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COME È CAMBIATO IL VISSUTO MATERNO (1)

Una risorsa da giocare

di Giulia Paola Di Nicola
(sociologa, condirettore di "Prospettiva Persona")

        

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1998 - Home Page

Oggi le donne non sono più appagate dalla procreazione. Ma sarebbe ingiusto affermare che esse rifiutino di mettere al mondo i figli. Il cambiamento avvenuto indica la volontà di conciliare autonomia personale e cura familiare. Per una migliore qualità del vivere.

La copula "donna è madre" fa la differenza tra una maternità in senso tradizionale, che esaurisce l’identità femminile nella procreazione, e una maternità che l’arricchisce. Il nuovo volto della maternità è legato alla percezione di disporre di una risorsa da giocare nella vita ("madre è bello") che la natura ha donato per il miglior vivere, e che va gestita in armonia con tutta la persona. Il timore ha sostituito la gratificazione delle donne di un tempo, soddisfatte del loro valore personale misurato sui figli. Le difficoltà del vissuto materno, il rifiuto di generare, attestano la discrasia tra l’aspirazione "alta" alla maternità e il disincanto nella prassi. È noto infatti che, dopo gli anni ’60, caratterizzati dall’incremento costante delle nascite, si è registrato, a partire dagli anni ’70, un continuo calo, sino a fare dell’Italia il Paese a più bassa natalità del mondo.

Non è più possibile pensare che le donne d’oggi siano appagate da quella procreazione che i popoli antichi veneravano come la massima realizzazione della dignità della donna, per il resto del tutto ininfluenti sulla società. C’è certamente un cambiamento epocale dalla rincorsa ai figli come affermazione della propria identità, come ricchezza per la famiglia (economia agricola) e salvezza della nazione, alla preoccupazione contemporanea di come evitarli o piuttosto di come gestirli in modo da non intaccare l’equilibrio personale e di coppia. (1)

Si è capovolto il criterio del prestigio sociale: nel mondo occidentale generare più di due figli provoca disappunto e una certa emarginazione sociale, quando non è indice di "rozzezza culturale" e "fanatismo religioso". Non si può parlare però di rifiuto della maternità tout court, come è stato per alcuni periodi della prima fase del femminismo (2) .

Il figlio, in molti casi desiderato, talvolta ad ogni costo (3) , non è più al culmine delle aspirazioni delle giovani donne, che vogliono prima assicurarsi il lavoro, l’armonia della vita coniugale, i rapporti sociali, un minimo di sicurezza economica. Il risveglio della coscienza femminile, con le conquiste principali dell’istruzione, del lavoro, della parità in famiglia, del controllo della fecondità (con conseguente prolungamento della vita), non sopporta più che restino soffocate potenzialità inesplose e anchilosati talenti femminili per secoli rimasti sotterrati. Essere donna e madre, riuscire a conciliare famiglia e lavoro, autonomia personale e solidarietà familiare è la più grande aspirazione delle adolescenti (4) .

Per reazione pendolare alla maternità imposta, alla subordinazione della donna-persona alla sua funzione materna, esse rivendicano il principio della scelta consapevole (se, come e quando aprire le porte alla gravidanza), se non autarchica (con la tendenza a escludere o emarginare la figura paterna [5] ). Si desidera andare incontro alla maternità consapevoli dei diritti e dei doveri, avendo preso le precauzioni necessarie. Resta desiderabile un buon rapporto con un figlio di cui prendersi cura, da amare e da cui sentirsi riamati, ma scompare il bisogno di attestare il proprio valore come donna e come persona attraverso la materni (6) .

Di conseguenza è cambiato il costume: tra il 1983 e il 1995 il modello tradizionale di "casalinga-moglie-madre" è diventato meno frequente in tutte le classi di età. Negli ultimi tempi va diminuendo anche il modello multiruolo di "lavoratrice in coppia con figli", scelto prevalentemente dalle donne con istruzione superiore. Il fenomeno trova riscontro, per le donne tra i 20 e i 24 anni, nella consistente crescita della figura delle "studentesse figlie": nel periodo considerato, al Nord come al Sud, il numero di donne che in questa età continua a studiare raddoppia. Tra i 25 e i 29 anni si registra un cambiamento profondo: perdono peso sia il modello tradizionale, sia quello multiruolo e aumenta correlativamente la frequenza delle figlie disoccupate, delle figlie occupate e delle occupate in coppia senza figli. È un sintomo chiaro della volontà delle giovani donne di immettersi nel mercato del lavoro, mettendo al sicuro la posizione sociale e l’autonomia economica prima di uscire dalla famiglia di origine o comunque prima di procreare.

Tra esperienze vissute nel proprio ambiente e bombardamento massmediale, le ragazze maturano una fondata diffidenza nei confronti del matrimonio e della maternità, da cui temono di essere respinte nel passato, visti anche i segnali di riflusso che tornano periodicamente a fare delle pari opportunità una sfida perdente (si pensi alla sentenza shock della III sezione penale della Corte di Cassazione, quasi una beffa per l’8 marzo passato, che consente ai datori di lavoro di effettuare il test di gravidanza [7] ). Perciò mi piace usare l’espressione: «ragazze a rischio di disincanto». Le loro aspirazioni continuano a essere alte: mentre divengono sempre più agguerrite sul piano culturale, professionale, imprenditoriale, non accettano d’essere perdenti come donne e come madri e cercano a tutti i costi di assicurarsi questa ideale combinazione di professionalità e famiglia. Di fatto pongono a rischio la realizzazione di sé come madri, rimandando il matrimonio e la maternità, e preferendo assicurarsi l’autonomia come donne.

Il vissuto delle loro madri le rende guardinghe rispetto ai rischi del compito materno e per se stesse cercano di evitare che le rughe crescano troppo in fretta e così pure che si appanni l’interesse per tutto ciò che attiene alla vita sociale, politica, culturale. Giocano a sfavore anche le esperienze indirette fatte dalle amiche sposate, che appaiono invecchiate troppo in fretta o divenute ragazze madri che lottano ogni giorno per la sopravvivenza. Ancora troppo spesso scoprirsi madri è semplicemente lo sbocco naturale e imprevisto di un rapporto, magari vissuto in termini edonistici, di ricatto affettivo (subìto per conformismo o per una falsa idea di moralità o ancora per paura di perdere il compagno e restare sole), se non addirittura frutto di violenza fisica (anche nel matrimonio) o di stupro (8) . Il bilancio è spesso dissuasivo o, nel migliore dei casi, ambivalente. Il bambino è il "tu" atteso, frutto del "noi", fonte di gioia e orgoglio, oggetto di attenzioni premurose da parte di parenti e amici, ma anche colui-colei che stravolge i giorni e li piega alle sue necessità. Il fatto di attendere un figlio è per una donna la gratificante conferma della fecondità sua personale e come coppia. Avverte senz’altro una superiore completezza di fronte a se stessa, alla famiglia, alla società, rassicurata com’è dal traguardo della gravidanza in atto e dalle premure che da secoli il popolo tributa al "pancione" (ma quando si tratta di una ragazza madre il vissuto, nella maggioranza dei casi, è, al contrario, a dir poco traumatico). Sensazioni di prestigio e di soddisfazione personale si mescolano all’incertezza del futuro e alla rappresentazione della difficile transizione dei ruoli.

I figli accentuano le differenze di ruoli, a svantaggio della donna: l’educazione tradizionale, mentre fa sentire alla donna il peso della responsabilità della cura dei figli, della fedeltà, del sacrificio, è troppo spesso deresponsabilizzante nei confronti del marito. Il sistema sociale stesso sembra poggiare sulla fatica femminile, perno dell’ordine e dello statu quo. Dal momento che viene richiesto ancora troppo alle famiglie e che in esse sono prevalentemente le donne a portare il carico del doppio o triplo lavoro, bisogna riconoscere che la maggior parte dei pesi ricade su di esse.

Troppe diciottenni frizzanti di qualche anno fa sono oggi giovani donne spente, rese amorfe dalla rinuncia alla partecipazione sociale, all’associazionismo, alla parrocchia, al volontariato, attività che avevano fatto la gioia della ragazza. Il tempo per tutto ciò che esula dalle strette necessità (cultura, viaggi, associazionismo) viene drasticamente ridotto o cancellato. Di conseguenza la giovane donna, con alle spalle un bagaglio di esperienze e di istruzione, non se la sente più di barattare il suo desiderio di qualità della vita con l’onore e il prestigio materno, di rinunciare all’ambito pubblico per contentarsi di una dubbia "regalità" nel servizio del mondo privato («La madre va a braccetto con la serva», denunciava a suo tempo Simone de Beauvoir [9] ).

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