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MASS MEDIA & FAMIGLIA

La sindrome dei divorziati
Il difficile compito dei vaticanisti

di Guido Mocellin
(caporedattore de Il Regno)

       

Famiglia Oggi n. 6 giugno/luglio 1997 - Home Page Separazione fra informatore e informazione. Accresciuto peso delle fonti istituzionali. Generalizzazione dei contenuti a scapito di quelli deboli. Sono gli aspetti della nuova comunicazione religiosa. L’attuale rischio resta l’eccessiva banalizzazione della notizia.

«Niente comunione per i divorziati risposati». Non so quanti ci abbiano fatto caso, ma è dal 1993 che una volta all’anno, più o meno, questa notizia ritorna come fosse una gran novità tra le cronache religiose dei quotidiani italiani. Gli addetti ai lavori – e tra questi come non collocare i responsabili dell’informazione religiosa, al Corriere come a Repubblica o al Messaggero? – conoscono perfettamente la questione: c’è un documento pontificio del 1981, la Familiaris consortio, che in un certo passaggio raccomanda una prassi pastorale di accoglienza nei confronti dei divorziati risposati, ci sono gli episcopati locali che interpretano con diversi accenti tale raccomandazione, in funzione anche delle attese e delle domande della porzione di popolo di Dio loro affidata, e ci sono i competenti dicasteri vaticani che esercitano il proprio ufficio.

La notizia vera sarebbe dunque da calibrare, di volta in volta, sull’asse Chiesa locale-Chiesa universale, o sul triangolo Papa-curia romana-vescovi diocesani. Eppure, ogni anno (di solito verso ottobre-novembre), essa ritorna uguale all’anno prima, come fosse nuova, nell’apparente inconsapevolezza, da parte di chi la propone, dei precedenti, del dibattito, della "storia", insomma, di questo tema nella vita della Chiesa contemporanea. E ogni anno le si affiancano autorevoli commenti degli opinion makers del momento, come Pippo Baudo o Raffaella Carrà: dolorosamente provati – tra uno show e l’altro – dal fallimento di uno o più matrimoni, sono dunque pienamente legittimati, secondo le regole dell’informazione spettacolo, a duetti dialettici a distanza col cardinale Ratzinger o con monsignor Tettamanzi.

È così che ogni anno, probabilmente, si crea nell’opinione pubblica media (che non ricorda a memoria la Familiaris consortio) una buona dose di sconcerto, perché il tema è – come è noto – dei più delicati e mal sopporta le semplificazioni cui i mezzi di comunicazione lo costringono. Perché si verifica un tale fenomeno? Esso mi pare, per molti aspetti, paradigmatico della direzione in cui sta andando l’informazione religiosa sulla grande stampa laica. Per esporne i tratti salienti occorre tuttavia ripercorrerne, brevemente, la storia.

C’era una volta il vaticanista. Nei maggiori quotidiani, era l’esperto di ciò che accadeva entro le mura vaticane, intese più che altro come i confini dell’ultima monarchia assoluta. Indiscrezioni e pettegolezzi "di corte" erano le sue uniche fonti, giacché la Santa Sede, in quei tempi, non dava ufficialmente di se stessa alcuna notizia. I concistori e soprattutto i conclavi rappresentavano i rari momenti di stress di una carriera prestigiosa ma ovattata e tranquilla, vissuta tra liturgie pompose e monsignori bene informati. Il suo giornale, del resto, aveva mantenuto nei cromosomi quel tanto di laicismo da leggere la Chiesa solo come grande forma politica, e da cercare nei suoi uomini le debolezze che ogni parrocchiano insoddisfatto imputava al proprio curato: i soldi, le donne.

Poi vennero Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, e nacque gradualmente l’informatore religioso: un professionista capace di apprezzare lo spessore teologico – e non solo politico – delle aperture giovannee come delle discussioni conciliari e delle attuazioni montiniane, e di divulgarle con un linguaggio semplice ma non banalizzante. I cronisti del Concilio e soprattutto dell’immediato post-Concilio si sentono partecipi della dinamica della recezione e dunque estendono la loro attenzione a tutti gli aspetti della vita della Chiesa, nonché ai vari incroci che essa descrive con i contesti sociali, politici, culturali. Per sbozzare il loro profilo ecclesiale, sia che lavorino per un mezzo laico, sia che lavorino per un mezzo cattolico, si cercano i modelli evangelici più impegnativi: Maria, lo stesso Gesù. I sinodi dei vescovi, ovvero quanto in quegli anni la Chiesa vive di più simile al Concilio da poco conclusosi, sono le occasioni in cui lo sforzo di riprodurre un rapporto reciprocamente vitale tra l’istituzione e l’opinione pubblica è certamente più intenso (ma via via più frustrato).

La visibilità del pontificato

Con l’avvento di Giovanni Paolo II, e il parallelo eclissarsi della teologia nella sua capacità di incidere direttamente sul vissuto delle comunità, da un lato rimane l’informatore religioso, con la sensibilità ecclesiale e la qualità professionale che or mai lo contraddistinguono; dall’altro, al centro della sua attenzione tornano, gradualmente ma inesorabilmente, solo e soprattutto il Papa e l’esercizio del suo primato, l’uno e l’altro raccontati prevalentemente e con più efficacia allorché assumono la forma – fino a quei tempi quasi inedita – del viaggio apostolico: occasione di massima visibilità esterna del pontificato e insieme momento di governo della Chiesa locale.

Ma nel frattempo altri fenomeni, esterni alla Chiesa, intervengono a modificare l’intero contesto della comunicazione di massa: l’imporsi anche sulla stampa del modello televisivo di informazione, con il prevalere degli elementi di spettacolarizzazione della notizia e di ulteriore semplificazione-banalizzazione del linguaggio sugli standard pubblicitari; l’informatizzazione del lavoro redazionale, con la conseguenza che la comunicazione tra i redattori d’agenzia, che lanciano a getto continuo le loro "brevi" nei rispettivi circuiti, e i capiredattori o capipagina dei quotidiani, che le ricevono sui propri terminali, diventa determinante per fissare il destino di una notizia: se verrà pubblicata, e soprattutto quale taglio avrà. All’omologazione complessiva dei vari quotidiani, che questi due fenomeni hanno indotto, non si è certo sottratta l’informazione religiosa, che anzi ne ha molto patito, fino a separarsi di fatto dallo specialista – l’informatore religioso, appunto – che l’aveva per così dire inventata e forgiata.

Alla spettacolarizzazione si addicono infatti, oltre al Papa che viaggia e parla alle moltitudini (o che viene ferito nell’attentato, o che si ammala "in diretta", ecc.), i fenomeni miracolistici, la personalizzazione delle iniziative (ad esempio nel campo del volontariato) nei loro leader, le prese di posizione nette e polemiche fino allo scontro, i dibattiti tra intellettuali di prima grandezza. Per confezionare testi di questo tipo non servono particolari competenze teologiche o sensibilità ecclesiali. D’altra parte il prevalere del lavoro d’agenzia rende superflua l’iniziativa del redattore, religioso e non (scovare un fatto e ottenere spazio per raccontarlo): non è più lui a dare l’input al giornale sulla notizia, ma all’inverso è il giornale che – sull’input dell’agenzia – mobilita il redattore. Entrano cioè a giocare un ruolo di primo piano, nel determinare contenuti e impostazione di ogni singola informazione religiosa, due soggetti per i quali, molto probabilmente, valgono ancora i già citati canoni preconciliari e laicisti di selezione: la Chiesa è solo una grande, forse l’ultima, forma politica; di essa fanno notizia il Papa, il sesso, il denaro, il potere, meglio ancora se combinati nelle più varie alchimie.

La "sindrome dei divorziati risposati", che colpisce annualmente l’informazione religiosa sui giornali italiani, credo risulti, a questo punto, meno oscura: si tratta di una notizia che pone una contrapposizione netta e che coinvolge la morale sessuale: poco importa perciò che sia sempre la stessa, giacché la comunicazione di massa non ha e non chiede memoria. Ai bravi vaticanisti (il nome è rimasto quello), con il testo della Familiaris consortio sul tavolo, non resta che ripescare l’articolo dell’anno prima, cambiando i soggetti.

Informazione generalizzata

La separazione tra l’informazione religiosa e i suoi specialisti appare evidente dal monitoraggio che alcune agenzie specializzate (cfr. note) compiono in proposito sui principali quotidiani italiani: lo spazio per l’informazione religiosa propriamente intesa è sempre minore e sempre più circoscritto a ciò che coinvolge personalmente il santo Padre, mentre strabordano i commenti e le "varie", praticamente in ogni pagina e a firma di chiunque: negli interni (pareri e giudizi dei vescovi sul governo), negli esteri (le donne prete in Inghilterra, i monaci uccisi in Algeria), in cronaca (minacce mafiose a un parroco, le lacrime della Madonna a Civitavecchia), nelle pagine economiche (il volontariato nella riforma del Welfare), in quelle culturali (dibattiti tra prestigiosi cardinali e maîtres à penser laici su grandi questioni filosofiche ed etiche), negli spetta coli (la fiction televisiva a soggetto biblico) e nello sport (spostare le partite del campionato al sabato). D’altro canto, l’esperienza personale di chi, lavorando in un periodico specializzato, fa in qualche misura da fonte per l’informazione religiosa di massa, conferma i limiti di un sistema così strutturato: come quando, una mattina di luglio, mi telefonò uno sconosciuto da un grande e autorevole settimanale milanese chiedendomi, massimo per il primo pomeriggio, «tutto quello che avevo sulla castità», o come quando un fotoreporter, richiesto dal suo direttore di aprire una pagina con il convegno Annunciare la carità, vivere la speranza – di cui Il Regno era coorganizzatore insieme alla Caritas e al Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) –, mi propose di mettergli in fila un po’ di ragazzi e qualche bambino in carrozzella...

Se l’informazione religiosa è in tal modo generalizzata, diventa importante la capacità – naturale o indotta – degli uomini e delle istituzioni della Chiesa di ottenere l’attenzione del sistema dell’informazione, anche se tale capacità non esime dal subirne la riduzione a stereotipo. Così il cardinale Biffi è spesso sui giornali, che tuttavia lo descrivono sempre intento a "bacchettare" qualcuno o qualcosa; così lo sono i sacerdoti impegnati con le loro organizzazioni sul fronte dell’emarginazione sociale, ma trasformati in solitari e un po’ donchisciotteschi preti-coraggio. Monsignor Gaillot, il vescovo francese sollevato nel 1995 dal governo pastorale della sua diocesi, a chi deve il provvedimento punitivo: all’autorità romana, nell’occasione particolarmente severa, o ai mass-media, che lo hanno schiacciato sull’immagine di vescovo-contro fino a fargli perdere il legame collegiale con il resto dell’episcopato?

Uffici stampa per comunicare

Da quest’ultima constatazione discende come corollario la crescita d’importanza degli uffici stampa – più o meno formalmente costituiti – delle istituzioni ecclesiali, dalla sala stampa della Santa Sede in giù: chi conosce meglio il sistema e impara a utilizzarlo ottiene – come si dice – di "passare" più spesso e più facilmente. Una consapevolezza del genere è certo presente, insieme ad altri elementi, nel rinnovato interesse che la Conferenza episcopale italiana va manifestando in questi tempi per gli strumenti della comunicazione sociale, pur all’interno del più ampio progetto culturale; un interesse maturato probabilmente anche in quella specie di "laboratorio per le relazioni esterne" che è stato, negli anni ’90, il Servizio Cei per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica.

Il meccanismo sin qui descritto (separazione tra informatore e informazione religiosa, sua generalizzazione, crescita di peso della fonte più strutturata) porta in sé come conseguenza l’invisibilità delle realtà ecclesiali deboli (ma non per questo meno incisive nell’annuncio del Vangelo) e un’evidente tentazione per quelle forti.

Se si abbassa il livello delle mediazioni, un’istituzione ecclesiale può infatti – oggi meglio di un tempo – riuscire ad avere sui media una buona immagine, a prescindere dal fatto che essa coincida col suo volto reale: è sufficiente che attrezzi, sul modello delle principali imprese, un "ufficio relazioni esterne" efficiente e motivato. Ma occorre essere consapevoli che un esito del genere, laddove si è prodotto, ha espresso – a mio parere – una sintesi assai poco feconda per la testimonianza della fede e della Chiesa: da un lato un’ispirazione fondamentalmente intransigente, per la quale i mezzi di informazione o si utilizzano a fini apologetici o si neutralizzano; dall’altro una strumentazione totalmente secolarizzata, presa di peso dal mondo economico, per il quale non esiste il lettore ma il cliente, non l’opinione pubblica ma il target.

Guido Mocellin

NOTE

Per un quadro generale sull’informazione religiosa in Italia nel post-Concilio è tuttora prezioso, ancorché datato, il volume collettivo, Chiesa italiana e informazione religiosa (Edb, Bologna 1981), che contiene gli atti del convegno organizzato nel 1980 a Rimini per il XXV de "Il Regno". In tempi recenti, si deve alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale la celebrazione (Milano, 27-28.2.1996) di un denso convegno di studio di cui sono da poco usciti gli atti: La Chiesa e i media (Glossa, Milano 1996); una sintesi più che esauriente nello "studio del mese" che vi ha dedicato L. Prezzi, La coscienza ecclesiale nel mare dei media,in "Il Regno-attualità", 41 (1996, 6, pp. 179187 ss). Completa utilmente il quadro, anche per il prestigio dell’autore, il volume di G. Zizola, La Chiesa nei media (Sei, Torino 1996). Al tema specifico, La morale religiosa nei quotidiani italiani nazionali, ha dedicato a suo tempo un forum di vaticanisti la "Rivista di teologia morale", 21 (1989, 83, pp. 938).

Per il tema "Cei e progetto culturale" si possono vedere sulle annate de "Il Regno documenti", dal 1994 in poi, i lavori dei consigli permanenti e delle assemblee generali, nonché i principali testi del Convegno ecclesiale di Palermo; il volumetto a cura del cardinale C. Ruini, Per un progetto culturale orientato in senso cristiano (Piemme, Casale Monferrato 1996), ne contiene la sintesi, ma si ferma a prima dell’Assemblea generale dello scorso novembre; prezioso anche Il raccolto della solidarietà. Chiesa, impegno nella società e sostegno economico (Franco Angeli, Milano 1994), che analizza i risultati di una ricerca commissionata dalla Conferenza episcopale italiana al Censis su quale immagine di Chiesa si è prodotta in Italia a seguito delle nuove modalità di sostegno economico (otto per mille e offerte deducibili).

Le rassegne stampa cui ho attinto, oltre alla mia personale, sono state quelle di "Adista", che dedica con regolarità una pagina a La stampa laica sui fatti religiosi, e di "Tempo di informazione", che seleziona e riproduce quindicinalmente articoli da una ventina di quotidiani e periodici, sia laici sia cattolici.
             

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