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DIO NON È AL NEUTRO (2)

La Bibbia in mani femminili

di Lilia Sebastiani
(teologa)

        

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1998 - Home Page

La sfida della comunicazione

La teologia femminista, come si è detto, distingue di solito tra il valore teologico di un testo biblico e il modo di enunciazione (sempre storicamente condizionato). A questo proposito non mancano tuttavia le voci di dissenso, a ricordarci che il linguaggio e la forma di un testo non sono una specie d’involucro teologicamente neutrale, ma sono già essi stessi sostanza della comunicazione.

Un altro ambito di riflessione su cui notevole è stato finora, soprattutto in certi Paesi, l’apporto della teologia femminista, e forse ancora più dovrà esserlo in futuro, è il problema del linguaggio. Soprattutto le teologhe americane all’inizio hanno diffuso la consapevolezza critica di questo problema: il linguaggio tende a svalutare le donne o a cancellarle di fatto, col renderle "implicite". È un procedimento tanto più pericoloso in quanto, per la mentalità corrente sia maschile sia femminile, certi fenomeni sembrano extra-ideologici, naturali cioè, e non si comprende che proprio nella loro pretesa naturalità, che poi è codificazione arbitraria di una profonda innaturalità, risiede la loro ingiustizia di fondo e la loro insidia più grave.

Questo non è affatto un problema solo religioso, riguarda in pieno anche la lingua della comunicazione normale; ma è certo che nella sfera del vissuto di fede certe aporie sembrano esplodere più insostenibili per una coscienza credente. Va ascritto tra i segni dei tempi il fatto che oggi si sia acquisita coscienza di certe gravi contraddizioni presenti nel linguaggio religioso, accentuate dal fatto che l’utenza ecclesiale tende a femminilizzarsi sempre di più.

Nella Bibbia la cultura e il linguaggio che la trasmette sono "a misura d’uomo (maschio)"; non possiamo non riconoscerlo e, in prospettiva di fede, potremmo anche dire forse che ciò rientra nei limiti umani nei quali – e nonostante i quali – Dio si rivela. Ma per comprendere questo occorre già aver compiuto un notevole cammino sia spirituale che intellettuale, essere capaci di leggere il detto e il non detto e di sperare oltre ogni evidenza.

Sul fatto che Dio in sé non sia né maschio né femmina perché trascende le categorie umane, nessuno che sia appena un po’ evoluto intellettualmente potrebbe dubitare. Tuttavia il piano della nozione consapevole e quello delle reazioni istintive non coincidono affatto. Che Dio non sia né maschio né femmina non significa che sia esprimibile in modo corretto con il neutro, neppure grammaticalmente; il neutro infatti è non-maschile-non-femminile nel senso di esclusione, e d’istinto si avverte l’improprietà di designare Dio per mezzo di un termine di esclusione (che evocherebbe una mancanza).

Piuttosto sentiamo che l’essere infinito di Dio non può essere incapsulato all’interno di una distinzione di genere, perché va al di là di ogni distinzione e trascende la realtà mondana, compresa quindi la connotazione sessuale. Il mistero di Dio, non riducibile alla polarità maschile né a quella femminile, comprende in sé l’una e l’altra con una pienezza che gli esseri umani non possono concepire; nello stesso tempo all’interno della sua natura infinitamente relazionale, l’essere infinito di Dio comprende l’incontro-superamento dell’una e dell’altra polarità.

Se il linguaggio scritturistico è da lasciare in sostanza così com’è (riscrivere la Bibbia sarebbe abbastanza assurdo, e in contrasto con il rispetto che dobbiamo non solo al Libro della nostra fede, ma a ogni testo antico, sorto in uno specifico contesto culturale), ciò non significa però che debba rimanere invariato anche il linguaggio della riflessione umana sulla Scrittura e sul vissuto di fede; né quello della preghiera del popolo di Dio né quello dell’insegnamento, a ogni livello, sia catechesi sia teologia accademica.

Certo, un cambiamento di linguaggio non si può decidere in astratto e in linea di principio. Quel che si può decidere in partenza è proprio far attenzione al linguaggio, evidenziare le contraddizioni, le insufficienze, non considerare più naturali o fatali le forme e le strutture inquinate di sessismo, non accettare più tranquillamente che l’annuncio della salvezza venga mediato da termini e stile che talvolta costituiscono una palese contro-testimonianza.

Le strutture razionali del pensiero (e ancor più le immagini simboliche, l’universo di riferimento e lo stile espressivo) non si elaborano volontaristicamente, a tavolino, ma emergono dalla psiche, sia individuale sia collettiva. Lavorare sul linguaggio non significa "inventare parole" o studiare espressioni alternative più soddisfacenti. Talvolta può essere utile anche questo; ma la sostanza del lavoro si svolge a monte ed è assai più impegnativa. Significa impegnarsi in un cammino di autentica trasformazione della cultura e dei rapporti interpersonali. Insomma, un cammino di conversione è insieme l’origine indispensabile e la necessaria conseguenza di un cambiamento di linguaggio, senza dimenticare che il linguaggio ha una valenza etica.

Per parlare di Dio è meglio ricorrere a parole e immagini non troppo condizionate dalla forma umana o dal sesso, ma che esprimano il mistero, la santità, lo Spirito illimitato che dà vita. C. Halkes, teologa tedesco-olandese, osserva che il Dio d’Israele non si è manifestato come Dio maschio, ma come Colui che è: «che è con noi, che fa essere, fonte e fondamento di essere, l’Essere che si apre».

Salvate da un maschio?

Il problema cristologico sembra tra i più delicati e cruciali nel panorama odierno della teologia al femminile. Non è problema chiuso in se stesso, visto che coinvolge tutta l’antropologia e la visione dei sessi alla luce della fede. Anche da questo punto di vista, il panorama della teologia al femminile non appare univoco e vi si possono riscontrare due posizioni fondamentali. L’una – radicale, "post-cristiana", minoritaria e operante quasi esclusivamente negli Stati Uniti – tende a sostenere che un Salvatore maschio, inteso come Mediatore unico e fondamentale tra il divino e l’umano, proprio per questo non potrebbe mediare alcuna liberazione autentica per le donne, anche a prescindere dai suoi atteggiamenti personali e dai contenuti specifici del suo messaggio. Così viene rigettata o considerata irrilevante anche la profonda novità insita nel rapporto di Gesù con le donne, che sottintenderebbe pur sempre il bisogno di un supporto nell’autorità maschile.

La seconda tendenza, nella quale si ritrova con varie sfumature e accentuazioni la maggior parte delle teologhe di oggi – quella che preferisce distinguere i modi di enunciazione del messaggio di salvezza, storicamente condizionati, dai suoi contenuti di validità perenne –, sottolinea invece la profonda carica innovatrice e "trasgressiva" che si trova nel messaggio e nella prassi di Gesù; come segno privilegiato di questo cambiamento, studia con particolare interesse la novità costituita dal rapporto di Gesù con le donne che incontra nel corso della vita pubblica. Va ricordato comunque che questa novità assoluta ci è stata trasmessa dagli evangelisti in forma piuttosto parziale, sfumata e "normalizzata", con un processo che in parte è spontaneo e irriflesso, in parte intenzionale e forse dovuto a precise scelte pastorali.

La Madonna ha sempre ispirato gli artisti (bottega del Tiziano).
La Madonna ha sempre ispirato gli artisti
(bottega del Tiziano).

Nelle sue espressioni iniziali, la teologia al femminile non sembrava dedicare attenzione alla madre di Gesù, se non del tutto occasionalmente e di solito in chiave piuttosto polemica quanto all’uso spesso ambiguo che, attraverso venti secoli di cristianesimo, una religione tutta al maschile ha fatto del culto mariano. La scarsa attenzione è probabilmente dovuta al fatto che la teologia al femminile si afferma all’inizio in ambito protestante; si sa che il protestantesimo tende a ridimensionare l’importanza di Maria, anche per opporsi agli eccessi apologetici del cattolicesimo.

Tuttavia di recente sembra che siano stati introdotti diversi spunti di riflessione e proposta creativa, insieme a una riconsiderazione critica ma, proprio per questo, più serena, più pura, soprattutto più evangelica, anche se critica, dell’intero panorama dell’esperienza religiosa incentrata su Maria di Nazaret.

È difficile negare che la tradizione religiosa cristiana, condizionata da una massiccia ipoteca patriarcale almeno nelle sue espressioni autorevoli e visibili, abbia non di rado "usato" la Madre di Gesù e l’enfatizzazione del suo culto, volutamente o no, per compensare e legittimare il sospetto e l’avversione nei confronti delle altre donne in quanto tali.

La mariologia tradizionale appare come l’esaltazione del principio della sottomissione e della ricettività purificato da qualsiasi relazione con la femminilità sessuale. Vi è un certo modo di lodare Maria, nella sua perfezione senza macchia e nell’unicità delle sue prerogative, che costituisce implicitamente (e spesso esplicitamente) un modo di denigrare tutte le altre donne.

La teologia contemporanea, anche nelle sue espressioni ufficiali – almeno dopo l’enciclica Marialis cultus (1974) di Paolo VI –, sottolinea in Maria l’aspetto discepolare, mentre la visione tradizionale esaltava in lei soprattutto l’ancillarità e il silenzio. Maria non è vista più come un termine di paragone per le altre donne dal punto di vista dell’agire, ma come un paradigma di riferimento per ogni credente dal punto di vista della fede e della disponibilità alle esigenze di Dio. Inoltre nell’agire di Maria, per quel poco che è dato intuirne in base alla testimonianza evangelica, viene oggi sottolineato spesso l’elemento innovatore, liberante, informale. Un settore ancora poco frequentato dalla teologia femminista è quello della morale. Qui esistono quasi solo le premesse di base, oltre ad alcune intuizioni "profetiche".

Una visione parziale

Un’idea di fondo sembra ormai acquisita e largamente condivisa: l’esperienza è un elemento fondamentale, anche se non l’unico, per la produzione della norma etica, e l’etica finora è stata elaborata esclusivamente a partire dall’esperienza maschile. La donna non è mai stata soggetto etico, ma solo "oggetto" di prescrizioni e divieti che riflettono appunto mentalità, immaginario, interessi e timori maschili. Nella morale, sia teologica sia filosofica, la donna non è mai stata "colei che parla", ma, al più, "colei della quale si parla", e sempre e solo in ambiti ben precisi: quelli legati all’affettività, alla sessualità, alla natura contrapposta alla cultura e alla ragione.

Un’etica prodotta solo dall’uomo, per principio, non è universalizzabile, semplicemente perché è un’etica parziale. Larghi spazi di riflessione etica restano tuttora inesplorati; altri ambiti denunciano ormai con evidenza il predominio di una visione parziale scorretta e fuorviante.

Anche la lunga tradizione cristiana, che identifica il peccato con l’orgoglio e con l’egoismo, dimostra che l’etica cristiana è una costruzione unilateralmente maschile. Forse l’accento unilaterale sull’orgoglio, puntualmente trasmesso da confessori e direttori spirituali, potrebbe anzi aver rafforzato nelle donne quella tendenza alla negazione della propria personalità che potrebbe davvero costituire il loro peccato tipico e "storico".

Dio vuole sì la disponibilità totale, ma oltre a questo, anzi, proprio per questo, chiede agli esseri umani anche una parola autonoma e responsabile: tanto più alle donne, educate da secoli alla dipendenza. Per poter arrivare a quella logica del dono di sé che, ovviamente, riguarda tanto gli uomini quanto le donne, è indispensabile "possedersi".

La teologia al femminile sottolinea la reciprocità comunionale non solo tra uomo e donna, ma tra Dio ed essere umano, il fatto che Dio si rivolga all’essere umano come partner in una comunicazione d’amore. Un Dio infinitamente vicino, che dà vita e rende capaci di trasformazione, che provoca e risponde con la sua parola e i suoi silenzi, silenzi che sono una Parola di genere diverso. È quindi necessario accentuare, pensando Dio e parlando di Lui, le immagini più aperte e meno imprigionate in una connotazione sessuale: la pazienza, la novità, la tenerezza, la saggezza, il dono e l’ascolto. Qualcuno dirà che sono doti tipicamente "femminili". Secondo noi sono tipicamente "umane", legate all’umanizzazione del creato e della storia, alla metànoia individuale e collettiva.

La più entusiasmante fra le proposte globali che emergono dal panorama odierno della teologia femminista è l’istanza ad allargare il concetto stesso di teologia. La teologia femminista è, almeno come vocazione, una teologia dell’integralità e tende al superamento delle dicotomie (corpo/ anima, terra/cielo, donna/uomo, uomo/Dio, natura/storia, oriente/occidente), non per livellare la ricchezza delle differenze, ma per tenerle insieme. In una logica liberante e trasformatrice.

Lilia Sebastiani

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