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LA POSTA IN GIOCO DEL FEMMINISMO  (2)

Aprirsi un varco nel mondo

di Luisa Muraro
(docente di Filosofia presso l’Università di Verona)
        

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1998 - Home Page

Il nuovo "c’è altro"

Vorrei dunque spiegare come una donna possa essere femminista senza identificarsi con il femminismo e dovendo perfino combatterlo. E vorrei far capire come questa scissione non sia schizofrenica ma costituisca, al contrario, una risorsa d’intelligenza politica. Risorsa che si traduce nel dire, semplicemente: "c’è altro". Ossia: questo mi risulta, questo penso e voglio, questo credo e desidero, questa sono io, ma c’è altro. Intendo l’altro sesso, ovviamente, ma anche l’altra donna, senza escludere quello che di me si nasconde a me, e intendo il mondo senza escludere quello che non è di questo mondo, poiché l’altro non sta alle nostre ripartizioni di questo e quello, io e non io, immanente e trascendente.

Il pensiero della differenza – non quello neutromaschile messo in circolazione dalla filosofia ufficiale, ma quello che, prima d’essere pensiero, è stato da sempre pratica di vita femminile, interrogata poi dalla ricerca femminista – si radica in questo dire e sentire che c’è altro. Il pensiero della differenza a me ha insegnato, in primo luogo, la relazione con l’altro che è donna. Mi ha insegnato la necessità di questa relazione per ritrovare me stessa. Di che necessità parli? Una necessità di ordine simbolico, rispondo. Se la mediazione che mi fa passare in altro (il Virgilio di Dante, che poi diventa Beatrice, per intenderci) non mi viene dal riferimento a un’altra donna, se non ci fosse, cioè, autorità femminile nella mia vita, ritornerei a essere una donna perduta. Non nel senso patriarcale della donna di strada, priva cioè della cornice di una casa e di una famiglia sue, ma nel senso di una che non si ritrova nel suo corpo né si riconosce negli specchi dell’identità sociale, donna perduta in una o tante immagini sociali prive di rapporto con la sua interiorità muta.

Mi piacerebbe avere lo spazio per raccontare questa perdizione che, ogni tanto, mi attirava con tale violenza da far fallire bruscamente ogni mio sensato programma d’integrazione sociale. E faceva, nelle mie orecchie, da dentro, uno strepito spaventoso che mi ha fatto capire subito e perfettamente la parola fracaso dello spagnolo, per dire fallimento, scacco, insuccesso. Era, quella perdizione, l’effetto congiunto di uno sguardo maschile che ci accomunava («sono tutte uguali») per poi eleggerne una di speciale, e di una corrispondente volontà femminile di distinguersi come speciale sopra il comune delle donne.

Sto parlando dell’esperienza di una donna. Non si deve infatti ignorare che una donna dice e sente che c’è altro differentemente dall’uomo. La ragione di ciò credo che sia nella speciale relazione della donna con la madre: relazione della figlia con la donna che le è madre e dell’essere donna con il diventare (o non diventare) madre.

Il proprio di un soggetto è di fare segno. Pensate, per esempio, a quando c’è una frana o crolla un edificio, e tutti i sensi dei generosi soccorritori sono tesi a cogliere i segni di vita di chi potrebbe trovarsi sotto le rovine. Lo stesso si può dire della madre che ha appena partorito in posizione sdraiata e aspetta allo spasimo il grido della sua a lei invisibile creatura: sono viva, sono nata! Similmente, la differenza sessuale in noi fa segno, ma è un segno difficile, caricato dei significati più disparati, a seconda delle civiltà, dei contesti, dei tempi.

Non si deve dimenticare che la sessuazione è una "scelta" fatta dalla vita molto prima d’essere umana, e che a noi s’impone con la cieca prepotenza dei fatti elementari della vita, riscattabile soltanto dalla libertà umana, e, per chi pensa che questa non basti, da una grazia celeste. Questo può spiegare il fatto che la differenza dei sessi sia, storicamente, un segno fra i più controversi della condizione umana, al limite della confusione diabolica, confusione che i venti secoli della filosofia occidentale, con il loro pesante carico di misoginia, non hanno contribuito affatto a dissipare.

Differenza asimmetrica

Che segno fa la differenza sessuale, che cosa significa, alla luce della libertà? Che c’è altro, semplicemente. Dal cuore stesso della vita essa ci fa dire, a donne e uomini, che c’è altro e ci scava dentro, con la forza del desiderio e dell’amore, il passaggio in altro. Ma ce lo fa dire, a donne e uomini, in maniera differente; la differenza, infatti, si significa più nelle donne che negli uomini. Detto in altre parole, fra i due sessi non c’è simmetria ed è proprio questa asimmetria che, rendendo impossibile la mitica complementarità vagheggiata dai filosofi antichi, fa il segno umano della differenza. Con la pratica dell’insegnamento ho imparato a riconoscere il lampo d’intelligenza che si accende negli studenti quando afferrano – i ragazzi, le studentesse infatti la sapevano già – che la differenza sessuale non è la differenza dell’altro sesso da sé, ma la differenza di sé da sé medesimi a causa che c’è altro.

Rendiamoci conto, d’altra parte, che a causa del divenire e del linguaggio, la realtà per noi è presa tutta nella storicità, dal cesso a Dio (meno oscenamente si dice: «dalle stalle alle stelle»). La cosa straordinaria è che, nonostante questa presa cui nulla si sottrae, nonostante il recinto della nostra finitezza, c’è qualcosa che fa un buco nella siepe, qualcosa che certuni considerano un dono celeste e che ha tanti nomi (nel femminismo lo abbiamo chiamato, di preferenza, desiderio; nella tradizione cristiana si chiama amore), nessuno dei quali, a rigore, può escludere l’altro. Per rendere questa idea ho coniato una formula che dice che tutto è storia, ma la storia non è tutto.

Il patriarcato è arrivato alla fine, e questo, probabilmente, nel mondo intero, nonostante i segnali contrastanti. Lo schema gerarchico dei sessi, primo e secondo, è caduto. Il femminismo è arrivato felicemente in porto. Vorremmo fare salti di gioia, ma ci trattiene il pensiero che il patriarcato non era solo dominio, era anche una civiltà con un suo ordine simbolico, e la sua fine (evidente a cominciare dal Sessantotto) porta nuove possibilità e nuovi problemi.

Chi ha occhi per vedere si accorge che la nostra società è percorsa da un filo di felicità che le viene dalla presenza di donne più libere di muoversi, più istruite, più autonome, più intraprendenti. L’eccellenza femminile non è più la prerogativa di qualche donna "eccezionale", ma una qualità riconosciuta comunemente e volentieri a molte da molti. «Per fortuna che è femmina», recitava uno slogan sindacale mettendo in parole un nascente pregiudizio sociale favorevole al sesso femminile, dopo secoli e secoli di misoginia

A questa rivoluzione ha contribuito una somma di circostanze fra le quali è giusto mettere al primo posto l’amore femminile della libertà. Vi ha contribuito anche il capitalismo che, con la sua nota spregiudicatezza, si è messo a guardare alle donne come a una risorsa, sia per la loro volontà di stare sul mercato del lavoro e di starci in maniera più flessibile degli uomini, sia per le capacità lavorative che esse vi portano, fra cui la buona disposizione a stabilire e intrattenere relazioni.

Questa crescente valorizzazione del sesso femminile si accompagna però a un fantasma vecchio quanto ovvio e trito, ma tutt’altro che innocente, quello di una rotazione fra i sessi per cui le donne si preparano a prendere il posto che prima era degli uomini, e viceversa. Ne darò due esempi. Un settimanale inglese, volendo, giustamente, segnalare che il sesso maschile si trova, oggi, in difficoltà più di quello femminile, e questo in maniera evidente soprattutto nelle classi popolari e fra i giovani, si riferisce agli uomini chiamandoli tomorrow’s second sex («il secondo sesso di domani», in The Economist, September 28th 1996). Nel febbraio di quest’anno donne e uomini, cattolici, di Bruxelles si sono riuniti per riflettere insieme sul rapporto fra i sessi e il titolo del convegno era: L’Eglise aujourd’hui des hommes, demain des femmes? («La Chiesa oggi degli uomini, domani delle donne?»).

Il desiderio femminile, per quello che posso testimoniare di me e di quelle che conosco, è contrario a una simile prospettiva che gli sbarra la strada più di quanto non abbia potuto fare il dominio patriarcale. Ma la prospettiva di un rovesciamento puro e semplice dei rapporti fra i due sessi è rafforzata dalla valorizzazione fallica del sesso femminile. Il fallo, come noto, è l’emblema della virilità e, quindi, in un certo tipo di cultura, di tutto quello che è affermativo, volitivo, potente, vincente. La fine del patriarcato non mette fine a questa associazione, anzi, la libera da tutta una serie di vecchi vincoli.

C’è una figura della psicoanalisi, la ragazza-fallo, che sta diventando una specie di proposta ideologica fatta alle giovani donne, invitate a fare e a essere quello che di più valente e virile un uomo può immaginare per sé. Lo mostra bene il cinema americano più recente, con quella scoperta ingenuità che, insieme alla maestria nel linguaggio delle immagini, fa la forza del suo messaggio. Tutto questo, però, ci porta fatalmente alla ripetizione: i posti cambiano ma il gioco è sempre lo stesso.

Della rivoluzione femminista la storia registrerebbe unicamente il guadagno che ne viene all’economia di mercato. Nella lotta per impedire questa deriva verso la ripetizione io constato che le pensatrici femministe della differenza sono sole. Dopo aver lungamente lavorato per superare, nella pratica e nel linguaggio, il separatismo femminista, queste pensatrici si scontrano infatti con un separatismo di segno opposto e più potente, quello del ceto intellettuale maschile, caratterizzato da un’omosessualità mentale che sembra arrivare direttamente dai tempi del Simposio di Platone. Esse trovano riconoscimenti, ma non ascolto né interlocuzione, a causa di un certo autismo che affetta spesso e volentieri il sesso maschile, rinforzato dal narcisismo tipico del ceto intellettuale.

Parlo in maniera estrema per riassumere chiaramente la situazione, consapevole di non essere giusta. Vi sono, infatti, pensatori attenti e aperti al discorso della differenza.

Il problema principale, da parte maschile, è diventare consapevoli della posta in gioco. Non si tratta più di risolvere la questione femminile, perché è già stata risolta. Non si tratta – non si è mai trattato, veramente – dello "specifico" femminile, poiché la differenza femminile è un nome della differenza che affetta ogni essere umano nella sua creaturalità. Né si tratta di dare soddisfazione alle aspettative delle donne, perché a questo mondo non c’è nessuno che possa dare soddisfazione alle aspettative di un essere umano, donna o uomo che sia. Si tratta di rompere la centratura del mondo intorno all’uomo, e di mettere fine alla sua presunta autosufficienza e alla ripetizione disastrosa dei suoi rilanci, per decentrarlo e aprirlo al passaggio in altro. Detto alla buona, si tratta di aprire un buco nella siepe o, forse, di scoprire che c’era già.

Luisa Muraro

  

BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
  

L'attenzione alla lingua, da parte del femminismo, è documentata da una vasta letteratura di cui ricorderò soltanto: Alma Sabatini, Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1986; coraggioso, criticabile, a suo tempo, poco capito e troppo criticato; Eva Maria Thüne (a cura di), All’inizio di tutto. La lingua materna, Rosenberg & Sellier, Torino 1998.

La materia femminista come io la vedo, in un desiderio di esistenza simbolica, si trova messa in luce da Virginia Woolf, Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 1979, e da Lia Cigarini, La politica del desiderio, Pratiche, Parma 1995. Belli e importanti, anche se difficili da reperire, sono gli scritti di Carla Lonzi fra i quali Sputiamo su Hegel, Scritti di Rivolta femminile 1, Roma 1970.

Sulla politica prima, che non è lotta per il potere ma tessitura di rapporti sociali, il testo di riferimento è un documento della Libreria delle donne di Milano (via Dogana 2): È accaduto non per caso, Sottosopra, gennaio 1996, detto anche Sottosopra rosso. Testimonianze e riflessioni sulla politica prima si trovano nella rivista della Libreria delle donne, "Via Dogana"; in L’oro delle vicine di casa, Quaderni di "Via Dogana", Milano 1998; e in Antonietta Lelario, Vita Cosentino, Guido Armellini (a cura di), Buone notizie dalla scuola, Pratiche 1998.

Il rapporto con la madre è stato indagato negli anni Settanta da una scrittrice di grande talento, Adrienne Rich, Nato di donna, Garzanti, Milano 1996, con un capitolo dedicato al rapporto tra figlie e madri; io stessa ho scritto L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991; si veda inoltre: Diotima, Il cielo stellato dentro di noi. L’ordine simbolico della madre, La Tartaruga, Milano 1992.

Con pensiero neutromaschile della differenza mi riferisco alla filosofia della differenza ontologica di Heidegger e dei suoi seguaci (o seguacicritici), fra i quali spiccano i francesi Derrida e Lévinas. Il pensiero della differenza radicato nella pratica di vita delle donne, anticipato genialmente da Carla Lonzi, è stato sviluppato teoricamente da Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna, Feltrinelli, Milano 1975; Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985, e da Diotima, Mettere al mondo il mondo, La Tartaruga, Milano 1990; Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità, Liguori, Napoli 1995; La sapienza di partire da sé, Liguori, Napoli 1996. Vicina a Diotima è la storica spagnola María Milagros Rivera Garretas, Nominare il mondo al femminile, Editori Riuniti, Roma 1998. Porta una nuova direzione di ricerca Geneviève Fraisse, La differenza tra i sessi, Bollati-Boringhieri, Torino 1996.

Ripercorrendo l’itinerario della libertà femminile, mi riferisco specialmente all’esperienza e alla storia narrate in Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, Rosenberg & Sellier, Torino 1987. Sul tema dell’autorità, oltre al già citato Diotima, Oltre l’uguaglianza, si veda: "Credere oggi", n. 104, 2/1998, su: Autorità al femminile.

Si moltiplicano gli studi che muovono dalla differenza sessuale come fonte d’intelligenza del reale. Ricordo pochi titoli: Anna Maria Piussi (a cura di), Educare nella differenza, Rosenberg & Sellier, Torino 1989; Giuditta Lo Russo, Uomini e padri. L’oscura questione maschile, Borla, Roma 1995; "Ipazia", Due per sapere, due per guarire, Quaderni di "Via Dogana", Milano 1998 (Ipazia è un gruppo di scienziate attive tra Bologna e Milano che riflettono sulle pratiche scientifiche); Ruah: Il femminile di Dio, Piccola Biblioteca Millelire-Stampa alternativa, Roma 1997, con scritti di Emma Fattorini, Romana Guarnieri, Luisa Muraro, Lucetta Scaraffia e Adriana Valerio.

l.m.

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