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SE IL SENTIMENTO OSCURA LA RAGIONE

Il tempo della cecità

di Domenico Barrilà
(analista, didatta propedeutico della Società italiana di Psicologia individuale)
            

   Famiglia Oggi n. 5 maggio 1999 - Home Page Equivoci. Omissioni. Mascheramenti. Sono alcune delle congiure che vanno contro il benessere relazionale. Vincerle significa prevenire certo disagio matrimoniale. Come dimostrano le esperienze riportate.

«Mi trovo a bordo della mia macchina, nell’abitacolo ci sono anche i miei genitori e la mia fidanzata, che presto dovrò sposare. Imbocco una discesa ripidissima, e d’improvviso mi trovo in bilico sul precipizio. Mi rivolgo agli occupanti e raccomando loro di stare immobili per qualche attimo e poi di scendere velocemente».

Lo scarno racconto che avete appena letto non è altro che un sogno. Me lo ha presentato un professionista di circa trent’anni, un paio di mesi prima del suo matrimonio. Non c’è bisogno dello specialista per interpretarlo. Tutti possiamo cogliervi le ansie che suscita nel protagonista l’imminenza del giorno in cui si sposerà. Con la stessa chiarezza si può anche cogliere quanto problematica appaia per il futuro marito la prospettiva del distacco dai genitori, avvertiti ancora come elemento di rassicurazione, di supporto alla propria vita. Vi sarebbe anche dell’altro tra le pieghe di questa azione onirica, ma ci limitiamo all’essenziale.

E di essenziale ci sono un paio di aspetti ormai entrati stabilmente a fare parte degli standard emozionali della fase che precede il matrimonio: il primo riguarda la paura del matrimonio stesso; il secondo, che poi è strettamente legato al primo, attiene alla difficoltà di lasciare la nicchia rassicurante costituita dai genitori.

Malgrado le suddette difficoltà, il matrimonio continua a esercitare per moltissimi ragazzi un’attrattiva irresistibile, soprattutto in chiave di conferma, di certificazione di una condizione di normalità verso la quale tutti siamo protesi.

Proprio tali aspetti di validazione costituiscono il terreno per una serie di approcci errati che sono sempre stati propri del fidanzamento, ma che negli ultimi decenni, grazie anche alla presunzione di non definitività legata al matrimonio odierno, che consente di recidere il legame in caso di malfunzionamento o di semplice mutamento di opinione, vengono agiti con maggiore spregiudicatezza rispetto al passato.

Uno di tali equivoci, probabilmente il più difficile da debellare, è costituito dall’eccesso di tendenziosità che incrosta la percezione dei fidanzati, una percezione "drogata" dalle componenti affettivo-sentimentali della relazione. Sappiamo che il bisogno di amare e d’essere amati rappresenta l’estensione estrema della nostra natura consociativa, e ognuno di noi agisce in conformità con questo bisogno assolutamente primario, al quale sovente sacrifica volentieri altre istanze. Per tale ragione, più siamo compromessi in una relazione che riteniamo capace di soddisfare questa fondamentale esigenza, più tendiamo ad accantonare aspetti dell’approccio alla realtà che invece riteniamo fondamentali in tutti gli altri ambiti. Una caratteristica comportamentale, che valutiamo come difetto insopportabile se la esprime il nostro capo ufficio, può divenire invece gradevole se individuata nella personalità del nostro fidanzato. Alla stessa maniera un comportamento che riteniamo inqualificabile nella nostra vicina di casa, può sembrarci pura poesia se lo agisce la nostra fidanzata.

Già nell’ordinario accade che noi percepiamo il mondo circostante secondo priorità stabilite dalle nostre esigenze immediate. Se, ipotesi, presentiamo un’immagine ambigua, indifferenziata, a una persona che non mangia da qualche giorno e le chiediamo di descrivercela, vi sono ottime probabilità che essa ci veda un piatto di spaghetti o una bella bistecca con contorno di patate al forno.

Una signorina, che da piccola era stata abbandonata dalla madre, mi raccontava che un giorno scambiò la maestra per la sua mamma. L’insegnante era girata di spalle e indossava un cappotto che alla piccola ricordava qualcosa. Anche in altre circostanze era stata vicina a ingannarsi. Quando poi conobbe l’attuale fidanzato, prese una vera e propria "cotta" per la madre di lui, donna estremamente gentile e disponibile.

Il matrimonio esercita ancora un’attrattiva sui giovani, soprattutto in chiave di conferma di una condizione di normalità. Ma devono essere responsabili della loro scelta poiché non è raro ascoltare storie compromesse da sviste.

Non è raro incontrare storie coniugali compromesse proprio da sviste originarie di questa natura che conducono a "sposare" la famiglia dell’altro, nella quale si era creduto di vedere ciò che la famiglia di provenienza non era in grado di offrire. Presto però ci si accorge che insieme alla famiglia abbiamo anche preso marito o moglie, e allora cominciano le complicazioni. Quando cadrà il velo del bisogno che credevamo primario, in questo caso quello d’avere genitori migliori dei nostri, ci ritroveremo faccia a faccia con una persona che probabilmente non amiamo a sufficienza per trascorrervi insieme mezzo secolo della nostra vita. Per un po’, proprio per non dare dispiacere a coloro che ci hanno accolti come un figlio, resisteremo, ma alla fine si arriverà al proverbiale collo d’imbuto e da lì non si scappa.

Tendiamo a vedere, ma soprattutto a preferire, ciò di cui sentiamo necessità, e talvolta modelliamo il mondo intorno a noi, e le scelte conseguenti, sulla spinta di questa inclinazione deformante. All’interno di tale andamento è piuttosto complicato tenere in debita considerazione la genuinità delle nostre motivazioni, la loro gittata, ma in particolare fatichiamo a verificare se esse sono legate a fatti contingenti, come ad esempio il bisogno di sentirci come gli altri o una temporanea scontentezza per la propria condizione, oppure se hanno radici più solide.

Percezione tendenziosa

Se tracciassimo una linea divisoria tra la psicosi, malattia mentale di particolare gravità, e la nevrosi, affezione decisamente meno grave, potremmo accontentarci di stabilire che nella psicosi, a differenza che nella nevrosi, non è presente l’autocritica.

L’autocritica ci rende capaci di capire che siamo malati e che il nostro comportamento è inadeguato, fuori asse rispetto a un’ipotetica normalità. Questo ci consente di curarci o di provare a porre dei correttivi nel nostro modo di pensare e di agire.

Se invece l’autocritica non è presente nel nostro armamentario interiore, il quadro che si presenta alla nostra valutazione sarà completamente distorto. Non riusciremo a renderci conto che siamo ammalati e che il nostro modo di comportarci è inadeguato, di conseguenza non sentiremo neppure il bisogno di farci aiutare da un terapeuta. L’innamoramento, soprattutto nella fase acuta, presenta una povertà di autocritica piuttosto evidente, e ciò ci suggerisce l’accostamento, magari un po’ forzato, con la condizione psicotica. Si tratta evidentemente di due realtà assai diverse, ma la carenza di autocritica e una0599fo22.gif (5858 byte) certa fissità di giudizio rappresentano punti di contatto importanti, perché in ambo le circostanze tolgono ampiezza e profondità allo scandaglio psichico, incanalandolo su percorsi obbligati.

Il sodalizio umano che prende il nome di "fidanzamento", e che solitamente inizia con un fenomeno attrattivo potente, l’innamoramento per l’appunto, è piuttosto soggetto alle correnti dei flussi percettivi distorti, e per questa ragione sovente finisce per scivolare nell’universo delle occasioni sprecate, perdendo il suo valore di "prova" in vista di un impegno definitivo. Del resto, maggiore è l’impulso attrattivo e più grandi sono i rischi di offuscamento delle nostre antenne.

Proprio per questo, nelle procedure di ingaggio di una coppia che cerca di costituirsi, l’interferenza delle distorsioni percettive è pesante e anche pericolosa, al punto che possiamo tranquillamente affermare che, tra le cause capaci di determinare la cessazione di un rapporto coniugale, essa occupa il posto più importante.

Ciò che determina il modo di percezione dell’altro è legato ai fini personali che ognuno vuole perseguire, quindi se l’intento è di arrivare comunque al matrimonio, saranno colti con maggiore facilità tutti i segnali che risultano in sintonia con il perseguimento di tale scopo, mentre saranno esclusi dal campo di coscienza gli elementi che potrebbero indebolirlo. In pratica facciamo ricorso a una modalità di contatto con il reale che definiamo appercezione, termine che sta a significare che tra i fenomeni potenzialmente percepibili noi operiamo una selezione, includendo ed escludendo secondo una logica speciale, guidata dalla nostra soggettività e non necessariamente condivisibile da un valutatore esterno. Ecco perché si parla di percezione tendenziosa.

Una signora, separatasi dopo un matrimonio davvero angosciante, raccontava che ai tempi del fidanzamento non vedeva l’ora di sposarsi, con chiunque, per dare una lezione al padre, reo d’essere rigido e scarsamente incline a concederle spazi di libertà. Così quando a diciotto anni si innamorò di un ragazzo con precedenti di tossicodipendenza, e, malgrado i continui avvertimenti di tutto l’ambiente circostante, riuscì a sposarlo, mettendo al mondo due figli e votandosi a una vita di violenza e di umiliazioni, fino a che il marito non morì di Aids.

«Durante il fidanzamento avevo un solo pensiero, sposarmi al più presto, fuggire da mio padre. Tutti gli amici e i parenti mi avvisavano del pericolo, portandomi anche prove di sconvolgente crudezza, ma io non ascoltavo nessuno, ero come ubriaca, e nel mio ragazzo cercavo di vedere solo ciò che mi incoraggiava ad andare avanti nella relazione. Se un giorno mi diceva che non si era bucato, dimenticavo che nelle settimane precedenti non aveva saltato un solo giorno. Volevo sposarlo, a tutti i costi, dovevo coronare il mio scellerato sogno d’amore e nel contempo dovevo dimostrare a mio padre che ero capace di autonomia, di meritare quella fiducia che lui mi negava ostinatamente. A dire il vero ero anche convinta che con la mia forza di volontà avrei anche salvato il mio compagno dal maledetto vizio della droga».

In questo caso, alla naturale inclinazione ad aprire alcune finestre sulla realtà, quelle che le facevano vedere solo ciò che desiderava vedere, si aggiungeva il tremendo senso di sfida al padre, l’ansia di dimostrare la capacità di compiere scelte consapevoli, autonome, senza contare l’aspirazione finale a redimere il proprio futuro marito.

La spinta a utilizzare l’eventuale matrimonio per traghettarsi fuori dalla famiglia d’origine, oppure le inclinazioni alla salvezza del partner, che presentano un’incidenza statistica per nulla secondaria, sono alcuni dei rinforzi alla percezione tendenziosa.

Una ventiduenne era da tempo innamorata di un coetaneo che aveva sempre idealizzato trattandosi di uno dei ragazzi più ambiti del quartiere. Su di lui giravano strane voci legate a una presunta natura omosessuale. La ragazza tuttavia aveva fatto orecchio da mercante per lungo tempo, e anche quando le voci s’erano fatte insistenti, si limitava a dire che erano calunnie messe in giro da persone invidiose del loro rapporto.

L’attrazione era fortissima, e lei da sempre aveva sognato di sposare proprio lui, e ci sarebbe riuscita a ogni costo. Farla ragionare sugli eventuali rischi di uno scenario corrispondente alle voci di popolo era praticamente inutile, non voleva né sentire né vedere, e alla stessa maniera si comportò 0599fo23.gif (6346 byte)quando l’amichetto del fidanzato la cercò per confidarle che aveva avuto in tempi recenti degli incontri sessuali con lui, per scoraggiarla dal suo disegno sentimentale.

Quella rivelazione l’aveva disorientata soltanto per alcuni minuti, giusto il tempo necessario a riarmare i meccanismi della propria cecità e ricominciare la commedia dell’autoinganno, partendo da principi nobilissimi: «Credo sia dovere di ogni persona che ama perdonare il proprio fidanzato, in fondo un errore possiamo commetterlo tutti. Inoltre lui mi ha promesso che si è trattato solo di un episodio e che la cosa non si ripeterà più».

Qualche mese dopo il mastice dell’autoconvincimento aveva riparato le falle apertesi nella finzione della nostra protagonista, e anzi erano sopraggiunti nuovi elementi di speranza che rendevano ancora più forte la costruzione: «Sono certa che ogni volta che lui uscirà di casa io sarò invasa dall’angoscia, poiché non avrò mai la certezza dei suoi comportamenti, ma l’idea di perderlo mi fa impazzire, quindi preferisco rischiare. Il nostro amore e l’arrivo di qualche figlio lo convinceranno a ritrovare la strada giusta».

Lui o lei sono mutati

Il livello di azzardo in un caso del genere, come del resto nel precedente, è veramente insopportabile, ma gli sforzi per sfuggire alla cruda realtà non conoscono ostacoli.

Ma non è solo la percezione tendenziosa a spingere il fidanzamento sul versante della cecità, esistono anche solidi contributi da marketing, e che rivestono un’importanza per lo meno pari alla percezione tendenziosa. Una ragazza di ventitré anni esibiva toni polemici verso l’ex fidanzato, da poco divenuto suo marito: «Quando eravamo fidanzati avevo l’impressione netta d’essere al primo posto nella sua vita, era gentile, disponibile, sembrava accorgersi di bisogni talmente piccoli che io stessa non avevo del tutto chiari, poi qualcosa è cambiato. In particolare si è modificato il ritmo della nostra vita, lui che mi aveva conquistato per la sua allegria e la voglia di stare in mezzo agli altri si è impigrito e rinchiuso nel guscio della nostra casetta».

Come ho già detto, il fidanzamento prelude a un fine ben preciso che, solitamente, è il matrimonio o comunque una relazione duratura. Il perseguimento di tale fine può comportare, lo ripetiamo, alcune volontarie omissioni nella lettura dell’esperienza dell’altro ma, nel contempo, può suggerire la necessità di un aggiustamento della propria immagine, affinché l’altro possa trovare allettante la prospettiva della vita insieme.

Si può allora "forzare" la presentazione del proprio modo di essere in funzione di ciò, assecondando in maniera persino innaturale le aspettative del partner. Come se si dovesse migliorare l’aspetto di un prodotto da vendere a qualcuno.

Agli espedienti che fanno capo a tale azione mercantile, che può essere del tutto involontaria, possiamo fare risalire lo stupore che registriamo in taluni neo-coniugi, allorché ci viene riferito che lui o lei sono completamente mutati dal momento che il matrimonio è stato celebrato. Un uomo sposato da dieci anni mi confessò di avere avuto la percezione netta di un cambiamento della moglie a partire dalla fine della cerimonia nuziale. Può darsi si tratti di una valutazione esacerbata ed emotiva, ma la comunicazione che vi è implicita non è del tutto nuova. Spesso registriamo testimonianze di tale natura che fanno riferimento a cambiamenti avvertiti come subitanei, imprevedibili, nei giorni successivi all’ingresso nella casa nuziale. Più di una volta ho registrato crisi a "scoppio ritardato", ma originatesi, come riconosciuto da entrambi i coniugi, durante il viaggio di nozze.

In passato faticavo a credere a simili affermazioni, e dal momento che considero la continuità dello stile di vita un fatto incontestabile, mi domandavo se dietro a queste esplosioni precoci ci fosse solo il meccanismo della cecità, ma con il tempo ho imparato che il camaleontismo è un cliente fisso nel percorso del fidanzamento e gli inganni non sono infrequenti.

Ciò che rende stabile il piano di vita sono i finalismi del comportamento, proprio perché questi tendono a rimanere stabili nel tempo, mentre gli strumenti utilizzati per il loro perseguimento, cioè i comportamenti messi in atto, tendono a modellarsi sulla situazione presente per trarne il massimo del profitto.

Corteggiamento femminile

Ne consegue che, in situazioni di corteggiamento, viziate dalla necessità di presentare sempre la faccia migliore, ognuno incrementa fortemente l’attenzione se vuole comprendere la direzione di marcia del compagno, altrimenti rischia di perdere pezzi fondamentali della sua identità profonda. L’effetto combinato della percezione tendenziosa, di cui abbiamo già detto prima, e della necessità di "vendersi" all’altro può riservare brutte sorprese in molti fidanzamenti.

Una coppia sposata da vent’anni è stata devastata da una rivelazione piovuta come un fulmine. La moglie, grazie alla confidenza di un parente, ha scoperto che il marito da ben quindici anni intratteneva una relazione extraconiugale. 0599fo25.gif (4132 byte)Non si trattava della solita storiella, ma di un autentico matrimonio parallelo, con frequentazione quotidiana della casa dell’amante, separata con un figlio, donna energica e di qualche anno più vecchia del suo partner. L’effetto è stato sconvolgente e ha lasciato conseguenze insanabili nella coppia.

Da ragazzi, entrambi abitavano nello stesso condominio. Lui era un ragazzo timido e introverso, oppresso da un padre che non gli concedeva alcuno spazio, ma il suo portamento austero e irreprensibile lo faceva apparire persona solida e sicura di sé. Lei ne era segretamente innamorata, ma non aveva il coraggio di proporsi. Così per anni la situazione non fece passi avanti, fino a che la ragazza prese il coraggio a due mani e si dichiarò. Lui ne fu piacevolmente sorpreso ma cercò di resistere, non se la sentiva di affrontare il proprio padre, che non avrebbe mai acconsentito a dare il proprio assenso prima che il figlio avesse finito l’università. La pretendente però risolse anche questo spinoso problema, presentandosi direttamente al genitore del ragazzo di cui era innamorata, che, favorevolmente colpito dalla sua personalità decisa, acconsentì.

La faccenda potrebbe apparire grottesca, e sembra fatta apposta per sconvolgere alcuni consolidati stereotipi che prevedono un corteggiamento attivo da parte del maschio e un’attesa tattica della femmina. In realtà si tratta di una storia con una forte carica anticipatrice, dal momento che l’attivismo delle ragazze nei rituali di corteggiamento ha oggi attinto livelli vicini a quello del maschio.

Comunque alla fine si arrivò al matrimonio, ma ben presto lei mostrò il suo vero volto, ben lontano da quello della donna forte e risoluta che era stata capace di rassicurare il ragazzo, facendogli superare le timidezze, e di vincere le ritrosie del padre di questi. Improvvisamente apparve una persona debole e depressa, con una forte tendenza a dipendere dal partner, il quale a sua volta, contrariamente a quanto aveva idealizzato la ragazza, non possedeva neppure le energie sufficienti a reggere se stesso. La coppia subì un colpo pesantissimo, ma resse proprio per la reciproca incapacità di porre questioni adulte. Semplicemente non se ne parlò più.

Dopo un anno passato a coltivare in silenzio la reciproca delusione, lui si innamorò di una collega di lavoro, lei per davvero forte e dominante, e, confortato dalla nuova stampella, trovò il coraggio per portare avanti anche il suo matrimonio, la cui rottura il severo padre, che ancora lo metteva in soggezione, non gli avrebbe mai perdonato.

Sicuramente siamo di fronte a due sposi realmente sfortunati. Malgrado la neutralità con cui talvolta siamo costretti a presentare le situazioni cliniche esemplificative, dobbiamo ammettere che, in taluni casi, il dolore che può impossessarsi di una coppia costretta a vivere fallimenti di questa e altre portate attinge livelli vicini all’insopportabilità. Una ragione in più per valutare il fidanzamento con maggiore considerazione di quanto non si faccia di solito.

Dove posare l’attenzione

La catastrofe raccontata poteva essere evitata; ma anche tutti i matrimoni falliti, poiché esistono omissioni e inganni comuni a tante storie. Proprio a partire da questa comunanza è possibile rimuovere il velo che impedisce di individuare la strada giusta e che sovente rende il periodo del fidanzamento talmente inutile, che renderlo un transito diretto al matrimonio, senza alcun periodo di verifica, non sarebbe stato più dannoso.

Se si desidera veramente impedire che la cecità inattivi tutte le potenzialità che il fidanzamento ci offre, basta posare lo sguardo su alcuni ambiti del percorso di vita del nostro compagno, i quali ci possono disvelare molto della sua vera natura. A esempio il suo rapporto con l’amicizia, con il lavoro e con la stessa partner.

Proprio per effetto della coerenza che segna il nostro procedere è difficile pensare che la personalità di un individuo, privo di amicizie o incapace di mantenere quelle che riesce a stabilire, possa non presentarci qualche sorpresa una volta celebrato il matrimonio. La tendenza a trovare difetti a tutto l’universo, che sovente ci sono dietro a situazioni in cui il rapporto con l’amicizia appare difficile, segnala quasi a colpo sicuro limiti significativi nel registro relazionale. L’amicizia è un tipo di relazione che richiede continuità, impegno, capacità di guardare anche alle esigenze delle persone che frequentiamo, capacità di stabilire legami di reciprocità. Nel caso che abbiamo appena illustrato, entrambi i protagonisti mostravano vistose inadeguatezze in questo particolare ambito, praticamente non avevano amici, ma forse proprio per questo era difficile che si accorgessero del limite dell’altro.

Lo stesso vale per l’ambito del lavoro. L’instabilità dei legami professionali, quando è abitudinaria, va indagata, poiché può nascondere una grande difficoltà di adattamento alle relazioni sociali responsabilizzanti, può indicarci l’esistenza di un substrato di fragilità il cui esito può palesarsi nell’incapacità di assumere impegni adulti. Allo stesso modo deve preoccuparci il rovescio della medaglia, ossia un attaccamento parossistico, quasi esclusivo al versante professionale, che può alludere a un processo compensatorio in atto.

Un intreccio ossessivo con il proprio lavoro ci può segnalare una tendenza al "riempimento" della propria vita per mezzo di attività razionali, lontane dal temuto mondo dell’affettività. Questo meccanismo quasi bulimico, riempitivo, laddove si presenta non va per nulla sottovalutato, e così, come per la galassia delle amicizie, deve divenire materia di chiarimento ben prima di arrivare al matrimonio. Procrastinare a dopo le nozze il confronto sulle componenti traballanti significa che in seguito ci si dovrà accollare passivamente gli effetti di ciò che non si è affrontato per tempo, essendo il potere contrattuale del dopo matrimonio, soprattutto delle componenti più deboli, molto più limitato di quanto non fosse durante la fase del fidanzamento.

Di notevole importanza, dopo l’amicizia e il lavoro, è la valutazione del comportamento tenuto dal partner all’interno del rapporto di coppia. Una genuina, ma soprattutto verificata, capacità di provare interesse per il fidanzato o la fidanzata è un indizio molto positivo, un segnale da interpretare ottimisticamente.

Tuttavia, piccoli particolari, magari trascurati proprio per la loro apparente dimensione periferica, ci possono dare buone dritte. Ad esempio, la costante tendenza ad arrivare tardi agli appuntamenti può disvelare un tentativo di svalutazione dell’altro, una volontà di sottomettere il futuro compagno, o compagna, della vita.

Particolare attenzione dev’essere prestata a quegli atteggiamenti che tendono a porre l’altro sotto giudizio in modo continuativo, minando il suo livello di autostima, come pure è importante guardare dietro certe tendenze a "educare" il partner, collocandolo indirettamente in un ruolo subalterno. Tutto ciò che favorisce percezioni di asimmetria dentro al rapporto, esacerbando i vissuti di inferiorità in colui, o colei, che ne viene fatto segno, denuncia un’inclinazione al dominio assolutamente incompatibile con le finalità della vita di coppia. Pertanto anche questi comportamenti debbono indurci a riflettere sull’idoneità a rapporti di lungo periodo, quali il matrimonio o la convivenza, della persona che li agisce in modo non casuale.

Tutta la linea di contatto dell’individuo con i propri simili, con particolare attenzione ai citati compiti vitali – amore, amicizia, lavoro –, rappresenta un luogo di indagine privilegiato nel percorso che conduce alla scoperta del volto più vero del nostro partner, quel volto che si paleserà invariabilmente quando il rapporto assumerà una forma definitiva, e gli spazi per porre rimedi diventeranno angusti, impraticabili, fino a che il più delle volte non rimarrà che la scelta di una rottura del legame. Una scelta comunque traumatica, capace di depositare scorie altamente nocive per tutto il resto dell’esistenza.

C’è modo di arrivare in tempo. Vivendo il fidanzamento da svegli, a occhi aperti.

Domenico Barrilà

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