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COME È CAMBIATO IL VISSUTO MATERNO (2)

Una risorsa da giocare

di Giulia Paola Di Nicola
(sociologa, condirettore di "Prospettiva Persona")

         

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1998 - Home Page

Maternità condivisa

Perché la vita di famiglia sia qualitativamente migliore, come i ragazzi desiderano, le giovani donne cercano di gestire la maternità in maniera intelligente, facendo il possibile per assicurarsi che essa avvenga in un clima di reciprocità tra coniugi, luogo in cui la maternità trova adeguata accoglienza (10) . Perciò affrontare il rapporto delle donne con la maternità è anche fare un’analisi antropologica, politica, storica, religiosa di ciò che è la famiglia e del rapporto di solidarietà che essa stabilisce con la società. La diminuzione dei matrimoni, l’aumento delle unioni di fatto, il fenomeno dei singles, delle separazioni e dei divorzi, delle nevrosi e della patologia della coppia, stanno a dirci la difficoltà di vivere rapporti stabili e soddisfacenti nel matrimonio, all’interno di una cultura e di istituzioni sociali pensate a misura di individui (11) .

Per la donna che scopre di essere incinta è decisivo l’atteggiamento del partner, nel quale desidera vedere rispecchiata e moltiplicata tutta la gioia necessaria a rendere dolce il peso della gravidanza. L’annuncio della gravidanza è spesso la cartina al tornasole dello stato di salute del rapporto di coppia. Cercherà di capire dalle reazioni più immediate se quel terzo, che i segni hanno annunciato nel segreto e il test ha confermato, è accolto con gioia da chi le vive accanto. Troppo spesso purtroppo la moglie trova orecchie sorde, ostili o indifferenti. Benché il peso maggiore della procreazione gravi su di lei, lui mostra tutto il disappunto per le restrizioni di libertà che una nuova creatura, venendo al mondo, impone. Da tempo viene denunciato dalle donne la tendenza a riconoscere la centralità della donna nella genitorialità e quindi la sua differenza solo a livello poetico-retorico (12) .

In non pochi casi purtroppo l’interruzione della gravidanza è la reazione disperata che denuncia e conferma l’aborto del rapporto a due. Di per sé non si tratta di un traguardo appetibile per le donne, soprattutto oggi, quando è passata la sbornia della rivendicazione del diritto di autodeterminazione. Viene sempre più in evidenza che l’aborto è un male per la donna, per il bambino e per la coppia, per non contare i riflessi negativi sulla società tutta, la quale si nutre di persone umanamente serene, con alle spalle rapporti soddisfacenti.

Si abortisce quando questa appare la soluzione estrema, ma si riconosce che si tratta di una soluzione traumatica, da evitare, da prevenire tutte le volte che è possibile. Non mancano donne che accettano di vivere la maternità imprevista da sole, forse in condizioni di abbandono e marginalità sociale, testimoniando di essere portatrici di risorse il cui valore è superiore alla stessa vita di coppia, come del resto al prestigio sociale e alla sicurezza economica.

Lo stesso femminismo solo in un secondo tempo ha preso la china della rottura del legame di responsabilità tra la donna, l’uomo, il figlio, e scelto la strada dell’affermazione autarchica dell’io. Si è giunti a delegittimare la de-responsabilità femminile per reazione all’irresponsabilità maschile: quando la coppia vive relazioni diseguali, quando l’uomo, la famiglia, la società tutta scaricano solo sulla donna il carico dei figli, l’aborto rappresenta il miraggio della liberazione. Scartando il frutto di un rapporto da dimenticare, lei rifiuta la dipendenza dalla natura e dalle pretese di dominio («Verso tuo marito ti spingerà la tua passione, ma egli vorrà dominare su di te», Gn 3,16). Oggi però si va facendo un bilancio negativo sull’aborto, esito fallimentare di quel disordine nel rapporto tra i sessi che stravolge la dignità della persona. Ciò trova conferma nella tendenza al calo degli aborti, dal 1982, attesta il diffuso desiderio di evitare di ricorrere all’interruzione della gravidanza da parte delle giovani donne oggi, segno di maggiore sensibilità culturale, etica ed ecologica (non violenza e rispetto del proprio corpo [13] ). Le donne infatti non sottovalutano i danni sulla salute fisica e psichica e lo limitano ai casi "disperati", sollecitando misure cautelative e all’impegno preventivo su cui oggi uomini e donne si ritrovano da fronti diversi. La vita quotidiana è il banco di prova del rispetto e della cura che una società ha per la vita, nel suo non sopportare oppure supportare la maternità, nel suo sostenerne la fragilità e assicurare solidarietà. La donna d’oggi, più accorta nel difendere la sua dignità e i suoi diritti, vede nella maternità una risorsa importante per tutti, che passa per le sue mani e per il suo consenso, e chiede perciò a ciascuno, per la parte che gli spetta, di riconoscerne l’importanza e investire sul futuro, anche proteggendola di fronte al rischio d’essere abbandonata, di restare senza lavoro, d’essere discriminata nella sua voglia di partecipazione sociale e culturale, di lavorare e raccoglierne i frutti, tutto ciò che delinea l’essere umano, uomo e donna, non solo in funzione della procreazione, ma soprattutto come persone e come cittadino, come produttrice di ricchezza, come soggetto nei mondi vitali nei quali vuole continuare ad essere inserita. Non sarà facile far fronte al calo di natalità senza tenere conto di queste domande di qualità delle giovani donne, le quali sollecitano a calibrare il sistema a misura di madri. Non basta aprire le porte dei luoghi pubblici alle donne; occorre ripensare insieme ad esse la struttura degli edifici.

Giulia Paola Di Nicola

  

NOTE

1 Secondo l’Istat, in Italia si registra un rallentamento del calo della natalità, giacché nel ’96 c’è stata una leggera ripresa (1988: 9,9; 1989: 9,7; 1990: 9,8; 1991: 9,7; 1995: 9,1; 1996: 9,2). Nel 1996 il tasso di fecondità si è attestato su 1,21 figli per donna in età feconda (nel 1991: 1,26; 1992: 1,25), ma nel 1995 stava a 1,19. (torna al testo)

2 Per la maternità come oppressione cfr.: Greer G., L’eunuco femmina, Milano 1979; Livi Bacci M., Donna, fecondità e figli, Bologna 1980; Gianini Belotti E., Non di sola madre, Milano 1983; Cresanges J., Tutto quello che le donne non hanno mai detto, Milano 1985. Per una valutazione d’insieme cfr. Vanzan P., La donna contesa. Origini e prime forme del femminismo, in "La Civiltà Cattolica", II (1983); Id., Il femminismo contemporaneo. Crisi, rilancio e prospettive, ivi; Di Nicola G.P., Uguaglianza e differenza. La reciprocità uomo donna, Roma 1988. (torna al testo)

3 Cfr. Danese A., Cittadini responsabili, Roma 1992. (torna al testo)

4 Vedi Cafaro D. (a cura di), Pianeta Giovani. Una generazione allo specchio (IV Rapporto Asper, Associazione per lo studio dell’analisi psichica e la ricerca in sessuologia), 1998, indagine elaborata per il Dipartimento degli Affari Sociali. Cfr. anche l’inchiesta promossa dal Soroptimist di Pescara, G.P. Di Nicola (a cura di),Le ragazze di fronte al lavoro, Teramo 1998. (torna al testo)

5 Cfr. Istat, Immagini della società italiana, Roma 1988. (torna al testo)

6 Ciò è evidente nei testi che ancora esaltano il lato poetico della maternità. Si veda: Barbieri R., Il volto delle madri, Foggia 1992; Cohen A., Il libro di mia madre, Milano 1993. (torna al testo)

7 La Corte di Cassazione ha fatto riferimento alle norme vigenti tra cui lo Statuto dei lavoratori che tutela, al capitolo "Accertamenti sanitari", solo chi è stato già assunto (cfr. Sabbatini U., 8 Marzo: festa della donna, ma davvero?, in "Prospettiva Persona", n. 23, 1998). (torna al testo)

8 I dati del Telefono Rosa attestano che i maggiori rischi le donne li corrono quando lui torna dal lavoro o quando, al termine di una faticosa giornata fuori casa, rientrano tra le "rassicuranti" mura domestiche; non dunque per strada o nei luoghi malfamati: il 70% dei violentatori è il coniuge. La famiglia violenta non pare quella "povera" (povertà materialistiche o postmaterialistiche, tossicodipendenti, alcoliste, devianti), ma quella normale, in cui vivono una casalinga, dei figli tra i 25 e i 40 anni, un padre e marito che nel 70% dei casi è violento, anche se nell’81,1% non fuma, non beve, non si droga e solo nell’11,7% fa uso di alcolici; è un uomo nel pieno delle sue forze, impiegato (ma non mancano operai, commercianti, liberi professionisti). Il 68% di tali partner violenti ha una scolarizzazione media, con 110% circa di laureati. Il Tribunale "8 Marzo" dà un’indicazione sulla crescita della violenza, avendo raccolto nell’ultimo anno almeno 8.000 denunce (anche l’"Istat 1996" conferma l’aumento: pari all’8,9%). (torna al testo)

9 De Beauvoir S., Il secondo sesso, Milano 1961. (torna al testo)

10 Rimando all’inchiesta: La famiglia vista dagli adolescenti (Teramo 1994), in cui i ragazzi di scuola media, sognando la loro futura famiglia, reclamano una «migliore qualità della vita». (torna al testo)

11 Dal Rapporto Istat del 1996 si conferma una cartografia della famiglia inedita, dai profili sempre più soggettivi e poliedrici: il 17% delle famiglie (3.500.000 circa) è in una situazione non regolare: coppie non coniugate: 230.000, di cui 60.000 celibi e nubili; un numero crescente di single per scelta (2.200.000 non vedovi), di coppie senza figli per scelta oppure alla disperata ricerca del figlio ad ogni costo; famiglie monogenitoriali (60.000), unipersonali, con figlio unico, adottato, in affido, coppie senza figli, divorziate, famiglie ricomposte (600.000 coppie ricostituite in seguito alla rottura di una precedente unione: separazione, divorzio, vedovanza). L’indice di nuzialità ha avuto un calo dal 1980 al 1996 di un punto: nel 1980 l’indice era del 5,7 per mille abitanti, nel 1996 era del 4,7. Nel 1980, l’87% dei matrimoni era con rito religioso, nel 1996 era l’80%. Le separazioni legali, che nel 1980 erano 28.120, nel 1995 erano 52.323; i divorzi, che nel 1980 erano 10.703, nel 1985 sono saliti a 15.650, nel 1988 a 30.778, nel 1991 a 27.350, nel 1994 a 27.510, nel 1995 riscendono leggermente a 27.038. I dati Istat attestano il trend di disagio per il vincolo matrimoniale. (torna al testo)

12 «Ho preso per parecchi mesi la pillola ed ero libera dalla paura di gravidanze non volute e ho potuto godere così di un rapporto sessuale senza preoccupazioni. Ma soffrivo del fatto di prenderla: mi pareva che l’uomo con cui stavo non avrebbe accettato una mia maternità, cioè, in fondo, una parte di me». Testimonianza di F., in AA.VV., Donna, cultura e tradizione, Milano 1977. (torna al testo)

13 Nel 1985 furono praticati 210.192 aborti; nel 1988: 173.010; nel 1990: 161.285; nel 1992: 146.252; nel 1994: 136.481; nel 1995: 125.435; 1996: 128.994. Le percentuali sono diminuite, salvo nel 1996: 1987-1988= -1; 1988-1989= -0,6; 1989-1990= -0,3; 1989-1991= -0,5; 1991-1992= -0,4; 1994-1995= -8,1; 1995-1996= + 2,8 (Fonte: Istat). Le caratteristiche non mutano: si tratta, in prevalenza, di coniugate, con istruzione media, già madri e con età superiore ai 25 anni. Vi ricorrono dopo il fallimento o cattivo uso dei metodi contraccettivi. Un terzo di esse abortisce più volte. (torna al testo)

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