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IL MASCHILE E IL FEMMINILE OGGI (1)

Jack ha gettato un ponte

di Domenico Barrilà
(analista e didatta propedeutico della Società italiana di Psicologia individuale)
        

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1998 - Home Page Il gradimento della prostituzione transessuale. La risonanza ottenuta dal protagonista di "Titanic". Due fenomeni diversi con unico denominatore: le segrete attese di ciascun sesso nei confronti dell’altro. L’iter maturativo deve approdare all’incontro rispettoso fra i due.
La crescente consapevolezza di sé ha spinto la donna sempre più lontana dalle aspettative dell’uomo da sempre portato a considerarla inferiore, e con caratteristiche prettamente materne: dolcezza, dedizione e subordinazione.

Il successo della prostituzione transessuale e la risonanza della figura di Jack Dawson in Titanic, interpretato da L. Di Caprio, sono due realtà diverse tra loro ma entrambe ricalcano le "attese", più o meno esplicite, che il maschio pone nella figura femminile e viceversa, e che poi divengono binari di scorrimento dei comportamenti dell’uno e dell’altro sesso allorché entrano in relazione tra di loro. La galassia dei convincimenti remoti che ispira il nostro sentire e agire, arricchita da quanto sperimentiamo e dalla sintesi creativa che singolarmente ne traiamo, determina le nostre aspettative sull’altro sesso e anche il nocciolo di ciò che in materia trasferiamo alla prole nel processo educativo.

In tutto ciò che una generazione trasmette alla successiva esistono pregiudizi, abitudini mentali spesso errate ma capaci di determinare la nostra percezione del mondo e, quello che è peggio, impedire nuovi apprendimenti. Un caso esemplare riguarda il grande musicista Giacomo Puccini, la cui parabola creativa si inceppò allorché dovette porre mano al duetto d’amore tra Turandot e Calaf.

Puccini, donnaiolo incallito, era avvezzo a un tipo di donna eroica, ma votata alla pura donazione verso il partner, all’interno di una relazione asimmetrica in cui il maschio godeva di una sorta di diritto naturale alla superiorità. Tutte le sue eroine avevano dovuto pagare un pegno a tale concezione, era stato così per l’esile Mimì della Bohème, ma anche per la sanguigna Tosca, protagonista dell’opera omonima. Neppure Butterfly era sfuggita al destino di sottomissione, che l’aveva resa vittima dello strafottente Pinkerton. Grintosa e risoluta sembra invece La fanciulla del West, ma in realtà è la sua materna dolcezza che affascina i ruvidi minatori che frequentano il saloon presso cui lavora.

Turandot, invece, era un osso durissimo per il romantico maestro. Una donna forte, volitiva, la cui principale occupazione consisteva nel sottoporre ai pretendenti alla sua mano indovinelli pressoché irrisolvibili. Lo scontato insuccesso nella prova condannava il concorrente alla decapitazione. Nell’aspro carattere della "principessa di gelo" si celava l’ansia di vendicare l’antenata Lu Ling, giovinetta innocente, stuprata e uccisa da uomini crudeli in un remoto passato. Il disegno di cinica vendetta che covava nel cuore di Turandot la rendeva illeggibile a un musicista convinto che nel cuore femminile potesse albergare solo sottomissione. Mentre subitaneo è il feeling che il maestro stabilisce con Liù, oblativa fino al suicidio, pur di non svelare il nome del Principe ignoto, che da sempre ama segretamente.

L’affascinante personaggio di Turandot, con cui Puccini si cimenta negli anni Venti del nostro secolo, è l’annuncio di una femminilità meno disposta a ricoprire la parte bassa del quadro, l’inizio di un percorso che nei decenni successivi ha conosciuto accelerazioni a volte vertiginose, ma che è ancora lontano dall’attingere un esito soddisfacente per la donna.

Il risultato pratico, per l’opera di Puccini, fu tormentato. La conversione di Turandot all’amore, vinta dal bacio di Calaf, non si prestava ai suoi paradigmi interpretativi, così la composizione rimase incompiuta e, pur capolavoro di assoluto valore, lasciò il suo autore, ormai sopraffatto dal quel cancro che lo porterà alla tomba, nelle spire di radicati pregiudizi secolari.Scena dal film "Titanic".

La crescente presa di coscienza di sé ha spinto la donna sempre più lontana dalle aspettative segrete di molti uomini, portati ad annettere alla figura femminile connotazioni di inferiorità, insieme a caratteristiche che ne fanno l’estensione di una figura materna ideale, dolce, disponibile, dedita, subordinata.

Il progressivo smantellamento della vecchia asimmetria ha modificato la "tipologia" femminile, sospinta ora verso territori dove la passività per definizione ha cominciato a essere bandita. Per conseguenza, talune sicurezze della figura maschile, fondate su privilegi di casta dalla legittimità piuttosto vaga, sono venute meno. L’attività clinica di questi ultimi anni mi suggerisce una relazione significativa tra l’equilibrarsi dei piatti, maschile e femminile, della bilancia e l’abbattimento della speranza di vita delle relazioni coniugali. La coppia è uscita indebolita dal rafforzamento del ruolo femminile al suo interno, non essendo il maschio pronto a fare a meno dello scudo di quelle "garanzie del ruolo" che per millenni ne hanno protetto l’azione.

Così prende corpo la fuga nello stereotipo del femminile di vecchia memoria. La donna-mamma, l’angelo del focolare, l’approdo del guerriero stanco e bisognoso di pacificazione. Il travestito e il transessuale incarnano alla perfezione un tale ideale, e poiché la loro finzione di femminilità deve avvicinarsi alla perfezione, si fa necessario abbandonare ogni traccia, sia pur minima, dell’aborrita protesta virile, insidia permanente dell’antica distinzione dei ruoli. Tale finzione incontra le aspirazioni restauratrici di quegli uomini che vorrebbero trovare un surrogato del bel mondo perduto, proprio nell’incontro con una femmina tanto eccessivamente caratterizzata da sembrare la grottesca caricatura di se stessa.

La patologia sessuale maschile è un altro curioso segnale dei comportamenti di evitamento posti in essere con lo scopo di eludere un confronto col sesso femminile ormai sfuggito a regole tranquillizzanti. L’eiaculazione precoce, sofisticato strumento di fuga da relazioni sessuali profonde e scambievoli, è divenuta quasi lo stemma araldico di una generazione di amatori disorientati.

Nel 1912 Alfred Adler, sollecitato dalle proprie intuizioni ma anche dalla personale esperienza, avendo sposato la femminista russa Raissa Epstein, così scriveva: «Per avere la certezza di essere dinanzi a una vera nevrosi, è sufficiente chiedere al paziente cosa pensi del sesso opposto al suo. Ogni volta che egli sarà contrario all’eguaglianza tra i sessi, si potrà concludere, senza ombra di dubbio, che il soggetto è nevrotico».

Il modo più comodo per affermare la propria superiorità, per difendere le proprie sicurezze, consiste nell’abbassare, svilendolo, l’interlocutore. È l’espediente tipico del nevrotico, sempre a caccia di rinforzi alla propria traballante personalità. Così, ottantasei anni dopo la lucida analisi adleriana, un uomo di quarant’anni, aduso a rapide ritirate ogni volta che la partner di turno chiede un impegno definitivo, può confermarne la chiaroveggenza con espressioni siffatte: «Considero le riviste femminili pericolosi luoghi di guerriglia».

A fronte di un maschio assorto nei rimpianti del tempo che fu, i gusti della femmina si vanno invece precisando clamorosamente. Un indicatore piuttosto rumoroso ce lo ha fornito l’inarrestabile successo che ha baciato il protagonista maschile, inventato quasi di sana pianta dal regista Cameron, del film Titanic.

Segue: Jack ha gettato un ponte - 2

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