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Incontri

Il sale della religiosità
Colloquio con il rabbino capo Giuseppe Laras

di Cristina Beffa
      

Famiglia Oggi n. 6 giugno/luglio 1997 - Home Page La spiritualità è per gli ebrei ciò che dà sapore al rapporto con Dio. Non rifiuta il mondo terreno, mira piuttosto a trasformarlo. È, comunque, una disposizione difficile da attuare nella famiglia odierna. Per questo, conviene tenere vivo il patrimonio delle figure bibliche

Forte senso della comunità, costante riferimento alla famiglia patriarcale, importanza dei legami fra le generazioni, consapevolezza d’essere un popolo nato in esilio. Sono alcuni degli aspetti ritornati frequentemente nella nostra conversazione con Giuseppe Laras, dal 1980 rabbino capo di Milano, dove esiste una comunità ebraica di oltre 10.000 unità (seconda per numero a quella di Roma) con una quindicina di Oratori e una ventina di rabbini.

La tenuta della famiglia ebraica risente, ovviamente, della crisi che contraddistingue le famiglie italiane ma, forse, con qualche problema in meno perché «il Diritto ebraico prevede, ad esempio, l’istituto del divorzio e quando, dopo consulenze e inviti a riflettere, una coppia si presenta al tribunale rabbinico il caso è ormai concluso. Essendo il divorzio regolamentato dal punto di vista religioso i divorziati non vengono esclusi da nessuna pratica religiosa. Certo, il problema delle coppie in crisi resta aperto per quelle che hanno figli in minore età, anche se registro una discreta preparazione alla separazione dei loro genitori da parte dei ragazzi. Le ripercussioni negative a livello psicologico, che purtroppo non mancano mai in questi casi, non sono sempre drammatiche e tendono, in generale, a essere superate», afferma con sicurezza.

Di origine iberica, Laras è nativo di Torino da genitori provenienti da Livorno dove ai tempi dei Medici si insediò una colonia di ex marrani. La presenza del cognome in terra medicea è documentata dai primi decenni dell’Ottocento. In seguito alle leggi razziali di Mussolini, madre e nonna materna furono deportate ad Auschwitz. Giuseppe si salvò grazie al denaro offerto da sua mamma a chi era incaricato di prelevare tutti gli ebrei del luogo. Sposato, tre figli (una figlia e due maschi), l’ultimo dei quali è in Israele con la propria famiglia, il rabbino capo considera «la creatura umana un unicum che deve rispettare le risorse naturali del creato e metterle a totale servizio dell’uomo».

  • È possibile dare una definizione della spiritualità?

«Premetto che è facile parlare di spiritualità mentre è ben più difficile viverla. Tuttavia la ritengo il sale della religiosità, ossia ciò che dà veramente sapore e completezza alla dimensione verticale del rapporto con Dio. Sia la religiosità che la spiritualità devono però sfociare nell’impegno sociale altrimenti resterebbero lettera morta».

  • Quindi lo spirituale va oltre la dimensione religiosa?

«Noi siamo nel mondo per dare qualche cosa di nostro. Nell’ottica ebraica la spiritualità mira a trasformare il mondo non a respingerlo. È questo il nostro marchio di fabbrica. Però l’impronta spirituale della vita non la si impartisce ai figli o agli amici. La si testimonia con l’esempio e con il comportamento. Noi ebrei investiamo molto nella famiglia e riteniamo fondamentale il legame intergenerazionale. Per questo, nella nostra visione, Robinson Crusoe è una astrazione: se un individuo non può dare amore né trasmettere la propria carica esistenziale e non ricevere cura dalla collettività, è come se non esistesse. La spiritualità deve quindi avere una dimensione comunitaria a partire dalla famiglia, per giungere alla società».

  • Avvertite il peso negativo della secolarizzazione?

«Certamente. La famiglia odierna sembra spesso governata dalla filosofia del monolocale (prendendo spunto dalla metratura delle abitazioni). Anche noi risentiamo di tutte le incongruenze e le contraddizioni di oggi, ma il nostro riferimento resta il patrimonio patriarcale della Bibbia. Figure come Abramo e Isacco, Sara e Rebecca ci offrono una ricchezza didascalica immensa. L’armonia, l’intesa, la collaborazione, la fedeltà alla precettistica religiosa sono elementi fondanti il nucleo familiare, sin dall’antichità. C’è grande consapevolezza, sensibilità, responsabilità anche se la fede è messa a dura prova, appunto, dalla società secolarizzata che oscura valori collaudati dai secoli. Noi, comunque, cerchiamo di coltivare tutti i nostri ideali».

  • Il vostro ideale di donna è stato oscurato dall’avvento del femminismo?

«Sarebbe ingiusto affermarlo perché nell’ebraismo la donna non è mai stata sottomessa all’uomo. Le va riconosciuto un ruolo che si è espresso soprattutto all’interno delle mura domestiche. Attualmente, però, le nostre donne lavorano tutte fuori casa ed esercitano una professione che non le rende diverse dalle altre. Del resto, per il realismo che ci caratterizza, non potremmo camminare su binari che ci escludono dal vivere sociale del Paese nel quale siamo inseriti, anche se non rinneghiamo la nostra identità. Anzi tendiamo a renderla sempre più forte ed evidente».

COME GLI ANTICHI MAESTRI

«Dalla distruzione del Tempio, Israele è vissuto in un paese di pergamena»: così il noto pensatore Abraham J. Heschel risponde a quanti gli chiedono come abbiano potuto, per secoli, gli ebrei resistere senza terra e spesso senza amici. Le Sacre Scritture hanno fatto il miracolo della loro sopravvivenza. Israele le ha custodite, meditate, cantate, pregate, commentate attraverso l’instancabile riflessione dei suoi maestri: costruttori di midrashìm, uomini di fede forte e di inesausta fantasia. Giacoma Limentani, autrice del volume Il Midrash (Paoline, lire 20.000), raccoglie i midrashìm, li rinarra, li fa rifiorire e rivivere sulla scia degli antichi maestri ebrei.
    

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