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POLITICA AL FEMMINILE

In prima fila per la dignità umana

di Anna Finocchiaro
(ministro per le Pari opportunità)
   
    

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1998 - Home Page

L’ottimismo non deve mancare nonostante la disaffezione del gentil sesso al settore politico. Urge però mettere in circuito competenze e intelligenze che favoriscano la parità e raggiungano le sedi decisionali prestigiose.

In questi mesi si moltiplicano le commemorazioni del Sessantotto, dei frutti preziosi o avvelenati che sono venuti da quell’anno, divenuto il simbolo di una stagione di modernizzazioni e di cambiamenti per tutto l’Occidente. Personalmente credo che, fra le molte trasformazioni che si misero in moto negli anni Sessanta, ce n’è una in particolare che ha reso il mondo davvero diverso, e riguarda le donne. Quella delle donne è stata una rivoluzione lunga e profonda, che ha segnato tutto il Novecento, ma che è emersa in tutta la sua forza proprio trent’anni fa e ha continuato a dispiegarsi, a svilupparsi, a fiorire, a ridisegnare la mappa dei poteri, delle qualità, delle abilità e soprattutto delle motivazioni necessarie a conseguirli e mantenerli.

Oggi siamo davanti a un risultato straordinario, e anche se c’è ancora da fare molto cammino, un lungo tratto di strada è alle nostre spalle e possiamo dirci soddisfatte di noi stesse. Questo dato riguarda il mondo intero, non solo i Paesi che siamo abituati a definire "avanzati." Ovunque, anche dove le condizioni di vita sono più difficili ed estreme, anche nei luoghi in cui si lotta per la sopravvivenza materiale o dove la libertà è cancellata e gli esseri umani vilipesi, le donne sono in prima fila nelle battaglie per la libertà, per la dignità, in prima fila nella ricostruzione di Paesi devastati dalla guerra e dalla fame. Se ne accorgono progressivamente anche gli organismi internazionali: al World Food Program – il programma di emergenza della Fao – dicono chiaramente che gli aiuti consegnati direttamente alle donne – non ai Governi, non alle istituzioni, ma alle Organizzazioni non governative gestite dalle donne, per informali che siano, fosse anche un gruppo di madri e di nonne in un piccolo villaggio – vengono amministrati con saggezza e ridistribuiti con giustizia. E nei trattati internazionali, là dove si negoziano una tregua o la pace, anche su impulso del governo italiano si tende ormai a riservare alle donne un posto intorno al tavolo delle trattative, perché viene progressivamente riconosciuto che, quando i guerrieri e i diplomatici si saranno fatti da parte, saranno poi loro a mettere mano al tessuto sociale devastato, a tessere nuovamente le fila dei legami sociali fra le generazioni e le genti.

Sono segnali forti, che ci fanno comprendere come sia probabilmente esatta la previsione secondo la quale il prossimo secolo sarà "delle donne", l’autorevolezza femminile crescerà e il punto di vista delle donne sulle cose del mondo e della vita troverà spazio e fornirà a tutti una nuova misura etica.

Del resto, basta dare un’occhiata ai dati italiani per rendersi conto che le cose stanno andando proprio in questa direzione. Le donne si sono fatte largo nelle professioni, nell’impegno sociale, hanno conquistato visibilità in ogni campo e in ogni settore nel quale hanno potuto competere sulla base di regole chiare e oggettive.

I risultati formativi raggiunti dalle ragazze sono un esempio stupefacente della lunga marcia del sesso che fino a non molti decenni fa era quasi totalmente escluso da alti livelli di istruzione. Nel 1995-96, fra i giovani che avevano frequentato sei anni di università, il 38,2% delle ragazze aveva ottenuto la laurea, a fronte di un 33,1% dei ragazzi, ed erano il 63% le ragazze in possesso di diploma di scuola superiore contro il 55,8% dei ragazzi. Nello stesso periodo il tasso di abbandono nelle scuole superiori era il 7,9% per i maschi e il 5,3% per le femmine. Le ragazze frequentano i licei più dei ragazzi, e si tratta di una tendenza in ascesa: dal 25,8% del 1985 al 31,2% del 1995 e 31,6% nel 1996. E a questo consegue che le donne vincono maggiormente i concorsi pubblici, come in magistratura, dove le donne sono 2.000 su un totale di 7.624 magistrati. Siccome questa professione fino a pochi decenni fa ospitava quasi esclusivamente uomini, oltre il 60% delle donne in magistratura ha meno di 35 anni e nemmeno l’8% ha superato i 45 anni.

Sono risultati esaltanti, eppure bisogna che ci diciamo chiaramente che non sono tutte rose e fiori. La disoccupazione in Italia, infatti, riguarda più le donne degli uomini. Eppure, se si esaminano le linee di tendenza all’interno di questo quadro generale si nota che mentre il tasso di occupazione maschile ha subìto un calo rilevante, in particolare fra i giovani (dall’80,7% al 76,3% nella fascia d’età 25-34, e dal 90 all’87,7% fra i 35 e i 45 anni), fra le donne la situazione è notevolmente diversa. Fra le giovani il calo dell’occupazione è meno marcato che fra i coetanei maschi (dal 49,4 al 48,8% nella fascia 25-34), e fra i 35 e i 54 anni il tasso di occupazione delle donne è in realtà cresciuto (dal 45,4 al 46,9).

Nell’insieme, il tasso di attività femminile è in aumento, perché la pressione delle donne sul mercato del lavoro è sempre più forte. La percentuale di disoccupate, infatti, aumenta in tutte le fasce di età, anche in quelle nelle quali parallelamente si registra un incremento di occupazione, come la fascia dai 35 ai 54 anni (dal 45,6 al 46,9% il tasso di occupazione; dal 6,9 all’8,5% il tasso di disoccupazione). È chiaro, insomma, che in questa fase storica le donne si sono affermate come componente stabile delle forze di lavoro.

Complessivamente sono migliorati moltissimo per le donne sia i livelli di istruzione e di indipendenza economica che la posizione professionale e sul lavoro. E sono risultati ottenuti in un periodo di gravi difficoltà economiche, e senza che siano mai stati utilizzati, in Italia, programmi fondati su criteri preferenziali per le donne, senza il supporto di politiche di sostegno o di azioni positive, come è accaduto invece in altri Paesi. Ciò che li ha resi possibili è un insieme complesso e affascinante di fattori storici, sociali e culturali, tra i quali ha svolto un ruolo centrale la soggettività femminile, la volontà di autoaffermazione delle donne in tutti gli aspetti della vita.

Meno deputate, più ministre

È a questo punto che entra in scena quello che le femministe americane chiamano «la sindrome dell’ascensore con il soffitto di cristallo». Le donne salgono abbastanza in alto da vedere il traguardo, il top, ma non riescono a sfondare una barriera – invisibile, eppure ben solida – che le separa dal traguardo. Prendiamo l’esempio più clamoroso, quello della partecipazione femminile alla politica istituzionale, in cui si registrano le più grandi contraddizioni.

Negli ultimi quattro anni la presenza delle donne nelle istituzioni rappresentative di livello nazionale è complessivamente diminuita. Nel 1994 erano state elette 95 donne alla Camera dei deputati e 29 al Senato. Le donne erano il 16,1%, una percentuale superiore a quella della media di tutte le legislature precedenti (8%). Nel 1996 sono state elette 67 donne alla Camera e 26 al Senato, e la percentuale è scesa al 9,9%. Il dato è particolarmente negativo se lo si confronta con la media europea del 27,6% e con il dato del Parlamento europeo (25,7%). Nonostante i risultati importanti sul piano individuale che le donne hanno ottenuto in alte sedi internazionali, la presenza delle italiane nelle istituzioni internazionali è a sua volta molto bassa, e la percentuale all’interno del personale diplomatico è appena dell’1,6%.

Nel Governo, invece, la presenza femminile è aumentata. Per la prima volta ci sono tre ministre e otto sottosegretarie, e la scelta di nominare un ministro e istituire un ufficio che valuti l’impatto di genere delle politiche generali e dei singoli provvedimenti, così come noi facciamo, è assai significativa, anche se non sufficiente. Bisogna puntare a una presenza numericamente alta e qualitativamente eccellente in Parlamento affinché il gap fra protagonismo femminile nella società e il vuoto di presenza delle donne nelle istituzioni sia colmato.

Ma per arrivare a questo dobbiamo comprendere con maggiore chiarezza perché non è ancora avvenuto. La causa dell’assenza delle donne dalle sedi in cui si assumono le principali decisioni politiche sono molte e complesse, alcune di carattere generale e altre specificamente italiane. Nonostante una spiccata propensione a frequentare i luoghi dello spazio pubblico, a cominciare dal lavoro e dall’impegno sociale, le donne continuano a manifestare una scarsa affezione per i luoghi della politica istituzionale, e disertano progressivamente anche l’attività nei partiti. Eppure non si tratta di rifiuto della politica in quanto tale, come ci dimostrano i dati sull’associazionismo.

Esistono studi che mostrano come la partecipazione delle donne è numericamente elevata e qualitativamente intensa nell’associazionismo di base, si moltiplicano i gruppi femminili e femministi. Nella sola area di Roma il Censis ne ha individuati nel ’94 ben 282. Sono soprattutto le donne fra i 15 e i 24 anni a impegnarsi nelle organizzazioni non governative, e sono l’1% le ragazze di quella fascia di età che si impegnano nel volontariato.

La partecipazione femminile, però, tende a decrescere dopo i 25 anni, quando evidentemente aumentano le responsabilità familiari e vanno ad aggiungersi a quelle lavorative, mentre si osserva che la percentuale di uomini nello stesso settore si mantiene costante in tutto l’arco della vita. Basti pensare che secondo l’Istat una madre lavoratrice dedica fino a sette ore al giorno alla famiglia, mangia e dorme meno di suo marito. E la domenica, tra le sei e le nove di mattina, il 56,9% delle signore è già in piedi: prepara da mangiare e pulisce la casa. Ciò non è privo di conseguenze. I corsi di aggiornamento in magistratura registrano una presenza molto bassa di donne che non sanno come fare a restare lontano da casa una settimana. È indicativo che nei Paesi nordici, dove è compiuta la partecipazione delle donne al potere politico ed economico, il lavoro di cura è ripartito equamente fra donne e uomini da almeno vent’anni.

Le responsabilità familiari pesano in modo anche più negativo sulla partecipazione politica in senso stretto, perché si tratta di un’attività strutturata secondo modelli maschili e particolarmente impermeabile al cambiamento. A tutto questo va aggiunto che le donne hanno scarsa fiducia nella trasparenza e nell’equità dei meccanismi di selezione che portano a raggiungere cariche dirigenti o ad essere candidate alle elezioni.

Inoltre, le vicende che hanno causato la fine della prima Repubblica, e il punto di vista assai concreto che le donne esercitano anche sulle questioni generali, hanno accresciuto l’opinione che la politica non sia abbastanza aderente alla realtà, che sia in qualche misura, tempo perso.

Ma la nostra democrazia, senza le donne, è imperfetta: rischia la virtualità, manca di realismo. Per il bene comune, è fondamentale che le donne e la particolare esperienza del mondo di cui sono portatrici siano ampiamente presenti nelle istituzioni. Perché questo avvenga è necessario che le donne si interroghino sulla resistenza che fino ad oggi le ha tenute fuori da questi luoghi, ed è necessaria una rete di sostegno che incoraggi quelle che vogliono provarci. La proposta della "Emiliy’s List" italiana, avanzata di recente da un gruppo di 15 donne impegnate in politica con successo, va in questo senso.

Ma al Governo, e in particolare a questo ufficio, compete di liberare dagli impacci e valorizzare le energie femminili che sono già sulla scena istituzionale. A questo scopo siamo impegnate nello studio e nella proposta di una strumentazione istituzionale adeguata.

Negli ultimi anni si è sviluppata a livello nazionale e locale una rete di organismi di promozione delle "pari opportunità" che è diventata un punto di riferimento per molte donne impegnate in politica. Questi organismi hanno ottenuto risultati rilevanti, però spesso sono rimasti confinati ad un ruolo puramente consultivo, senza un impatto efficace sulle politiche generali. D’altro canto, questi luoghi sono nati in una fase in cui si riteneva che le donne fossero in una condizione generalizzata di svantaggio, e che dunque fossero necessarie azioni di sostegno e aiuto. Ora non è più così, e l’insofferenza verso la marginalità delle politiche e delle commissioni "pari opportunità" è avvertita anche da coloro che ne fanno parte. La riforma cui pensiamo, insomma, dovrebbe mettere in circuito competenze e intelligenze politiche, che oggi sono dentro e fuori i luoghi della parità, e dislocarle nei luoghi decisionali.

Il tempo degli spazi separati, divenuti progressivamente, da ricchi e rassicuranti che erano, frustranti e angusti, è finito. Ce l’ha detto anche la Conferenza Onu che nel ’95 ha riunito a Pechino le donne di tutto il mondo, dove si è detto che la politica della parità va considerata esaurita e si è aperta la fase del mainstreaming e dell’empowerment. Mainstreaming significa «nuotare al centro della corrente», ovvero portare il punto di vista di genere nelle politiche generali. Empowerment significa invece «dare potere e responsabilità» alle donne. Si tratta di strategie che vanno portate avanti contemporaneamente e sulla cui realizzazione è in corso un dibattito appassionato fra le donne dei governi, e non solo, in tutto il pianeta.

Per fare tutto questo bisognerà combattere. Esiste un problema di sordità e arretratezza maschile, di impermeabilità dei partiti ai cambiamenti femminili, talvolta di vera e propria misoginia del sistema politico. Ma è molto più utile domandarsi quale sia la responsabilità delle donne in tutto questo, che cosa, in una donna, si opponga allo scendere in lizza, all’affrontare l’agone, dando ascolto alla passione femminile per la giustizia e per il management delle cose del mondo. E c’è un motivo molto semplice per il quale sembra necessario interrogarsi seriamente sulle ragioni di questo distacco: a ciò che ci riguarda direttamente possiamo mettere riparo fin da oggi.

Questo non significa vincere con un atto di volontà la propria reticenza. Al contrario vuol dire interrogarla a fondo, e comprendere che cosa ha a che fare con una scarsa stima di sé e che cosa, invece, attiene a una visione lucida dei dati di fatto, a un giudizio critico che va tenuto caro, trasformato in un punto di forza e in una spinta ideale. Io sono convinta che i tempi siano maturi e che possiamo farcela.

Guardando con occhio attento agli avvenimenti degli ultimi due anni possiamo cogliere, infatti, il segno forte dell’onda femminile, impresso sia alla politica che all’ordine simbolico. Prova ne sia il fatto che i leader moderni e di successo non guardano con diffidenza, o con antagonismo questo fenomeno ma, al contrario, accolgono la novità e la giudicano una risorsa fondamentale per il bene comune. Tony Blair, in Gran Bretagna, governa con le donne. Jospin, in Francia, lascia che le sue brillantissime ministre, sindache e deputate lo mettano in ombra. Bill Clinton divide esplicitamente i vertici della prima potenza del mondo con Hillary, portando alle loro conseguenze i valori e le trasformazioni dei rapporti fra uomini e donne che vengono dagli anni ’60. Che un’analoga consapevolezza maschile si affermi anche in Italia è urgente. C’è da augurarsi che anche la classe dirigente del nostro Paese abbia la saggezza di salutare l’ingresso di molte donne eccellenti in politica come un grande vantaggio per sé, e per tutti.

Anna Finocchiaro

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