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I PERCORSI DEL CAMBIAMENTO

Il fidanzamento nella storia

di Giorgio Campanini
(docente f.r. di Sociologia)
            

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 1999 - Home Page Nel corso dei secoli sono gradualmente scomparsi i riti di passaggio che introducevano al matrimonio. Rimangono alcune consuetudini formali che variano nei contesti culturali e sociali. Inoltre, è ormai insignificante il condizionamento delle famiglie di origine sulla scelta del partner.

Non è facile ricostruire i percorsi storici di quella categoria che può essere ricondotta al termine di "fidanzamento" (o, con specifico riferimento al mondo latino e in parte al mondo ebraico, di sponsali/sponsalia). Quasi ovunque, nei limiti in cui ne è stata conservata memoria, al matrimonio si è giunti attraverso un "rito di passaggio" che ha assunto, nelle diverse epoche e nelle varie culture, forme alquanto diverse: dalla presentazione alla famiglia d’origine del "pretendente" o della "promessa sposa" allo scambio di regali e di doni aventi un forte significato simbolico, alla stipulazione di veri e propri "contratti nuziali", aventi come oggetto la trasmissione dei beni da un nucleo familiare all’altro, spesso nella forma, a lungo persistita in Occidente, della "dote".

Sotto questo profilo, l’evoluzione della categoria di "fidanzamento" può essere riassuntivamente così formulata: l’età moderna, e più specificamente gli ultimi due secoli della storia dell’Occidente, sono caratterizzati – con una netta presa di distanza da quanto era avvenuto nelle precedenti fasi della storia – dal venir meno di ogni forma di rito di passaggio, e dunque dall’abolizione di qualsiasi forma pubblica e solenne di impegno antecedente il matrimonio. Rimangono, certo, alcuni "rituali", alcune usanze e consuetudini; ma solo su un piano informale e non impegnativo. L’elemento discriminante è ormai divenuto il matrimonio: tra la fase di stato libero e quella dello stato matrimoniale non intercorrono più riti o momenti di passaggio. Una transizione che in passato avveniva in due tappe – fidanzamento prima, matrimonio poi –, avviene ormai soltanto in una tappa. È, questa, una delle più significative novità del matrimonio moderno rispetto al matrimonio del passato.

Motivare l’affermazione testé fatta imporrebbe una rivisitazione dei riti matrimoniali caratteristici delle varie età e dei diversi popoli. Basterà rilevare che, in passato, pressoché tutte le culture conoscevano, e in parte conoscono ancora, un rito di passaggio.

Limitatamente alla storia dell’Occidente, e agli usi del mondo ebraico da una parte e romano dall’altra (sono infatti queste le due culture che hanno maggiormente inciso sul matrimonio nei Paesi di tradizione cristiana), si deve rilevare che entrambi conoscono, e talora con sorprendenti analogie nonostante la profonda diversità dei rispettivi contesti, una forma preliminare e intermedia di impegno, vista come fase preparatoria del successivo matrimonio. Sono appunto gli "sponsali" di cui restano abbondanti tracce nei libri della Bibbia (emblematico il "fidanzamento" di Giuseppe e di Maria) e nel più antico diritto romano.

Il matrimonio, in questa prospettiva, non è mai considerato una scelta individuale dei nubendi ma un fatto sociale, o più propriamente una scelta familiare che coinvolge l’una e l’altra famiglia dei futuri sposi. Essi non sono mai del tutto liberi nelle loro scelte matrimoniali, che anzi sono spesso condizionate, e talora imposte, dai rispettivi gruppi familiari. Del resto, soprattutto negli strati più elevati della società, le strategie matrimoniali sono funzionali alla trasmissione del nome (e spesso del potere legato al nome) e soprattutto dei patrimoni. Grazie a essi si contraggono, o si sciolgono e si cambiano, le alleanze fra i diversi gruppi e strati sociali, talora fra diverse etnie; in funzione di essi, i patrimoni – e soprattutto i possedimenti terrieri – vengono ora accorpati ora spezzettati, con effetti decisivi sull’assetto complessivo della società: si potrebbe affermare, sotto questo punto di vista, che i matrimoni e le questioni connesse con la discendenza decidono il futuro politico ed economico di una comunità. Essa ne ha piena consapevolezza, e non consente che il suo destino sia deciso da libere scelte individuali, fondate sulla reciproca simpatia o sull’attrazione erotica. Non sono mancate, a questa regola, delle eccezioni, ma si tratta, appunto, di eccezioni.

Questa particolare caratterizzazione del fidanzamento, o degli "sponsali", pone implicitamente in rilievo anche i limiti delle ricostruzioni storiche che sono state fatte di questo istituto, in particolare attraverso i documenti letterari del passato e, a partire dal Medioevo in Occidente, dai documenti notarili spesso conservati con attenta cura, il cui studio consente appunto di ricostruire per una lunga serie di secoli le usanze matrimoniali. Un limite acquista, però, un evidente rilievo: il fatto, cioè, che fidanzamento e sponsali – almeno nella misura in cui di essi è rimasta memoria – riguardano in generale le classi elevate della società, quelle alle quali si riferisce la maggior parte dei materiali documentari di cui disponiamo.

Poco o nulla si sa, invece, degli usi matrimoniali della gente comune, dei liberti e dei contadini dell’antica Roma, dei servi della gleba o degli artigiani delle città medievali, i cui matrimoni non coinvolgevano né questioni di potere né problemi patrimoniali, e dei quali non è rimasta sostanzialmente traccia. Da molti segni, tuttavia – e in particolare dall’elevato numero di coloro che venivano chiamati "illegittimi" in quanto figli di genitori non formalmente sposati –, appare che prevalesse spesso un "matrimonio di fatto", senza particolari ritualizzazioni (ma, in genere, con il consenso delle famiglie di origine e con una continuata coabitazione) e dunque senza specifiche forme di "fidanzamento" o di "sponsali".

0599fo10.gif (4337 byte)Il fare passare queste convivenze di fatto a matrimoni formalizzati, per effetto del consenso pronunziato di fronte a un testimone qualificato (dapprima il capo-famiglia, indi il sacerdote), sarà una delle grandi imprese alle quali la Chiesa cattolica si dedicherà a partire dal Concilio di Trento, riuscendo solo lentamente e faticosamente a imporre e a generalizzare la forma pubblica del matrimonio e a darle rilevanza ufficiale attraverso il registro dei matrimoni, ancora oggi – essendo stati molti di questi registri conservati – fonte documentaria di grandissima importanza per la ricostruzione degli usi matrimoniali.

L’istituto degli "sponsali", e cioè di una pubblica, e spesso sanzionata da un atto notarile, promessa di matrimonio, con l’assunzione delle conseguenti responsabilità, e con gli effetti anche patrimoniali legati a questa scelta, conosce una profonda crisi alle soglie dell’età moderna, essenzialmente per due ragioni.

La prima ragione è rappresentata dal progressivo venir meno della capacità delle famiglie di predeterminare, o comunque di condizionare, le scelte matrimoniali dei figli. Gli "sponsali" erano di fatto assai più l’espressione della volontà dei gruppi familiari, i quali non esitavano a impegnare per il futuro anche ragazzi appena adolescenti o addirittura bambini, che non dei diretti interessati, i quali spesso subivano l’imposizione delle rispettive famiglie, le quali si avvalevano della potente arma di ricatto rappresentata dal rifiuto del sostegno economico legato al mancato consenso (si trattava dei figli e delle figlie diseredati e alla fine rifiutati dalle loro famiglie per effetto di scelte matrimoniali non condivise).

Allorché, con l’irruzione in Occidente della cultura dell’amor romantico, per definizione "amore libero", l’influenza delle famiglie di origine in ordine alle scelte matrimoniali si è andata progressivamente indebolendo, il rito del passaggio rappresentato dagli sponsali o dal "fidanzamento" ufficiali ha perduto sempre più rilevanza ed è rimasto, al più, come mera comunicazione o informazione nei confronti dei gruppi parentali dei nubendi, della loro personale e insindacabile decisione di sposarsi.

Anticamente le strategie matrimoniali erano funzionali alla trasmissione del patrimonio e decidevano il futuro di una comunità di classe elevata. Ora scelgono liberamente i nubendi ai quali si garantisce il sostegno per la casa.

Nello stesso tempo, a mano a mano che la libertà del consenso tipica della cultura romantica si estendeva alle diverse classi sociali (meno interessate dell’aristocrazia e della borghesia alle questioni patrimoniali connesse con le scelte matrimoniali), venivano meno le condizioni di base della formalizzazione delle scelte matrimoniali ed esse assumevano il tono e il carattere dell’ufficialità solo nel momento conclusivo, la celebrazione del matrimonio, la quale rimaneva, e rimane, un atto pubblico, mentre ciò che precede il matrimonio (l’incontrarsi, l’amarsi, lo scegliersi) rimane un fatto privato.

La seconda ragione della crisi è rappresentata dalla crescente diffidenza che la Chiesa (ma, in generale, anche dopo la Riforma protestante, le Chiese) ha mostrato nei confronti degli "sponsali" per l’equivoco di fondo che li caratterizzava. Essi erano un quasi-matrimonio, una solenne promessa di matrimonio anche pubblicamente sanzionata; ma non erano matrimonio. Ora avveniva sempre più spesso (e il caso non era stato infrequente né nell’antica Israele né nell’antica Roma) che gli "sponsali" venissero di fatto interpretati come un vero e proprio matrimonio e dessero luogo a un esercizio della sessualità che la Chiesa continuava a considerare "illegittimo" perché non matrimoniale, ma che il costume dominante reputava invece legittimo, o almeno tollerabile: le ricostruzioni della storia della famiglia occidentale segnalano frequentissimi casi di coabitazioni successive agli "sponsali" e precedenti il matrimonio; al punto che il matrimonio veniva spesso celebrato quando almeno un figlio era già nato (e ciò spiega l’alto numero di "illegittimi" nella società medievale e moderna: "illegittimi" in base alle regole della Chiesa, ma non sempre nel vissuto comune).

Di qui la crescente presa di distanza della Chiesa dall’istituto degli "sponsali" e la progressiva attenuazione del loro carattere di impegno pubblico: con il passaggio, dunque, dalla categoria "forte" di "sponsali" a quella assai più debole di fidanzamento, che stava a indicare pur sempre un impegno pubblico, ma un impegno meno rituale e formale di quello che veniva assunto, spesso con atto notarile o comunque con documento pubblico, negli antichi e tradizionali "sponsali".

L’istituto della "dote"

Un ruolo fondamentale aveva assunto, nel determinare l’importanza, a lungo riconosciuta dall’Occidente agli "sponsali", l’istituto della dote: comune a pressoché tutte le culture conosciute e ancora vigente in molti Paesi del mondo, a volte sotto la forma impropria, e suscettibile di fuorvianti letture, di "prezzo della sposa". Agli occhi della cultura moderna dell’Occidente, impregnata dell’eredità del romanticismo, l’istituto della dote e ancor più il "prezzo della sposa" sono apparsi istituti abnormi o addirittura ripugnanti, mentre essi hanno svolto a lungo una precisa funzione sociale.

In un’età caratterizzata dall’estrema povertà, e nella quale ci si sposava, in genere, assai giovani, e senza avere potuto acquisire con le proprie forze adeguati beni patrimoniali, l’istituto della dote, e tutti gli altri a esso riconducibili, aveva una precisa funzione di salvaguardia e di protezione del nascente nucleo familiare, in quanto consentiva una base economica di partenza, ritenuta, secondo le diverse usanze, adeguata ai bisogni iniziali della famiglia. Non erano soltanto i due "cuori" che si univano, ma anche due tradizioni familiari e due patrimoni, piccoli e grandi. Proprio in funzione della definizione delle sempre difficili e delicate questioni patrimoniali connesse al matrimonio s’imponeva una qualche forma di atto pubblico (nelle società più evolute un vero e proprio "atto notarile", la lunga serie dei quali costituisce ancora oggi, come già si è rilevato, un’importantissima fonte per la ricostruzione della storia della famiglia in Occidente).

Allorché il matrimonio ha mutato la sua fisionomia, e la sua contrazione si è protratta più avanti nel tempo (consentendo ai nubendi l’acquisizione di un proprio status professionale e di un minimo di autonomia economica), l’istituto della dote, che di fatto continua spesso a persistere, non è apparso più come conditio sine qua non del matrimonio, ma si è trasformato in un normale e naturale aiuto delle famiglie di origine ai nubendi (nella realtà attuale soprattutto nella forma dell’agevolazione all’acquisto della casa e all’arredamento di essa), ma senza alcuna formalizzazione rituale. Se si vuole, della "dote" – estesa, tuttavia, anche agli uomini – è rimasta la sostanza, ma non più la forma: quello che era un istituto pubblico, spesso regolato dalla legge (a lungo numerosi articoli dei codici civili dei diversi Paesi hanno disciplinato questa materia), è diventato una consuetudine avente valore privato, almeno nella maggioranza dei casi.

Prescindendo del tutto da letture "materialistiche" delle usanze matrimoniali, non vi è dubbio che intercorra uno stretto legame tra "gli sponsali" e l’istituto della dote, o forme consimili di sostegno economico alle giovani famiglie: un solenne atto pubblico che precedesse il matrimonio era considerato indispensabile per0599fo11.gif (3662 byte) regolare prima, e quando ancora la scelta era revocabile, le complesse questioni patrimoniali legate all’uscita dei figli, e soprattutto delle figlie, dalla casa paterna.

Il venir meno dell’istituto della dote, in questo senso, è stata una delle cause non ultime della crisi degli "sponsali". Sarebbe tuttavia azzardato affermare che, anche dopo la scomparsa dei tradizionali "sponsali" o di una forma ufficiale e vincolante, se non addirittura sancita da un atto pubblico avente valore legale, di "fidanzamento", non esistano in realtà, ancora oggi, dei "riti di passaggio" dallo stato libero al matrimonio.

L’anello nuziale

Persiste ancora, e non potrebbe essere altrimenti, una qualche forma di "presentazione", sia pure informale, del futuro sposo, o della futura sposa, alle rispettive famiglie. In una certa fase della relazione – soprattutto quando la scelta reciproca si fa tendenzialmente definitiva – si avverte pur sempre il bisogno di prendere contatto con l’entourage familiare del futuro coniuge; si comprende, cioè, che, anche se viene ormai considerato come un fatto esclusivamente privato, il "fare coppia" implica sempre una relazione con il passato, e quindi con la famiglia, dell’uno e dell’altro.

Nella stessa linea va interpretato il rituale, ancora oggi persistente, del dono (sia pure privato) dell’anello di fidanzamento o di qualche segno equivalente. È un gesto non certo paragonabile a quello, solenne, degli antichi sponsali, di cui rimangono celeberrime testimonianze pittoriche, ma che ne rappresenta tuttavia, anche nella società contemporanea, il sostanziale equivalente.

Vi è sempre un passaggio, impercettibile a un osservatore disattento, ma reale e vissuto come "mutamento di rotta" nel vissuto della coppia, in cui una relazione amicale si fa più intensa e più profonda e prelude al matrimonio. Ciò che un tempo era formalizzato in un preciso momento e di fronte a qualificati testimoni, magari il notaio, ora avviene nel riserbo del dialogo di coppia; ma finisce, prima o poi, per assumere una rilevanza altamente "pubblica".

Infine, del fidanzamento rimane, se si vuole come residuo, ma come residuo tutt’altro che privo di significato, il rito delle "pubblicazioni", civili ed ecclesiali: rito che potrebbe essere considerato l’ultima memoria degli antichi "sponsali". Almeno nella fase, pur assai breve, che intercorre dal momento delle pubblicazioni a quello del matrimonio, i due che si accingono a sposarsi non sono più individui isolati ma "coppia"; e sulla loro attitudine a essere coppia, sulla mancanza di impedimenti, sull’inesistenza di insormontabili difficoltà alla loro unione si esercita un qualche controllo sociale, di cui le "pubblicazioni" sono appunto l’emblema. Almeno in questa fase i due non sono più realmente "liberi", né totalmente disponibili a un altro possibile incontro d’amore, ma legati fra loro da un "patto", sia pure non definitivo.

Anticipare le pubblicazioni

Di fronte al venir meno di quelli che più sopra sono stati definiti i "riti di passaggio" – fra giovinezza e matrimonio –, ci si può domandare se ci si debba limitare alla pura e semplice constatazione di quanto è avvenuto o se sia opportuno cercare di recuperare una qualche forma di formalizzazione e di ritualizzazione di ciò che ancora oggi siamo soliti chiamare, pur in contesto profondamente mutato, "fidanzamento".

Un passo in questa direzione potrebbe essere rappresentato da una revisione dell’istituto delle "pubblicazioni". I tempi oggi previsti appaiono troppo brevi non solo (in prospettiva ecclesiale) per consentire un adeguato cammino di formazione ma anche, in prospettiva civile, per una seria verifica di eventuali impedimenti e per consentire che i Comuni predispongano, a favore dei nubendi, un minimo d’informazione sui diritti e sui doveri legati al loro nuovo stato di vita: apparendo ovvia l’inadeguatezza di una semplice lettura frettolosa e parziale delle norme del codice civile che regolano la convivenza matrimoniale.

Mentre il legislatore potrebbe farsi carico di eventuali modifiche dell’attuale normativa, nulla vieta che in ambito ecclesiastico le pubblicazioni possano essere anticipate. Molto saggiamente, il canone 1067 dell’attuale Codice di diritto canonico rimette alle Conferenze episcopali l’emanazione di «norme... circa le pubblicazioni matrimoniali». Fatti salvi i casi eccezionali, per i quali si può adottare una soluzione ad personam, nulla vieta che la Conferenza episcopale italiana modifichi il decreto che essa ha emanato nel 1990 (appendice del Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia), dove l’art. 12 prescrive che le pubblicazioni debbano essere affisse all’albo parrocchiale per «almeno otto giorni».

Questa norma fa diretto riferimento alla celebrazione, ormai imminente, del matrimonio. Ma prevedere, per le "pubblicazioni", ossia per la manifestazione della volontà di sposarsi, un tempo maggiore, a esempio di almeno sei mesi, consentirebbe di definire meglio lo status dei fidanzati: appunto come di coloro che si sono reciprocamente "promessi" e che, al termine del cammino condiviso con la comunità e nella comunità, sei mesi dopo si sposeranno. A partire da quel momento, i due fidanzati apparirebbero realmente come "coppia" che si è impegnata a camminare verso il matrimonio: nulla vietando che, strada facendo, i due interessati possano ritornare sulla loro scelta.

Vi è da augurarsi che su questo problema si apra un dibattito, anche per ovviare, con una sorta di rito "ritorno all’antico", e cioè alla pratica degli "sponsali" riveduta e rivitalizzata, ai molti inconvenienti che da tempo i pastoralisti denunziano in ordine all’eccessiva brevità dei tempi di preparazione al matrimonio; brevità che, oltre tutto, contrasta con i tempi assai lunghi del fidanzamento, al punto che sono ben pochi coloro i quali, sei mesi prima, non abbiano già deciso la data, o comunque il periodo, del loro matrimonio, dati i complessi adempimenti che ne derivano, sia sul piano degli impegni professionali sia su quello pratico della ricerca e dell’arredamento della casa.

È dunque possibile che un istituto che poteva sembrare, e per certi aspetti è, del tutto desueto, quello degli "sponsali", possa trovare un suo posto anche nella prospettiva, tanto diversa dal passato, del ventunesimo secolo.

Giorgio Campanini
   

BIBLIOGRAFIA

  1. AA.VV., Il fidanzamento, Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1998.
  2. AA.VV., La famiglia in Italia dall’antichità al XX secolo, Ed. Le Lettere, Firenze 1995.
  3. AA.VV., Storia del matrimonio, Laterza, Bari 1996 (cfr. in particolare Ida Fazio, Percorsi coniugali nell’Italia moderna).
  4. Campanini G. (a cura di), Le stagioni della famiglia, Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 1994.
  5. Casanova C., La famiglia italiana in età moderna, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1997 (cfr. in particolare, Il matrimonio fra contatto e consenso, pp. 129 ss.).
  6. Flandrin P., Il sesso in Occidente, Mondadori, Milano 1983.
  7. Gaudemet J., Il matrimonio in Occidente, Sei, Torino 1989.
  8. Stone L., Famiglia, sesso e matrimonio in Inghilterra fra Cinquecento e Ottocento, Einaudi, Torino 1983.
       

LA LOGICA ISLAMICA

Per capire la nozione di fidanzamento nella tradizione musulmana, bisogna partire dal fatto che il matrimonio (nikah) è un contratto di tipo sinallagmatico (cioè a prestazioni corrispettive) tra due persone, e non un sacramento. Perciò la logica dell’incontro è completamente diversa da quanto avviene in ambito cristiano. Nel diritto musulmano i soggetti di diritto non sono gli individui, ma la famiglia, la comunità: l’individuo esiste in funzione dell’identità del gruppo di appartenenza. Ciò è di fondamentale importanza e si spiega in quanto il diritto musulmano è elaborato su strutture sociali di tipo tribale, sul clan. Il fidanzamento perciò, considerato come promessa di matrimonio, non genera nell’Islam alcuna obbligazione giuridica. I codici attuali, negli Stati arabi, spesso hanno utilizzato il criterio del fidanzamento per fissare un limite d’età in grado di determinare la capacità giuridica per contrarre, dopo il fidanzamento, il matrimonio (ndr vedi anche a pag. 71).

k.f.a.

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