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RISORSE E INTERROGATIVI DI UN’ETÀ DA RICONOSCERE (2)

Il preadolescente di oggi

di Severino De Pieri
(psicologo e direttore del Centro Cospes di Mogliano Veneto)
        

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 1998 - Home Page

L’importanza del corpo

I ragazzi, dai dieci anni in poi, sentono un prepotente impulso a lasciare la casa per esplorare il territorio e conquistare spazi sempre più ampi, anche con l’ausilio di ogni mezzo di trasporto. Questa capacità di espandersi nello spazio trova la spinta nel bisogno irrefrenabile di movimento che vibra in un corpo giovane, attraversato in particolare dal fremito della pubertà.

Il corpo diviene così uno strumento di comunicazione e allo stesso tempo il tramite attraverso cui veicolare e scandire le pulsioni sessuali, più o meno avvertite come oscure e ansiogene. Il corpo in movimento è un test per verificare l’identità e la normalità psicologica e sociale. Un corpo che porta dentro le premesse per scambi affettivi e sociali fortemente dilatati nell’amicizia e nella vita di gruppo.

A partire dalla seconda media si fa più avvertito il bisogno di impostare la propria vita secondo un progetto, inizialmente carico di valenze emotive e affettive, secondo il sorgere di un vasto mondo di interessi e, successivamente, più concentrato nella realizzazione di un ideale di sé che viene via via emergendo e precisandosi. Esso non coincide solo con le scelte scolastiche e professionali, ma anche con i modi d’essere nella vita, dal carattere allo stile dei rapporti, ai valori di fondo in cui credere e alle realizzazioni che si sognano più ambìte e adeguate per sé, come essere onesti, farsi una famiglia propria, affrontare qualche ideale.

La religiosità nella preadolescenza, oltre che frutto di ambiente, può essere anche molto personalizzata, mette le premesse e avvia una relazione religiosa più matura, libera e responsabile nelle età successive.

Quanto all’apertura sociale i preadolescenti possiedono una grande sensibilità, sono particolarmente attenti e capaci di cogliere gli stati di bisogno attorno a sé, tra i coetanei e nell’ambiente sociale. Per questo sono spontaneamente pronti a dare una mano quando vengono sollecitati con motivazioni che contrastino l’impigrimento e l’indifferenza individualistica di certi contesti, portandoli a forme coraggiose di generosità.

Non siamo ingenui né utopistici, impedendoci di cogliere anche le forme di esclusione e di cattiveria che possono essere presenti tra i soggetti di questa età, ma nel miscuglio del bene e del male emergono con freschezza alcune insospettate forme di disponibilità sociale, anche di tipo solidaristico, che vanno individuate e incanalate. Il problema consiste nel tipo e nella qualità di guida educativa da garantire a presidio di questo importante aspetto dello sviluppo.

Le indagini nazionali e locali sulla preadolescenza hanno permesso di studiare la condizione preadolescenziale ai nostri giorni e di conoscere dalla viva voce il loro mondo interiore e le loro richieste più o meno esplicite riguardo agli adulti che devono prendersi cura di loro. È interessante cogliere e talora anche decodificare le loro domande rivolte alle istituzioni educative. Nel rapporto preadolescenti-società appare perciò utile riformulare le risposte, tenendo conto di ciò che pensano gli adulti, ma anche di ciò che chiedono i ragazzi.

Domande impegnative

Le "domande" che i preadolescenti pongono alla famiglia sono: dialogo educativo più ampio e profondo; spinta all’autonomia, non iper-protezione o sostituzione delle energie e risorse dei ragazzi; educazione affettiva e sessuale e non il silenzio o trascuratezza; guida nel cammino della crescita e non solo accontentamento dei bisogni materiali; orientamento nelle scelte non solo scolastiche ma culturali e vocazionali in senso ampio.

Per questo la famiglia deve ripensare il proprio impegno educativo. I ragazzi fanno domande serie, non insensate; impegnative, non banali. Più che obbedienza a degli ordini, chiedono le motivazioni dei comportamenti e l’esempio degli adulti al riguardo. I quali, più che con le parole, danno con la propria vita l’indicazione dei percorsi da compiere. Quindi non un genitore latitante, fuggito dal campo, disertore dell’educazione. Non un genitore "disco", che fa prediche, ma una presenza educativa autorevole ed efficace, impartita a nervi saldi, al momento opportuno, suffragata da motivazioni, basata sulla fiducia che il ragazzo dispone di soluzioni autonome a molti comportamenti che fanno problema. Il preadolescente non chiede ricette o indicazioni. Chiede che gli vengano poste più domande che risposte, con possibilità di sperimentarsi e anche di sbagliare e correggersi.

Alla scuola i preadolescenti chiedono: ambiente di vita e di educazione, non solo luogo dove si può fare istruzione, con l’accoglienza di tutte le esigenze della crescita (perciò domandano un insegnante testimone, autorevole, educatore, modello di riferimento); stimolo alla creatività e non solo acquiescenza ripetitiva di apprendimenti codificati; educazione sessuale vera e propria e non solo parziale e sporadica informazione; valorizzazione positiva e non solo valutazione del rendimento scolastico; orientamento continuato e strutturato e non solo episodico e frammentato. Per tanti ragazzi di scuola media, la scuola che frequentano non è proprio così; non dà questi tipi di risposte. Più che un trampolino di lancio, essa è talora una trappola mortale, una struttura fonte di disadattamento irreversibile.

Alla società civile i preadolescenti chiedono: attenzione e ascolto alle proprie aspirazioni e inclinazioni; prevenzione sociale delle forme di degrado ambientale e del disadattamento sociale; uso educativo e non solo consumistico dei mass-media, con iniziative mirate specificamente alle esigenze della formazione integrale dei ragazzi; spazi per lo sport e l’espressività ludica e sociale; centri educativi per incrementare le forme associative e rispondere ai bisogni non solo del recupero ma soprattutto dell’educazione sociale.

Come rispondere educativamente alle "attese"? Senza entrare in merito a un discorso dettagliato di progettazione e di metodologia educativa più ampia per la preadolescenza (compito che d'eV’essere affrontato secondo le caratteristiche e le responsabilità specifiche di ogni istituzione che ha a che fare con loro), indichiamo alcuni traguardi comuni e irrinunciabili da raggiungere come comunità globale.

Anzitutto accogliere la preadolescenza come età specifica, distinta dalla fanciullezza e dall’adolescenza e connotata da caratteristiche evolutive proprie. Non più dunque "età negata", ma riconosciuta, valorizzata e incrementata secondo i compiti di sviluppo che abbiamo individuato, attraverso una conoscenza più completa e oggettiva di questa importante e fondamentale stagione della vita.

Nella comunità e nelle istituzioni occorre considerare e valorizzare i preadolescenti come soggetti sociali importanti e attivi, dando loro la parola, accogliendo le loro richieste, stimolando iniziative che possono essere affrontate e compiute da loro a favore della comunità.

Non si possono tenere in frigorifero e in parcheggio soggetti pieni di vita, che sentono il bisogno di sperimentare non solo la propria vitalità ma anche le loro competenze, secondo quanto l’età loro consente.

Occorre perciò contrastare un tipo di educazione che, ispirandosi all’iperprotezione, non stimola all’autonomia e alla responsabilità delle persone che devono sviluppare nel tempo giusto abilità decisionali e morali loro proprie. È pacifico che ogni istituzione che voglia educare debba ispirarsi a un progetto; ma ciò che appare necessario è trovare le vie e i modi per un progetto comune, confrontato e attuato in sinergia di intenti e di iniziative. Questo è l’aspetto più delicato e anche il più importante del rapporto preadolescente-società. Alla disarmonia e frammentazione della loro età deve far fronte un progetto unitario e unificante, per facilitare un cammino meno disagiato e rischioso nella costruzione della loro incipiente identità. Educare a questa età vuol dire il più delle volte animare, far cioè crescere stimolando l’interesse, la partecipazione e il coinvolgimento dei ragazzi stessi, in modo che non siano concepiti come soggetti passivi, ma attivi e in molti casi anche protagonisti del loro divenire. Ciò comporta la scelta dell’animazione come modalità educativa e la formazione di animatori preparati. Non si può misurare la crescita di una comunità a prescindere da quanto si fa o non si fa a favore dei soggetti di questa età.

Ora disponiamo di un termometro più preciso, meglio graduato e anche altamente differenziato secondo le variabili età, sesso, ceto sociale, zona di residenza, tipo di educazione impartita. Non solo a casa, ma anche a scuola, in parrocchia e perfino nei consigli di quartiere sarà necessario d’ora in poi fare queste verifiche, perché questi sono gli anni che forse contano di più per costruire un futuro personale e sociale diverso, più positivo e promettente. Occorre tenere vigile e sostenere la dimensione dell’orientamento nella preadolescenza. È un’età che prefigura il futuro della persona, età di intuizioni e di desideri acerbi ma fecondi. Non si tratta di decidere il futuro personale, professionale, esistenziale, ma di mettere le basi per le scelte di domani attraverso le piccole decisioni di ogni giorno.

Severino De Pieri

  

BIBLIOGRAFIA

  • Cospes (a cura di), L’età negata, Elle Di Ci, Leumann (To) 1992.
  • De Pieri S., Tonolo G., Preadolescenza. Le crescite nascoste, Armando, Roma 1990.
  • Tonolo G., De Pieri S., Educare i preadolescenti, Elle Di Ci, Leumann (To) 1990.
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