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TRACCIARE IL PERIMETRO DI COPPIA

Sovrani nel proprio castello

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(psicopedagogisti)
            

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 1999 - Home Page Il controllo permissivo o l’incapacità di lasciare andare i figli salvaguardano i giusti confini del legame matrimoniale. Anzi spesso intrecciano difficoltà insormontabili.

«Meno male che sono di là – ammicca una madre all’amica – nella camera di Marta. Almeno so dove sono». «Tengono la porta chiusa?», s’informa l’amica, mentre dal divano della sala può scorgere la porta della camera di Marta. «Certo, hanno bisogno della loro privacy, io non li disturbo... Tanto so cosa fanno! Se andassero in giro... hai sentito che di nuovo sul giornale c’è scritto che è stata uccisa una coppia di fidanzatini che si erano fermati con l’auto in una stradina?».

La madre di questa brevissima interazione (molto frequente come tipologia) crede, ingenuamente, che la porta chiusa segni dei confini; un po’ meno ingenuamente, tende a rassicurarsi, a optare per la propria tranquillità: ciò che cade nel campo del noto, appare sotto controllo. E "il controllo permissivo" perde la sua incongruenza logica, poiché nella prassi dei non confini familiari si pone come una postazione su cui stare provvisoriamente sicuri: ciò che ti permetto è per se stesso "sicuro".

L’uso della parola privacy nasconde qui un duplice inganno: la porta appare come un confine, mentre esibisce un saputo del tutto ovvio. Come cercheremo di mostrare, non si tratta di confini né di un sapere dato per scontato.

La madre crede di sapere che cosa succede di là dalla porta chiusa e non ci interessa stabilire se abbia torto o ragione, ci interessa svelare l’inganno di quel presunto saputo. Una simile madre, interrogata, confiderebbe magari ciò che sa: «I due stanno facendo i morosi, oggi lo fanno tutti»; qualche madre potrebbe aggiungere, per eccesso di democrazia: «ho chiesto a mia figlia se conosce l’uso del preservativo»; «io sono la migliore confidente di mia figlia, poi mi racconterà tutto!». Oppure una simile madre potrebbe mettere il riflettore su un saputo dal contenuto opposto: «So che si limitano a qualche tenerezza»; «conosco bene mia figlia...; del resto, sono così timidi e carini, ci metto la mano sul fuoco!».

Dicevamo che non ci interessa sapere che cosa fanno i due aldilà della porta chiusa; ci preme snidare il pericolo, sempre più frequente oggi, che si cela dietro il saputo: l’incapacità di reggere confini da parte di genitori e la correlata incapacità di tracciare i propri confini da parte della giovane generazione. Ovviamente stiamo parlando di due giovani che si autodefiniscono fidanzati (nelle mille espressioni depotenziate che la lingua propone loro: "morosi", "coppia", due che "stanno insieme", che "hanno una storia", che "si parlano") e che – per le ragioni più diverse – non sono ancora professionalmente e/o economicamente attrezzati a farsi una famiglia.

Ebbene, ci pare che proprio l’assenza di confini crei un intreccio di difficoltà tale da rendere difficile alla coppia «lasciare il padre e la madre» e ai genitori di lasciarli veramente andare. La madre di Marta, per intenderci, non sta "lasciandoli andare", nonostante le apparenze; sta trattenendoli (per paura?, per bisogno?, per proiezione dei propri vissuti di innamoramento?, per invidia di ciò che a lei non è stato concesso?, per vivere attraverso di loro romanticamente una nuova storia?) con la convinzione ingenua del saputo; possiamo perfino immaginare con quale sguardo incrocerà la figlia, quando i due usciranno dalla camera. L’interazione di invischiamento si dà pure quando «la stanza con la porta chiusa» viene concessa nella casa di montagna, o nel pied a terre pagato dai genitori, eccetera: sono modalità di controllo indiretto, per cui i due percepiranno intorno a loro "mura trasparenti" e crederanno di risparmiarsi la fatica del loro "segreto di coppia", divenendo con ciò sempre più vulnerabili al potere del copione.

Ciò appare correlato: tanto gli adulti significativi sanno già che cosa fanno, in che cosa consiste la loro storia, tanto essi agiscono secondo copione, cioè su: «lo so come sono fatti i maschi»/«lo so come sono fatte le donne»; agiscono il copione (consumare sesso, fare progetti frammentati e provvisori, lasciarsi decidere dai costi del mettere su casa) senza nemmeno esplorare in presa diretta che cosa veramente voglia quella specialissima donna che è "la mia ragazza" e che cosa veramente voglia quello specialissimo uomo che è "il mio ragazzo".

Copertina del libro scritto dai Gillini: Vuoi fare l'amore con me?

Copertina del libro scritto dai Gillini
(Queriniana, lire 10.000)
per quei fidanzati
che vogliono uscire
dal copione e dagli stereotipi ben noti.
Gli autori, conoscitori dei segreti coniugali,
propongono appunti ponderati.

Una lettera per voi

Questo sarebbe l’inizio del tracciare i confini che costituisce, già dall’inizio, un atto di coraggio: occorre molta meno determinazione nel vivere tra mura trasparenti, le quali, proprio con l’ostentare la visibilità del tutto, finiscono con il renderli "invisibili" perfino a loro stessi, piuttosto che iniziare a coltivare il proprio segreto di coppia. Nella nostra brevissima lettera ai "fidanzati" (Zattoni, Gillini, 1999) usiamo – per dire dei confini – la metafora del fondare la città. «Nei rituali antichi della fondazione di una città, c’era quello di tracciare prima il perimetro. La città non esisteva ancora, eppure il perimetro tracciato diceva che al suo interno sarebbe sorta: chi osava calpestare quei confini, veniva dichiarato nemico».

In fondo, il perimetro era la condizione perché sorgesse la città, "quella" città. Per allargare la metafora, il tempo del fidanzamento diviene il tempo del tracciare il perimetro; ed è – appunto – un tempo. Se esso non viene tracciato a tempo opportuno, sarà molto più faticoso tracciarlo dopo, quando molti avranno accampato diritti sulla coppia: abbiamo sentito con le nostre orecchie un papà dire con aria complice alla moglie: «Non dovremo mica lasciarla sola quella figlia, dopo il matrimonio!». Come sia possibile essere soli in due, è una di quelle incongruenze così consone alla nostra paura dei confini! Paura dei confini, appunto, poiché la nostra cultura post-moderna ci istruisce sul fatto-profezia che una separazione è una perdita e un confine è un rifiuto.

In effetti, nei termini che ci interessano di pedagogia familiare occorre rispondere alle obiezioni risentite che ci vengono da molti genitori sollecitati dalla "pretesa" dei confini da parte della coppia in formazione: «Ma come? Allora non dobbiamo sapere niente di loro? Dobbiamo lasciarli andare dove e come vogliono? Dobbiamo fare in modo che non ce ne importi nulla?». Il suono di queste domande già mostra l’equivoco tra confine ed estromissione; diciamo che noi generazione adulta abbiamo davvero difficoltà ad uscire da simile equivoco: se non so tutto, non sono niente per loro. Vogliamo anche dire che tante madri avrebbero l’allegria di non sapere tutto, se "fuggissero", almeno una volta ogni tanto, con il marito; se il marito riemergesse dalla routine, si facesse presente con vigore, mostrasse di possedere ancora un destriero con cui "rapirla", lasciando il figlio a fare più liberamente esperienza di autonomia.

Riconoscersi unici

Una coppia (e non il singolo genitore) che ha trovato al proprio interno le richieste sane da fare al figlio («non userai la casa della nostra famiglia a tuo piacimento»; «ti puoi accorgere che non sei il solo a usare il telefono»; «decidiamo concretamente come contribuisci al ménage familiare») lo aiuta a tracciare sani confini.

Quanto all’interesse sano dei genitori per la coppia, il figlio lo conosce benissimo, senza bisogno che si trasformi in intrusione: quanto più rispetto sente per il proprio segreto di coppia, quanto più si accorge di non essere "saputo a memoria", tanto più percepisce che i genitori puntano sulla sua dignità e non sul controllo permissivo. Posizione certamente più faticosa, ma in grado di portare benessere sia alla nuova sia alla vecchia generazione. Si incentiva – tra l’altro – la responsabilità del fare da soli.

0599fo19.gif (7763 byte)Dal nostro modesto osservatorio di counseling familiare ci appare sempre presente il "desiderio di confini" da parte dei fidanzati; essi sono attratti dal riconoscimento del loro essere unici, dal fatto che possono prendersi cura meglio di quel "sé" che essi sperimentano nell’innamoramento (ben lungi dallo stereotipo romantico dell’amore cieco!); è la scoperta di un calarsi in profondità: io sono conosciuto da te come "bello", con il meglio di me, nello stesso tempo io conosco te come "bella", con la tua verità più profonda (mentre ciascuno conosce se stesso come "buono", capace di generosità insospettate). Tutto questo confluisce nel patto d’amore, cioè nel segreto di coppia.

Un segnale, anche se esterno, di questo desiderio di confini ci viene dalla constatazione che le coppie ricominciano a scriversi: pare che alcuni scoprano che la telefonata fiume si consuma troppo in fretta e non lasci a volte che tracce emotivamente labili. Lo scriversi – invece – rimane, segna tappe, esprime e colora il perimetro che si viene scavando. Noi aggiungiamo che questi documenti restano una buona riserva che li istruirà, più tardi, non banalmente su quanto si amavano, su come erano innamorati, ma su quale "uscita dal sé barricato" ha potuto contare il loro rapporto di coppia. Anche oggi, nei tempi dell’e-mail, le lettere restano uno stupefacente documento di quanto buon ci renda l’amore.

Ma dal tracciare i confini al fondare la città, il cammino resta ancora lungo per i "fidanzati" di oggi: anche perché, paradossalmente, l’esercizio della sessualità consumata secondo la logica del tutto e subito rende difficile la scoperta di un nuovo confine che rende possibile l’intimità. La costruzione di un’intimità che non sia confusione, oggi, dal punto di vista della maturità dell’io è minata da attese fusionali che la generazione adulta non ha saputo adeguatamente mettere in scacco.

Negoziare gli accordi

Quando si parla di fallimento dell’amore, spesso si parla del fallimento del sogno fusionale: non ci capiamo più, non c’è più sintonia, lui/lei non sente quello che sento io. Si è posto nell’amore l’onere della prova: «mostrami che sono degno d’essere amato»; «rendimi felice»; e poiché esso non può reggere simile compito, si parla di fallimento dell’amore e non delle attese fusionali. Un simile scacco non viene inteso come la possibilità di un approfondimento della verità dell’amore, come un essere chiamati ad andare oltre, ma come una fine. La cultura adulta ha mostrato spesso di non reggere a simili richieste di approfondimento: ha preferito dichiarare bancarotta e sciogliere il matrimonio. Abbiamo ascoltato espressioni come: «siamo troppo diversi!» pronunciate come un amarissimo verdetto di separazione, fallimento totale, e non come buona (e coraggiosa!) notizia dell’avere scoperto la risorsa della diversità.

Prospettarsi la definitività del rapporto, allenandosi a superare le inevitabili secche e tempeste, è oggi assai più difficile per i fidanzati: ma quale passo concreto potrebbe aiutarli? Di nuovo, si tratta di confini, questa volta interni alla coppia.

Un io capace di intimità che non sia con-fusione è un io maturo che sceglie sempre di nuovo come ammettere l’altro nei propri confini, senza disgregarsi. Altrimenti l’altro non può che ridursi a una di queste due figure: un invasore che prima o poi bisogna estromettere oppure un nuovo signore che chiede sottomissione. Per proporre un simile concetto di intimità ci serviamo di un’altra metafora. «Il signore del castello abbassò il ponte levatoio e invitò l’altro ad entrare. Era pieno di gioia per la visita desiderata, aveva intenzione di mettere a disposizione dell’altro le sale più belle del suo castello, di mostrargli i suoi tesori, di condividere le sue ricchezze; con il passare del tempo avrebbe potuto perfino condurlo nei sotterranei, mostrargli magari le parti in rovina: col passare del tempo. Ma l’altro, ricevuto con tanta fraternità e con tanti onori, imparò con il tempo a muoversi da solo nel castello; giunse ad una porta chiusa, non disse: "Aprimi, se vuoi", ma si diede da fare per far saltare la serratura: era, o non era, un invitato specialissimo nel castello? Il signore non gli aveva detto che tutto era a sua disposizione? E come poteva esserci una porta chiusa davanti a lui? "Allora tu sei un invasore, non l’altro che aspettavo", disse il signore del castello con infinita tristezza» (Zattoni, Gillini, 1999).

E la metafora apre alla necessità che i due che si formano alla vita di coppia imparino a gestire la sovranità del proprio castello, imparino a negoziare accordi tra sovrani, imparino, per dirla con un’immagine ben più pregnante, a riconoscersi entrambi figli di Dio; cioè sia di stirpe regale in quanto figli di re, sia figli di un Padre che mantiene i loro castelli entro i confini buoni del suo amore, che li trascende.

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
   

UNA PAROLA PER TUTTE LE STAGIONI

La parola fidanzati è usata anche per indicare colui o colei che frequenta una donna o un uomo divorziati, ma che ancora non coabitano.

I settimanali femminili fanno largo uso di questo termine, soprattutto se si riferiscono a personaggi dello sport, dello spettacolo, dell’economia e della politica. Così, frequentemente, le didascalie descrivono la principessa tale fotografata al ballo della rosa insieme "al suo nuovo fidanzato", oppure il vip tal’altro al ristorante "con" la nuova fidanzata.

Anche i figli con genitori separati parlano con i compagni di scuola della fidanzata del papà. Si assiste quindi a una sorta di rivoluzione nell’ambito delle tradizioni poiché, se in passato il termine "fidanzati" era esclusivamente riferito a giovani di ambo i sessi che progettavano il matrimonio, oggi, invece, è usato in molteplici situazioni. E quelli che una volta erano i fidanzati, adesso sono diventati il "ragazzo" o la "ragazza" di...

Con il mutare dei comportamenti, muta anche l’uso della terminologia.

BIBLIOGRAFIA

  • Scabini E., Donati P., Identità adulte e relazioni familiari, Studi interdisciplinari sulla famiglia, n. 10, Vita e Pensiero, Milano 1991.
  • Di Nicola G.P., Danese A., Amici a vita. La coppia tra scienze umane e spiritualità coniugale, Città Nuova, Roma 1997.
  • Piana G., Se tu conoscessi il dono di Dio..., In ascolto della Parola con le coppie di fidanzati e di sposi, Editrice Elle Di Ci, Leumann (To) 1998.
  • Zattoni M., Gillini G., Vuoi fare l’amore con me?, Queriniana, Brescia 1999.
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