morte non esiste affatto". – "Avete cominciato a credere nell’eternità della vita futura?". – "No, non nella eternità della vita futura, ma di questa vita. Ci sono dei momenti, voi arrivate a certi momenti in cui il tempo si ferma e diventa eterno"». E ancora: «Il tempo non è un oggetto, è un’idea. Si spegnerà nella mente»6.

Segue: Quel mormorio privo di senso umano - 2
      

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