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DOSSIER

L'approccio giovanile al matrimonio
Il problema dell'indissolubilità

di Giorgio Campanini
(professore f.r. di Sociologia)
      

Famiglia Oggi n. 6 giugno/luglio 1997 - Home Page
I molti cambiamenti avvenuti nella società hanno determinato mutamenti nei confronti del vincolo matrimoniale, dei valori propri della coppia, della durata del legame. Sarebbe però un errore considerare separazioni e divorzi caratteristiche delle nuove generazioni. Non si può, infatti, concludere che in passato vigesse una forte stabilità coniugale mentre l’unica prerogativa del presente sia l’instabilità. Oggi i giovani hanno richieste e attese diverse dal matrimonio e lasciano impetuosamente emergere una non banale domanda di felicità. Se rifuggono però da scelte definitive è perché non vogliono giocarsi la vita per una causa non del tutto convincente.

Il tema in oggetto è vasto e impegnativo: da una parte richiederebbe, per essere adeguatamente approfondito, un’ampia rivisitazione storica; dall’altra esigerebbe, per quanto riguarda il futuro, attitudini alla profezia che non sono propriamente quelle del sociologo dal quale si attende, semmai, una ragionevole previsione. Di qui, inevitabilmente, una scelta di campo ancorata soprattutto sul presente, pur senza la rinunzia ad alcune incursioni nel passato e con alcune conclusive aperture agli scenari futuri. Dall’altra parte è soprattutto con "l’oggi" che deve confrontarsi la sociologia, così come, del resto, lo stesso diritto: nell’oggi gli uomini vivono e nell’oggi gli uomini devono riuscire a trovare risposta, in quanto possibile, ai loro problemi. Un altro preliminare riguarda l’uso più frequente che si tenderà a fare dei concetti di "stabilità" da un lato e di "fedeltà" dall’altro, piuttosto che a quello di "indissolubilità".

L’indissolubilità è infatti una categoria per un verso giuridica – in quanto il divieto di rottura definitiva del matrimonio sia sanzionato dal diritto, e di qui discenda la proibizione di successivi matrimoni "legali" – e per un altro verso religiosa, in quanto indica la percezione della persistenza del vincolo coniugale come "impegno" verso il Dio fedele e insieme come "dono" che scende dall’alto. Dal punto di vista sociologico, tuttavia, la categoria di "stabilità" ne co stituisce l’equivalente, così come dal punto di vista etico è il concetto di "fedeltà" che fornisce significato e senso alla "indissolubilità". Poiché le riflessioni che seguono si situano in una prospettiva essenzialmente sociologica, è ovvio che la principale categoria di riferimento sia, appunto, la "stabilità".

Uno stereotipo alquanto diffuso, e spesso non poco acriticamente ripetuto, è quello secondo cui vi sarebbe stata una sorta di brusco passaggio dalla stabilità all’instabilità, a seguito del processo di modernizzazione: dunque, la famiglia occidentale, un tempo stabile, sarebbe poi progressivamente transitata nell’area dell’instabilità. La secolarizzazione dell’area occidentale, con la conseguente caduta del significato propriamente religioso del vincolo matrimoniale, avrebbe svolto, in questo passaggio, un ruolo determinante. Vi è una parte di verità, ma solo una parte, in questo schema interpretativo che in realtà, alla luce delle recenti ricostruzioni storiche, parziali e di insieme, chiede di essere in alcuni punti rivisto o comunque reinterpretato.

In primo luogo si deve osservare che il confronto tra l’asserita stabilità del passato e la presunta instabilità della famiglia moderna è reso difficile da un fatto sin qui, in generale, insufficientemente valutato, e cioè la diversa propensione al matrimonio rilevabile nei due tipi di società. Al contrario di quanto comunemente si crede, nella società occidentale, nel lungo arco di secoli che va dalla crisi dell’impero romano a tutto il Settecento, il matrimonio non è stato affatto la regola nel rapporto fra i sessi. Certo, la Chiesa per la sua parte e la società civile (ma con minore convinzione) per la propria spingevano in direzione della legittimazione dei rapporti sessuali e, di conseguenza, per la filiazione legittima; ma molti uomini e molte donne si comportavano diversamente. Vi è una lunga galleria di uomini illustri – da Colombo a Cartesio, da El Greco a Galileo – che hanno convissuto in via di fatto e hanno avuto figli dalle donne con le quali convivevano, senza essersi mai sposati o avendolo fatto molto tardivamente. Comportamenti di questo genere erano diffusi in tutte le classi sociali, anche se per ragioni profondamente diverse; nelle classi più elevate perché il principio del maggiorascato impediva il matrimonio legale dei non primogeniti, onde evitare la frammentazione del patrimonio familiare; nelle classi più povere, perché sposarsi e "metter su casa" comportava – ieri come oggi – costi e oneri che, in una società povera, pochi potevano permettersi.

Non stupisce, dunque, che rigorose ricerche storiche abbiano messo in evidenza la relativa rarità del matrimonio legale in Occidente: si valuta che per molti secoli le persone sposate siano state meno della metà della popolazione adulta, anche perché molte categorie di persone – non solo i chierici, ma anche i servitori, i marinai, i soldati, gli attori – erano socialmente esclusi dal matrimonio. Il dato è avvalorato, e in qualche modo documentato, dal rapporto, che all’osservatore di oggi appare del tutto anomalo, tra i figli legittimi e quelli illegittimi, i quali ultimi sono stati in certi periodi in maggioranza. Nella società occidentale del Novecento, invece, il matrimonio si è generalizzato, sino a raggiungere in Italia intorno agli anni ’50 quello che per ora rimane il "massimo storico" di nuzialità: circa il 90% della popolazione adulta. Nel 1951 solo il 7,85% degli uomini non erano mai stati sposati e il 14,49% delle donne sopra i 50 anni. Ora è ovvio che ad una più elevata e diffusa nuzialità corrispondano più marcati fattori di instabilità. Quando le categorie "a rischio" non si sposavano, evidentemente la famiglia – come scelta operata dai gruppi nel complesso più favoriti culturalmente e socialmente – risultava più stabile. Se il confronto si estendesse alle famiglie di fatto, il coefficiente di instabilità della famiglia premoderna risulterebbe assai più elevato.

Alcuni mutamenti iniziali

Un secondo fattore che rende problematica l’adozione del modello «stabilità (di ieri)/instabilità (di oggi)», è rappresentato dall’importante variante della durata dei matrimoni. Si è calcolato che ancora nel Settecento la durata media del matrimonio si aggirasse attorno ai 17 anni (in certi periodi del Medioevo era ancora più bassa). Nell’arco di due secoli – periodo di tempo relativamente breve se ci si pone in una prospettiva di "lunga durata" – la potenziale durata media del matrimonio è oltre che raddoppiata, sino a situarsi oggi attorno ai 40-45 anni.

Infatti, pur se l’età media di contrazione del matrimonio in Occidente, e anche in Italia, si è sensibilmente elevata (sino a raggiungere nel 1996 il dato di quasi trent’anni per gli uomini e di 26-27 per le donne), in compenso le speranze di vita sono fortemente aumentate, portandosi a circa 80 anni per le donne e a 75 anni per gli uomini. Da questi mutamenti demografici deriva un forte prolungamento potenziale della convivenza, e il conseguente aumento dei rischi di instabilità. In altre parole, se le convivenze matrimoniali, oggi, durassero soltanto 17 anni in media, il numero delle separazioni e dei divorzi (molti dei quali, come noto, intervengono dopo i 20 anni di matrimonio) sarebbe assai più ridotto di quanto non sia.

Occorre tuttavia riconoscere che questi due fattori strutturali – più elevata percentuale di persone che si sposano, più lunga durata del matrimonio – non possono dare, da soli, ragione della crisi della stabilità matrimoniale intervenuta in Occidente, e anche in Italia, nella seconda metà del ventesimo secolo. È soprattutto con dati di ordine culturale che occorre misurarsi; e qui ci si incontra con il vero elemento di novità dell’approccio giovanile al valore della stabilità coniugale, e dal passato si transita necessariamente al presente.

Le attese di oggi

La ragione profonda della crisi va cercata e trovata nel radicale mutamento intervenuto, con l’ingresso della modernità, nel "sistema delle attese". L’elevato tasso di separazioni e di divorzi è essenzialmente dovuto alla diversità della risposta che le attuali generazioni, a differenza di quelle del passato, danno ad una sempre riproponentesi domanda: qual è il senso del matrimonio? Il senso del matrimonio veniva ricercato, in passato, in ordine a tre fondamentali funzioni. In primo luogo la procreazione socialmente legittimata: non (va sottolineato) la procreazione tout-court, che può avvenire, com’è ben noto (e come di fatto avviene in tutte le società conosciute, anche se in misure sensibilmente diverse), in altre forme. La vocazione alla paternità e alla maternità è profondamente radicata nel cuore degli uomini e delle donne, e il matrimonio è il luogo nel quale questa aspirazione si incontra con l’esigenza di ogni gruppo umano di riprodursi. In questo senso il matrimonio fecondo è stato considerato in tutte le epoche del passato (sino quasi ai nostri giorni) un "matrimonio felice".

In secondo luogo al matrimonio è stata affidata una funzione di protezione, emozionale e anche e soprattutto economica, rappresentando esso un modo di migliore allocazione delle poche risorse disponibili. Anche in questo caso, uno stato di vita che consentiva una vita più tranquilla e serena di quella ottenibile con il celibato era considerato "un matrimonio felice". Infine, il matrimonio è stato tradizionalmente il luogo non tanto del semplice esercizio della sessualità (che si è sempre esplicata, in tutte le società, anche in altre forme), ma di una sessualità socialmente, e soprattutto religiosamente accettata, in luogo di essere occultata e marginalizzata. Ancora una volta, un matrimonio che avesse permesso un ragionevole e mutuo soddisfacimento degli impulsi sessuali era considerato un "matrimonio felice".

Se si confronta questo schema, tipico del passato, con il vissuto delle giovani generazioni si ha chiara la percezione del mutamento intervenuto e dunque del cambiamento del "sistema delle attese". La procreazione non è posta più al centro del rapporto di coppia; alla protezione contro i rischi dell’esistenza si provvede con il lavoro individuale e con il ricorso alle provvidenze dello Stato sociale; gli impulsi sessuali non vengono più repressi né occultati, ma soddisfatti in molti casi fuori dal matrimonio (con una significativa variante rispetto al passato, anche dalla componente femminile della popolazione), né si ritiene più che sia necessario sposarsi per appagare le proprie pulsioni sessuali.

Giovani in cerca di felicità

Pressoché nulla di ciò che gli uomini e le donne della premodernità si attendono dal matrimonio persiste nel vissuto delle giovani generazioni. Ciò che impetuosamente emerge, il terreno sul quale si deciderà il successo o l’insuccesso del matrimonio, è la realizzazione della felicità personale. Poco importa che si abbiano figli; poco importa che il matrimonio consenta un tranquillo appagamento delle proprie pulsioni sessuali, se alla fine non si raggiunge la felicità, se ci si sente "infelici", e dunque insoddisfatti, inappagati, inquieti.

A dati in qualche modo oggettivi e misurabili si sostituiscono così, nel passaggio della società premoderna alla società moderna, fattori in qualche modo imponderabili, quali quelli che si riconducono all’ambigua e problematica categoria di "felicità". Il matrimonio "tiene" se soddisfa questa aspirazione alla felicità; non "tiene" più se sia ritenuto fattore di infelicità. Non vi è dubbio che in questo modo il matrimonio moderno realizza un vero e proprio salto di qualità rispetto al matrimonio premoderno. È potenzialmente più ricco, più espressivo, più dotato di senso: ma nello stesso tempo più esigente. Una sorta di aurea mediocritas come quella che caratterizzava non pochi matrimoni del tempo antico, e a maggior ragione convivenze tenute in piedi per abitudine, o magari per amore del quieto vivere e per pigrizia: tutto questo appare agli occhi delle giovani generazioni come un inaccettabile arretramento rispetto all’originaria e ricorrente domanda di felicità. È per questo che il matrimonio viene molto spesso abbandonato.

È appena il caso di osservare che dietro a questo approccio mentale sta l’arrière-pensée, che è poi un atteggiamento tipico delle società divorziste, che la causa della mancata felicità del matrimonio sia dell’altro. Il fatto che la fuoriuscita dal matrimonio, dopo la separazione o il divorzio, sia spesso un altro matrimonio conferma appunto questa arrière-pensée, perché se si ritenesse che l’insuccesso del matrimonio fosse dovuto a propria responsabilità si opererebbe una profonda conversione dei propri atteggiamenti e dei propri stili di vita, oppure ci si rassegnerebbe a non sposarsi più, prendendo atto della propria fondamentale incapacità di stabilire un felice rapporto di coppia. Ma l’esperienza – oltre che le statistiche – rivelano che difficilmente sarà così.

Occorre tuttavia rendersi conto che l’attesa di felicità è una "domanda seria" e che ad essa occorre prestare estrema attenzione. È doveroso educare i giovani al realismo, alla presa di coscienza della realtà, alla consapevolezza dei limiti insuperabili di ogni rapporto di coppia, anche il più armonioso; ma non troverebbe ascolto alcuno, nelle generazioni giovanili, l’invito a tenere in piedi un rapporto matrimoniale quale che sia, da accettarsi per apatica rassegnazione, come una sorta di condanna alla quale è impossibile sottrarsi (atteggiamento non insolito nelle coppie anteriormente all’introduzione del divorzio, ma sempre meno frequente nelle coppie di oggi, che operano ormai in una società divorzista non soltanto giuridicamente, ma anche e soprattutto culturalmente).

L’emancipazione femminile

Dietro separazioni e divorzi occorre sapere leggere certo, molte volte, superficialità, immaturità, fragilità di carattere e via dicendo; ma anche una forte e legittima domanda di felicità. In prospettiva pastorale è necessario attrezzarsi non solo per celebrare matrimoni "validi" ma anche matrimoni umanamente ricchi, e dunque suscettibili di riuscita. Vi è infatti nella cultura contemporanea una sorta di istintiva reazione di rigetto nei confronti della banalità, del grigiore, dell’anonimato nel matrimonio. Ciò che ieri appariva sopportabile, ed era di fatto sopportato, ora non lo è più, né può esserlo più da parte delle nuove generazioni, portatrici di una forte domanda di felicità coniugale. Qui si inserisce un tema centrale che riguarda l’aspetto forse più evidente, e certo più incisivo, del mutato atteggiamento delle nuove generazioni nei confronti del matrimonio, e cioè il nuovo modo di porsi della donna verso questa istituzione.

Nella società del passato il matrimonio ha potuto essere letto a lungo come una "struttura di protezione" della femminilità. Vi sono antropologi i quali hanno interpretato l’istituto del matrimonio come «divieto sociale di una maternità scissa dalla paternità», in altri termini come rifiuto sociale della figura della ragazza-madre, nel presupposto – empiricamente verificabile anche in società considerate a lungo primitive, ma sotto questo aspetto forse più avanzate della nostra – che una procreazione monogenitoriale, di fatto affidata nella sua lunga fase di gestione dopo il parto alla sola madre, fosse una procreazione "a rischio" e dunque da evitare per un gruppo sociale preoccupato della propria autoconservazione e del proprio sviluppo nel tempo. Analogamente hanno operato – non solo in Israele ma in quasi tutte le culture – strutture sociali sostitutive del marito defunto in caso di vedovanza, nel presupposto, di fatto verificabile, della strutturale condizione di debolezza della donna sola. In questo senso il matrimonio ha operato nella storia come elemento di sostegno dell’universo femminile inteso come "struttura della debolezza".

Queste "ragioni di debolezza" sono tutt’altro che assenti nelle stesse società industriali avanzate, le quali tuttavia hanno apprestato, in misura ora più ora meno marcata, interventi rivolti a evitare alla società le conseguenze sociali negative di una procreazione affidata a un solo partner, quello femminile, privato del sostegno economico ma anche affettivo ed emozionale, dell’uomo. In complesso, però, queste ragioni hanno perduto gran parte della loro persuasività in relazione sia all’ingresso della donna nel mondo del lavoro, sia all’intervento stesso dello Stato sociale. Non è certo facile, oggi come ieri, educare un figlio da sole; ma è meno difficile di ieri, e comunque questo fatto non sembra, agli occhi delle nuove generazioni femminili, giustificare da solo il mantenimento di una relazione ritenuta foriera di infelicità.

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