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Materiali & Appunti

Quel mormorio privo di senso umano - 2
Desolazione e vuoto si fanno parola

di Gabriella Stanchina
      

Famiglia Oggi n. 5 maggio 1997 - Home Page Tormenti del passato

Vi è poi la cognizione paralizzante che, in questo tempo che si accumula monotono, senza disperdersi o fluire, tutto sia già da sempre avvenuto, e la compiutezza irredimibile della vita sia proprio nel permanere in questo istante, come un perno attorno a cui cose e persone ruotano ed eternamente ritornano identiche come ombre spettrali. L’assenza di speranza spesso connessa alla depressione è quindi completamente diversa dall’abbattimento o dal sentimento negativo di lutto e tristezza che si manifesta nel pianto: essa assomiglia piuttosto all’impotenza stupefatta della noia profonda, rispetto a cui «ci si lascia sprofondare, si scava nell’anima; poiché nell’emozione data dal dolore, dalla disperazione, dall’ossessione vi è almeno la sensazione di vivere (!), anche se si è in un circolo chiuso»7.

Infine, il fondamento di quest’ultima percezione si può rinvenire nel rapporto peculiare che la persona depressa intrattiene con il passato, e che Julia Kristeva definisce "incriptazione". Gli eventi e le stagioni passate non tornano più alla mente in forma di ricordo che intesse il presente ed evoca in sé una promessa di futuro, come nella celebre poesia di Ungaretti: «È nei vivi la strada dei defunti, / Siamo noi la fiumana d’ombre, / Sono esse il grano che ci scoppia in sogno, / Loro è la lontananza che ci resta, / E loro è l’ombra che dà peso ai nomi»8. Essi appaiono piuttosto come crisalidi pietrificate, resti di un passato non assimilabile come proprio, ma archeologico e statico, cifre indecifrabili che tormentano l’anima con l’ineluttabilità del loro non-poter-più-essere e affollano come modelli irraggiungibili un presente che su di essi si vorrebbe forgiare e appare sempre nondimeno drammaticamente inadeguato.

La scrittrice Fleur Jaeggy affida ad un proprio personaggio questa illuminante descrizione di Frédérique, una giovane donna geniale ma assediata da un destino di follia: «A scuola era – mi sembra inutile dirlo – la più brava. Sapeva già tutto, credo dalle generazioni che l’avevano preceduta. Aveva qualcosa che le altre non avevano, non mi restava che giustificare il suo talento come un dono dei morti. Bastava sentirla in aula leggere i poeti francesi, erano scesi in lei, lei li ospitava. Noi eravamo forse ancora innocenti. (...) Qualche volta ho pensato a lei, mentre stavamo insieme a parlare, alla sua bellezza, alla sua intelligenza, a qualcosa che aveva di perfetto. Sono passati tanti anni e ancora rivedo il suo viso, un viso che ho cercato in altre donne, che non ho mai trovato. Era integerrima. Qualcosa di pericoloso»9.

Se l’irremovibilità del passato che adombra il presente è il punto che genera la spirale infinita e autoalimentantesi dei sensi di colpa, la cognizione dell’avvenuto compimento del tutto e quindi della superfluità del continuare a vivere non si esprime solo nell’atto estremo del suicidio, ma, come fa rilevare acutamente Eugenio Borgna, in una rappresentazione paradossale della morte come evento impossibile, cioè non anticipabile nella volontà o nell’angoscia, perché già avvenuto (nello spegnimento interiore) e tuttavia, nel perpetuarsi inesorabile della vita, già da sempre fallito: «Quando la malinconia si trasforma e si radicalizza, l’esperienza della morte non è più quella che conosciamo: la morte, cioè, può essere vissuta come impossibile (si è immortali e si è sottratti alla morte) o, invece, come una morte già realizzata ma trascesa in una condizione di eterna sopravvivenza (si è morti, ma si continua a vivere e a sopravvivere in una Stimmung di atroce stupefazione10.

Il ritorno alla vita

Eugenio Borgna riporta come esempio il cacciatore Gracco, protagonista dell’omonimo racconto kafkiano, rimasto sospeso tra la vita e il regno dei morti di cui ha smarrito la strada, ma vale la pena ricordare il personaggio di un racconto di García Márquez, "morto" da diciotto anni e mantenuto, per volere dei medici, in vita, una vita artefatta e surreale cui egli spera vanamente di poter porre fine: «E lui sapeva che adesso era "realmente" morto. Lo sapeva a causa della quieta tranquillità con cui il suo organismo andava alla deriva. Le pulsazioni impercettibili, che solo lui riusciva a sentire, erano ormai scomparse dal suo polso. Si sentiva pesante, attratto da una forza esigente e imperiosa verso la primitiva sostanza della terra. (...) Era pesante come un cadavere autentico, innegabile. Ma così era più riposante. Non doveva neppure respirare per vivere la sua morte»11.

Lo stato paradossale della mente sopra descritto può trovare un’adeguata risonanza nella definizione binswangeriana della depressione come "tristezza vitale", come ferita cioè che precede gli atti volontari, coscienti del soggetto e affonda le sue radici nella dimensione originaria, pre-logica, indifferenziata della nuda vita. Scrive ancora Clarice Lispector: «Quel mormorio privo di qualsiasi senso umano sarebbe quindi stato la mia identità che tocca l’identità, o meglio che tocca nell’identità delle cose. So che, in rapporto all’umano, quella preghiera neutra sarebbe stata una mostruosità. Ma in rapporto a ciò che è Dio, sarebbe stata: essere. Io ero stata costretta a entrare nel deserto per sapere con orrore che il deserto è vivo. (...) Ero indietreggiata fino a sapere che in me la vita più profonda è precedente l’umano – e avevo per questo avuto il coraggio diabolico di abbandonare i sentimenti. Io avevo dovuto non dare valore umano alla vita per poter capire la dimensione, ben più che umana, del Dio»12.

In questa spoliazione dell’ordine quotidiano, della ferma certezza di sé, persino della speranza, in questo vertiginoso inabissamento nell’essenziale nudità dell’esistere, risiede forse la verità della depressione, il nucleo inaudito di verità che essa può riportare alla vita, l’esigenza di trasformazione del quotidiano che la pervade. In questa eclissi estrema può sorgere un’empatia creaturale, un riconoscimento corporale prima ancora che discorsivo, dell’unitarietà della condizione umana, del comune dolore che la attraversa, dei confini immensi di ogni essere che ci si avvicini, prima di ogni superficiale distinzione istituita dalla razza o dalla cultura: «La spersonalizzazione come la grande oggettivazione di se stessi. (...) Chi si raggiunge mediante la spersonalizzazione riconoscerà l’altro sotto qualsiasi maschera. Il primo passo in rapporto all’altro è trovare in se stessi l’uomo di tutti gli uomini. Ogni donna è donna di tutte le donne, ogni uomo è l’uomo di tutti gli uomini, e ciascuno di loro potrebbe presentarsi ovunque si giudica l’uomo. (...) La mia cultura mi era necessaria perché io salissi tanto da avere da dove poter cadere. È proprio tramite l’afasia che si udrà per la prima volta la mutezza propria e quella degli altri e quella delle cose, e la si accetterà come il possibile linguaggio. Solamente allora la mia natura verrà accettata, accettata con il suo supplizio stupefatto, dove il dolore non è qualcosa che ci accade ma ciò che noi siamo. E verrà accettata la nostra condizione come l’unica possibile, perché è quanto esiste e non altro. E perché viverla è la nostra passione»13.

Gabriella Stanchina
   

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