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DIO NON È AL NEUTRO (1)

La Bibbia in mani femminili

di Lilia Sebastiani
(teologa)

        

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1998 - Home Page

Nell’ultimo trentennio si sono verificate novità rivoluzionarie. Anche nella teologia. Ma sempre entro un circolo elitario che non ha avuto una ricaduta sul vissuto cristiano. Se non nel Terzo Mondo.
L’ingresso delle donne negli studi teologici ha influenzato significativamente il campo della Scrittura. Non altrettanto quello della morale. Il primo passo da compiere riguarda il linguaggio religioso che permane ancora tutto al maschile.

È tuttora in piena effervescenza, forse perché si è affermato con qualche ritardo rispetto al neofemminismo tout-court, il movimento teologico conosciuto con il termine ormai quasi ufficiale e tecnico di "teologia femminista". Forse definirla movimento teologico non rende piena giustizia al fenomeno: infatti la cosiddetta teologia femminista, anche quando si esprime attraverso una produzione intellettuale, non appare esclusivamente come una corrente teologica fra le altre, ma soprattutto come una forma di ecclesiologia militante. O anche, per usare un’espressione di sapore biblico della teologa Katherine Dobb Sakenfeld, come «un movimento profetico contemporaneo che annuncia il giudizio sul patriarcato esistente nella nostra cultura e lo chiama a pentirsi e a convertirsi».

In molti (e in molte) un termine quale "teologia femminista" ancora può suscitare una reazione istintiva di sospetto o di fastidio, probabilmente perché evoca un movimento sorto non solo al di fuori di ogni Chiesa ma in forte opposizione con qualsiasi visione di fede trascendente; un movimento che l’opinione pubblica ha conosciuto quasi solo attraverso gli eccessi o le posizioni accentuatamente separatiste. Ma, a parte il fatto che anche il femminismo laico è stato, al di là dei limiti e degli eccessi inevitabili in ogni fenomeno umano, un fatto profetico, e che molte delle sue storiche istanze sono state gradualmente assorbite dalla legislazione e dal costume (si pensi al diritto di voto: oggi anche alla più conservatrice delle donne sembrerebbe piuttosto strano esserne priva), resta l’elementare considerazione che il termine "teologia femminista" per ora non è sostituibile senza equivoci con nessun’altra espressione. Non certo con "teologia femminile", che sentiamo vago fino all’assurdo: ovviamente non basta che una certa azione o atteggiamento o pensiero provenga da una donna, per costituire un’alternativa rispetto allo status quo: non basta essere donne per intuire creativamente una diversa visione del mondo, ma occorre aver compiuto un cammino interiore di crescita e di sensibilizzazione. Non può certo sostituirsi con "teologia della donna", carico di potenziali equivoci: una "teologia della donna" vi fu effettivamente negli anni ’50, quando l’anno mariano determinò un fiorire di riflessioni e speculazioni su natura, ruolo e missione della donna, ma in quella corrente teologica (di cui poche acquisizioni forse risulterebbero ancora sottoscrivibili oggi), elaborata da uomini, la donna era l’oggetto e non il soggetto.

La teologia femminista nasce nei Paesi anglosassoni e in America. In Europa si è affermata, all’inizio, e forse con carattere particolarmente deciso, in Paesi quali la Germania e l’Olanda, in cui esistono facoltà di teologia nelle università statali e in cui il pluralismo delle confessioni cristiane assicura forse una maggiore apertura del dibattito teologico.

A questo proposito osserveremo che la teologia femminista fin dall’inizio ha una spontanea, fortissima vocazione ecumenica: anzi si direbbe che quasi non esistano differenze sostanziali di prospettiva tra le teologhe protestanti e le cattoliche (il mondo ortodosso invece non sembra ancora coinvolto; perlomeno non in modo consistente e visibile), a parte forse per ragioni ovvie, una maggiore attenzione delle cattoliche a certe questioni di ecclesiologia e particolarmente al problema dei ministeri ordinati, tuttora preclusi alle donne perché donne.

Nei Paesi latini la diffusione risulta più lenta e più cauta, ma il panorama è complessivamente promettente e soprattutto in evoluzione. Il numero delle donne che raggiungono i livelli più alti negli studi teologici aumenta di continuo, quantunque abbia pur sempre un carattere eccezionale, di élite. Il settore degli studi teologici che finora è stato influenzato in misura più significativa dall’ingresso delle donne è quello degli studi biblici. Del resto la "preistoria" della teologia femminista è strettamente legata alla riflessione sulla Bibbia: almeno da quando alla fine del secolo XIX, Elizabeth Cady-Stanton e un gruppo di donne protestanti attuarono una rilettura al femminile dei testi sacri, in particolare di quelli in cui per qualche ragione si parlava di donne, perché insoddisfatte dell’interpretazione tradizionale subordinazionistica che ne veniva offerta dai loro pastori. Davano così origine a un testo, la Woman’s Bible (1895-1898), che fu quasi ignorato al suo apparire, ma che viene riscoperto nei nostri tempi.

L’acquisizione di base elaborata dalla teologia femminista ormai da decenni (oggi può sembrare un’idea scontata ma agli inizi non lo era certamente: non va dimenticato com’era fondamentalista e letteralista l’interpretazione prevalente della Bibbia fino alla metà del nostro secolo particolarmente nella Chiesa cattolica) è la necessità di distinguere il nucleo, il messaggio di fede universalmente valido, dai modi espressivi e dalle categorie di pensiero in cui è espresso. Per questo è indispensabile possedere certe conoscenze storiche ed esegetiche oltre che una coscienza femminile abbastanza attenta ed evoluta.

La presenza e il peso rispettivo delle figure maschili e di quelle femminili nella Scrittura non sono neppure paragonabili; non si può in alcun modo prescindere da questo elementare dato di partenza, e così pure occorre tener presente un altro dato psicologico elementare: poiché la Bibbia nella sua formulazione letteraria riflette una mentalità maschile, in essa la donna tende a configurarsi come l’Altro, sia in positivo sia (come più spesso accade) in negativo.

E tuttavia se si legge la Bibbia con occhi nuovi – e lo sguardo di fede, se è veramente tale, tende a incarnarsi in responsabilità storica –, in spirito di fedeltà creativa, cioè senza rigettare per principio tutto quanto vi è stato letto attraverso i secoli da quelli che ci hanno preceduto nella fede, ma consapevoli della nostra responsabilità di far avanzare la consapevolezza redenta e di "liberarci liberando", allora si scopre che già la Scrittura, così come l’abbiamo, dice anche a proposito delle donne molto di più e di diverso (almeno potenzialmente) rispetto a quanto la tradizione esegetica, omiletica e devozionale ci abbiano avvezzato a trovarvi dentro. Perché un serio problema connesso con la riflessione sulla Parola di Dio è che le risposte che essa ci offre, quantunque spesso inattese e dirompenti, sono molto condizionate dal modo in cui viene posta la domanda.

La Scrittura non esaurisce la Parola di Dio; la Parola non si lascia incanalare o etichettare, non consente nessun tipo di monopolio, e Dio parla agli esseri umani in infiniti modi, anche attraverso i fatti della storia e quelli dell’esistenza individuale, attraverso l’evolversi della coscienza collettiva e l’ispirazione interiore del singolo anche nel silenzio e nella contraddizione. La Scrittura però conserva la memoria storico-teologica delle principali tappe dell’evento di salvezza dell’Alleanza tra il Signore e il genere umano e in essa si possono riconoscere alcuni nodi cruciali che potremmo chiamare le "svolte" della salvezza; perché, pur essendo in continuità logica e teologica con quanto precede, costituiscono il passaggio a una fase nuova, a un nuovo modo di comprendere Dio e di rapportarsi con lui. Si potrebbe riscontrare che figure femminili importanti e significative, non necessariamente nel senso edificante-moralistico invalso, si trovano in ognuno di questi punti di svolta e costituiscono in un certo senso il tramite umano o il partner umano privilegiato – a volte consapevole a volte semiconsapevole o involontario – dell’agire rinnovatore di Dio.

In un processo profondamente innovatore, che non ha ancora una vera e propria tradizione a cui rifarsi e che deve "inventare" o quasi il proprio statuto epistemologico e i propri metodi, è quasi inevitabile incorrere in alcuni rischi. Questi, per quanto concerne l’approccio alla Scrittura in chiave cristiano-femminista, vengono in genere schematizzati secondo tre piste fondamentali.

La prima è la sottovalutazione, per cui si tende a ritenere quasi pregiudizialmente che la Bibbia, nata in un contesto patriarcale e scritta in una prospettiva senza dubbio maschile e androcentrica, non può contenere alcun vero messaggio di liberazione per donne pervenute a un certo livello di maturità storica e personale. La seconda è la sopravvalutazione: significa essere tentate di forzare l’interpretazione di certi passi allo scopo di trovarvi identificazione e ispirazione; sorvolando sul fatto che il contesto scritturistico è limitato e che tutto quanto vi troviamo in fatto di donne e di femminile è stato pensato, scritto, trasmesso e filtrato da uomini. La terza è quella dell’approccio parziale, antologico, per cui la Scrittura viene usata disinvoltamente come una "cava di materiali" e, spesso, senza un’adeguata attenzione al contesto.

Segue: La Bibbia in mani femminili - 2

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