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DOSSIER - 2

L'approccio giovanile al matrimonio
Il problema dell'indissolubilità

di Giorgio Campanini
(professore f.r. di Sociologia)
      

Famiglia Oggi n. 6 giugno/luglio 1997 - Home Page

Le crisi dell’uomo

Il futuro della stabilità del matrimonio sta, da questo punto di vista, nella sua capacità di integrare armonicamente il maschile e il femminile e di conciliare e armonizzare i reciproci "sistemi delle attese". Troppe volte viene attribuita alla sfera della femminilità una conflittualità, talora acuta, che nasce invece dalla riluttanza, o dal rifiuto, della componente maschile, a misurarsi con questa nuova dimensione della femminilità e a rivedere, conseguentemente, il proprio modo di essere e di pensare e i propri stili di vita. Si afferma, talora superficialmente, che la crisi del matrimonio moderno sta nel processo di emancipazione femminile, mentre in realtà la crisi è nell’uomo ed è riconducibile alla difficoltà di adeguare il ruolo maschile al mutato ruolo femminile senza porre mente al fatto che il matrimonio è una relazione e che, in una relazione, quando uno dei termini cambia, "tutto cambia". Confrontarsi con questo cambiamento sarà il fondamentale banco di prova delle nuove generazioni maschili, alle prese – per la prima volta nella storia – con un nuovo modello di femminilità.

Su questo sfondo si pone la questione se nelle nuove generazioni si avvertano tendenze più accentuate al rifiuto del valore dell’indissolubilità. Una lettura di questo non facile problema può essere fatta sulla base di due punti di riferimento.

Il primo punto è rappresentato dalle indagini e rilevazioni concernenti il quadro di valori degli italiani e, in questo ambito, il loro atteggiamento nei confronti dell’indissolubilità del matrimonio. Ne emerge, in generale, la larga accettazione del divorzio (e quindi il rifiuto dell’indissolubilità), anche da parte di consistenti frazioni degli stessi cattolici praticanti. Spesso si fa riferimento, per giustificare il divorzio, a situazioni di crisi irreversibili, se non a casi limite; ma il principio della totale e assoluta indissolubilità, quale è ancora oggi proposto dalla Chiesa, incontra il pieno consenso di limitatissime aliquote della popolazione; ed è altresì da osservare – per quanto riguarda specificamente i giovani – che in quasi tutte le recenti inchieste il livello di accettazione del divorzio cresce a mano a mano che diminuisce l’età degli intervistati (l’accettazione della "inevitabilità" del divorzio, in determinate situazioni, è quasi plebiscitaria nel campione giovanile).

Il secondo punto di riferimento è costituito, viceversa, dall’analisi comparata del tasso di divorzialità (e di separazioni) delle coppie giovani rispetto a quelle che hanno alle spalle una più lunga durata del matrimonio. Il solo dato, ben noto, dell’aumento del numero delle domande di separazione (passate in Italia, fra il 1971 e il 1992 da 13.374 a 53.350, con un aumento di oltre quattro volte) non sarebbe di per sé indicativo: si tratta infatti di vedere se le istanze di separazione riguardino la popolazione giovanile oppure quella adulta.

I dati del censimento

Le non molte ricerche analitiche condotte in Italia danno risultati ancora problematici. Va anche ricordato – distinguendo i divorzi per fasce corrispondenti alla durata del matrimonio – che secondo i dati del censimento del 1991 la maggiore divorzialità (con il 27,86% del totale) riguarda le coppie sposate da 21 anni e oltre; seguiva la fascia di coloro che erano sposati da 11-15 anni (24,53%), ma elevato era anche il numero di coloro che avevano divorziato dopo 16-20 anni di convivenza. In totale, tra i divorziati, coloro che avevano alle spalle oltre 15 anni di matrimonio (e dunque aventi presumibilmente un’età fra i 40 e i 50 anni) rappresentavano quasi la metà del totale (per la precisione, il 48,22%). Il divorzio sembra essere affare degli adulti e talora di persone vicine alla senescenza, piuttosto che dei giovani. Non sembra, in ogni modo, che l’attuale generazione giovanile presenti tassi di divorzialità più elevati rispetto a quella che appare, da questo punto di vista, la vera "generazione critica", quella cioè del ’68, caratterizzata da ben note trasformazioni culturali.

A parziale correzione di questo elemento, che potrebbe apparire un poco ottimistico, va citato il dato inquietante della diminuzione del numero dei matrimoni, sia in assoluto sia rispetto alle corrispondenti leve giovanili. Nel 1995 i matrimoni sono stati 283.000, con una diminuzione di oltre il 25% rispetto alle massime raggiunte negli anni ’70, al punto che autorevoli osservatori ritengono che da un quarto a un terzo dei giovani delle attuali generazioni non si sposerà mai (pur se una valutazione definitiva potrà intervenire solo attorno al 2020, non essendo da escludere matrimoni tardivi). Questo dato può essere interpretato in termini generali come "fuga dal matrimonio", ma più specificamente anche da una sorta di orrore della durata. Ciò che inquieta e spaventa i giovani è il timore di un "impegno per la vita", che porrebbe limiti invalicabili alla loro "libertà" e implicherebbe scelte definitive alle quali componenti non marginali del mondo giovanile rifuggono.

In altra prospettiva, questo stesso fenomeno di fuga dal matrimonio può essere interpretato anche come consapevolezza che il rapporto di coppia è severo ed esigente e che gli impegni che da esso derivano non possono essere superficialmente affrontati; e quando non ci si sente all’altezza di contrarre un impegno per la vita realizzato nella fedeltà si preferisce, da parte di molti, optare per le forme di convivenza e di relazione sessuale meno impegnative. Da questo punto di vista è possibile che, almeno in un Paese nel quale la famiglia ha ancora un forte prestigio agli occhi delle giovani generazioni come è ancora l’Italia, la relativamente bassa divorzialità possa essere spiegata anche alla luce della diminuzione del tasso di nuzialità. In altri Paesi (tipico il caso degli Stati Uniti d’America) ci si sposa di più, ma anche si divorzia di più. Là dove il matrimonio è ancora preso sul serio e gli impegni di fedeltà che ne derivano non sono considerati un optional, la ritenuta incapacità di affrontare una convivenza di lunga durata potrebbe sfociare – come da molti segnali sembra stia avvenendo – nel rifiuto del matrimonio.

Si tratta dunque non soltanto di rifondare eticamente il matrimonio come realtà che dura nel tempo, e dunque come istituzione, ma anche di attrezzare le giovani generazioni a confrontarsi con il fenomeno della "lunga durata", che per la prima volta nella storia si pone alle generazioni nate nella seconda metà del Novecento e che le accompagnerà negli anni Duemila. Una "lunga durata" come grande opportunità per un rapporto di coppia sempre più ricco e profondo, ma anche come "avventura", e dunque come rischio.

Oltre la precarietà dei rapporti

La questione della "lunga durata" ripropone tuttavia, ancora una volta, il problema di fondo di fronte al quale si trovano le nuove generazioni: quello di conciliare la stabilità (come equivalente sociologico dell’indissolubilità) del rapporto con l’orizzonte di mobilità, e in qualche modo di precarietà, nel quale sono immersi.

Caratteristica basilare della società industriale avanzata è infatti la mobilità: una "mobilità" che è "geografica" (ci si sposa, si viaggia, si mutano continuamente i punti di riferimento), professionale (si svolgono generalmente, nel corso della vita, diversi lavori) e relazionale (si intessono rapporti molteplici e a diversi livelli, spesso con persone fisicamente lontanissime ma rispetto alle quali la tecnica moderna consegue l’effetto dell’abolizione delle distanze).

Si potrebbe dire, sinteticamente, che nell’orizzonte dell’uomo moderno tutto muta e abbastanza rapidamente. Il contadino antico viveva tutta la sua esistenza nello stesso luogo, radicato nella stessa terra, impegnato nelle medesime mansioni, a contatto con le medesime persone, in un contesto di forte staticità; il giovane di oggi conosce una serie di esperienze per lo più diverse e vive in un contesto di radicale mobilità. Di qui un paradosso della stabilità della coppia: rappresentare un "punto fermo" in un contesto il cui tutto, o quasi tutto, muta. Si tratta, se è consentito ricorrere a questa espressione, di cambiare residenza, nazionalità, occupazione, abitudini, stili di vita, senza cambiare il coniuge, facendo del rapporto di coppia un’oasi di stabilità (e di immutabilità) in un universo in continuo mutamento. Cambiano quasi tutti i punti di riferimento, tranne uno, quello rappresentato dalla persona del coniuge, con il quale ci si incontra e si permane tutta la vita. Porre il problema in questi termini significa assumere consapevolezza dell’estrema difficoltà che incontra oggi, agli occhi delle nuove generazioni, la salvaguardia dell’indissolubilità del matrimonio. Nello stesso tempo, tuttavia, proprio l’estrema mutevolezza dei rapporti tipica delle società industriali avanzate esprime una forte attesa di stabilità: l’aspirazione, cioè, a trovare un punto fermo, un luogo sicuro, uno spazio protetto nel quale la mobilità non irrompe e all’interno della quale la "novità" di vita che rimane una delle istanze profonde del cuore degli uomini, in tutte le epoche, venga ricercata non in una continua variazione dei rapporti, non in una esasperata ripetizione delle esperienze, ma coltivando a fondo un solo rapporto, così da consentirgli di esprimere tutte le sue potenzialità e tutte le sue ricchezze.

La nuova fedeltà

Si tratta di una impresa – quella che consiste nel conciliare "la mobilità" della società industriale e la permanenza nel tempo del vincolo coniugale – difficile ma non impossibile. Vincere questa scommessa, tuttavia, significa sapersi fare carico di un nuovo modello di educazione alla stabilità: che non ignori le regole della società complessa e faccia dunque accettare la legge ineluttabile del cambiamento in ordine ad una serie di aspetti pure importanti della vita, ma che nello stesso tempo aiuti a compiere una saggia opera di discernimento tra ciò che deve cambiare e ciò che non deve cambiare. Solo in questo modo è possibile evitare la pura e semplice assimilazione della relazione di coppia ai tanti rapporti provvisori e precari che costituiscono l’humus tipico, e in qualche modo necessario, della società industriale.

In questo contesto culturale appare sempre più difficile presentare e proporre l’indissolubilità del matrimonio in una prospettiva esclusivamente, o anche prevalentemente, giuridica. La cultura permissiva e soggettivistica che permea l’attuale società rende estremamente arduo motivare il mantenimento del vincolo coniugale – non solo nella buona ma anche nella cattiva fortuna – in vista delle superiori esigenze dell’istituzione del matrimonio e, in prospettiva, per il "bene comune" (sentito il più delle volte dai giovani come realtà astratta, lontana, spesso conflittuale rispetto al loro vissuto e al loro sentire). È dunque solo in un’altra prospettiva, essenzialmente etica (e, per i credenti, anche religiosa), che l’indissolubilità può essere presentata: è la prospettiva non più della "indissolubilità", e dunque del "dovere", ma piuttosto quella della "fedeltà", e perciò del dover essere.

Nonostante le apparenze, la fedeltà è ancora un valore fortemente avvertito dalle giovani generazioni. Essa è ritenuta un elemento fondamentale non solo del matrimonio ma anche di un semplice rapporto amoroso o sentimentale. Certe accomodanti "indulgenze", soprattutto nei confronti dell’infedeltà maschile, non trovano più spazio nell’esperienza della nuova femminilità e sempre più la fedeltà appare non come una prerogativa quasi esclusivamente femminile, ma come una conditio sine qua non per l’esistenza e la stessa permanenza nel tempo della coppia.

Paradossalmente, proprio in una società e all’interno di una cultura come le attuali, la fedeltà coniugale emerge come banco di prova dell’autenticità dell’amore, come ciò che ne segna la riuscita o il fallimento, la permanenza nel tempo o il tramonto. Mai come oggi forse nella storia de gli uomini la fedeltà è stata riconosciuta, apprezzata, stimata: al punto di giustificare e quasi legittimare il divorzio come inevitabile risposta al venir meno della fedeltà. Tollerante e permissiva su molti piani, a partire da quello delle esperienze sessuali, la cultura giovanile si riconosce tuttavia nella fedeltà e ad essa aspira.

Quanta fatica, tuttavia, a vivere (e non solo a teorizzare) la fedeltà! Ostacola la sua piena accettazione il clima di precarietà e di provvisorietà che sembra caratterizzare il vissuto delle nuove generazioni. Il fatto, tuttavia, che esse, dopo avere in larga misura abbandonato il quadro dei valori tradizionali del matrimonio, guardino con simpatia (e forse con nostalgia) alla fedeltà, rappresenta pur sempre una sfida alla comunità cristiana e richiede ad essa la capacità, e il coraggio, di una nuova evangelizzazione della fedeltà.

Conclusione pastorale

L’attuale cultura giovanile e l’insieme di valori, ma anche di disvalori, che li caratterizzano impongono un profondo mutamento di prospettiva in ordine alla sempre necessaria proposizione dell’indissolubilità come fedeltà, anche al di là dell’impostazione generale dell’ordinamento giuridico. Non "contro" il diritto vigente, mai in controtendenza rispetto ad esso, si tratta di "annunziare", e insieme "testimoniare", il senso di una scelta indefettibile, mai rinunziabile, per l’altro. Queste due parole non sono scelte a caso: occorre infatti "annunziare", opportune et importune, una "verità del matrimonio" che non è né di ieri né di oggi o di domani, ma di sempre e che la comunità cristiana deve di continuo proclamare, perché solo in questo contesto il matrimonio può rimanere segno e simbolo dell’alleanza – essa sì definitiva e indefettibile – fra Dio e l’uomo.

Un’alleanza di cui il matrimonio indissolubile è pur sempre un segno, anche se talora ambiguo e lacerato; e insieme occorre "testimoniare" questa verità attraverso l’esistenza concreta di uomini e donne che mostrino come non solo la fedeltà di lunga durata sia possibile, ma come al suo interno e nel suo segno l’amore possa crescere, essere fecondo di frutti e di doni (non di rimpianti, di frustrazioni, di rassegnazioni).

Nello stesso tempo, la stessa crisi dell’indissolubilità come fedeltà testimonia quanto cammino ancora occorra fare sulla via di questa importante componente della evangelizzazione, cominciando ad investire nella preparazione al matrimonio e alla vita di coppia – banco di prova quotidiano dell’attitudine alla fedeltà – energie ben maggiori di quelle, pur cospicue, che sin qui la comunità cristiana ha in questo campo impiegato (del tutto lasciata sola da una comunità civile che, nonostante l’importanza che anche dal suo punto di vista la stabilità del matrimonio assume, poco o nulla fa per formare quanti accedono al matrimonio e in particolare quanti optano per il matrimonio civile).

Dopo una stagione pastorale caratterizzata da una larga, forse troppo larga, accoglienza, è forse venuto il momento del discernimento, se non della severità. Meritano di essere ripensate le indicazioni contenute nel Direttorio di pastorale familiare (nn. 86 e 87) che prospettano anche, in casi limite, «la doverosa decisione di non ammettere al sacramento» nel senso di una «dolorosa ma stimolante scelta pastorale»: senza preclusioni, discriminazioni o eccessi giuridicistici, occorre che la comunità cristiana esprima un’autentica capacità di discernimento e, in presenza di una evidente incapacità attuale di cogliere il senso e il significato del sacramento, sappia scegliere la via difficile ma più evangelica dei "tempi lunghi".

È appena il caso di sottolineare che questo discernimento dovrà esercitarsi non solo nei confronti del matrimonio come scelta di fede, ma anche del matrimonio come valore autenticamente umano: di per sé la fede non implica sempre e necessariamente una chiara percezione dei valori del matrimonio, dalla fedeltà come definitiva scelta di vita (con esclusione, dunque, di separazione e divorzio) all’apertura alla vita.

È la difficile saldatura, nel matrimonio, fra valori antropologici e valori di fede che deve essere attenta mente verificata, per non correre il rischio di dovere dichiarare, a qualche distanza di tempo, come "inesistente", e dunque come mai avvenuto, ciò che pochi anni e talvolta pochi mesi prima era stato celebrato al cospetto della comunità cristiana.

Ad una nuova generazione problematica e inquieta, che incontra crescenti difficoltà nel cogliere il senso del messaggio cristiano sull’indissolubilità, la comunità cristiana, senza escludere dal proprio ambito il diritto, non potrà dare una risposta esclusivamente né prevalentemente giuridica, ma dovrà prima di tutto offrire le ragioni della propria speranza (1Pt 3,15), e dunque anche della speranza nella capacità del matrimonio cristiano di porsi come alternativa alla deriva consumistica che rischia di trascinare con sé anche ciò che mai dovrebbe essere svilito a bene di consumo: il rapporto fra uomo e donna come segno dell’alleanza indefettibile fra Dio e l’uomo.

Giorgio Campanini

BIBLIOGRAFIA

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