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DOSSIER (2) - CON L’AIUTO DELLA RICERCA

ESPLORARE LA RELAZIONE PADRE-FIGLIA

di Luisa Perotti
(psicologa)

       

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1998 - Home Page

L’autonomia nell’adolescenza

Si arriva così al periodo dell’adolescenza, periodo che attualmente, nella sua fase finale, le ragazze stanno vivendo, caratterizzato da sentimenti e comportamenti di ribellione, verso regole, doveri, uscite serali. L’autonomia ricercata ancora prevalentemente in modo inconsapevole in età preadolescenziale diviene ora prospettiva e risultato di un processo maturativo consapevole che trova appunto nell’adolescenza il suo naturale sbocco. Questo periodo si caratterizza anche per un temporaneo allontanamento emotivo da parte di entrambi, legato alla sessualità evidente della figlia, oramai fattasi donna. Da questa condizione iniziale segnata da un maggiore disagio relazionale e pratico con il proprio padre deriva un relativo rasserenamento di clima al momento conclusivo di questa fascia di età, che può così conoscere un tempo di relativa stabilità relazionale con il padre, appunto. Emergono infatti nella figlia anche sentimenti riparatori verso quegli atteggiamenti aggressivi prima manifestati e ostentati.

La riuscita o meno di questo processo sembra dipendere da due fattori paterni: la propensione al cambiamento e a "rivoluzionarsi" da una parte e, dall’altra, dall’accettazione e dalla conseguente valorizzazione dell’essere donna nella figlia. Solo così si rende possibile nella figlia l’autoaccettazione e l’autostima necessarie per interagire con i coetanei di sesso diverso con meno difese e maggiore soddisfazione e inoltre la progressiva responsabilizzazione così desiderata e attesa di cui si trattava prima. Ciò significa, per il padre, superare i condizionamenti sociali e rendersi disponibile ad una forma di dialogo affettivo basato su di un atteggiamento critico ma incoraggiante e orientativo, un atteggiamento di ascolto sia passivo che attivo, di condivisione dei problemi, collaborazione, contatto e vicinanza. In altre parole un accoglimento emotivo, dentro di sé, dell’aspetto femminile della propria vita. Il padre, che non ha invece sviluppato un’adeguata funzione paterna, specialmente se abituato a nascondere i propri sentimenti, più o meno consciamente, pensa che tormentare o ignorare la figlia sia la più sicura arma di difesa contro una possibile attrazione sessuale, come se la femminilità della figlia fosse un deliberato tradimento nei suoi confronti. Inoltre in questi casi può accadere che il padre reale sia rifiutato da parte della figlia o che si originino difficoltà di carattere affettivo-relazionale con il mondo maschile, per cui la figlia ricerca altrove, nella fantasia o nella realtà, quei sostituti paterni che corrispondono nella sua immaginazione alla figura del padre ideale.

Figura 2 - Processo di riorganizzazione.
Figura 2.

Come illustrato nella figura 2, due sono gli esiti possibili legati alla interiorizzazione o alla mancata interiorizzazione della funzione stessa da parte del padre, appunto.

Alla luce di queste evidenze si è così proceduto all’approfondimento dell’analisi dell’eventuale corrispondenza tra tipologia del padre e tipologia della figlia. In riferimento alla figlia sono state individuate le seguenti quattro tipologie: figlia sottomessa, figlia brava, figlia ribelle positiva, figlia ribelle negativa.

Le tipologie sono equamente distribuite nel campione preso in considerazione: le ragazze stanno infatti attraversando un momento, se non il momento, cruciale nel lungo processo di costruzione della propria identità, di cui appunto il veicolo principale sembra rappresentato dalla dimensione affettivo-relazionale con il proprio padre. Alcune dimostrano di avere raggiunto la fase iniziale di riavvicinamento e recupero del rapporto con il proprio padre, tuttavia i risultati sembrano dimostrare come questi siano in verità tentativi più o meno riusciti di costruzione della propria identità da parte delle figlie.

La presente ricerca tende ad avvalorare l’immagine di un insieme diffuso e variegato di adolescenti dall’identità incompiuta e, dal punto di vista del processo formativo, ancora imperfetta.

Scendendo nello specifico, la "brava figlia" corrisponde ad una ragazza obbediente e rispettosa, che come tratto caratteriale preminente mostra timidezza e chiusura, responsabile, che ricerca risultati positivi in ogni settore, sia scolastico sia extrascolastico, con il fine di non deludere le aspettative paterne. Quasi sempre la brava figlia idealizza il padre, non riconoscendo i suoi limiti, ma esclusivamente i meriti, secondo un vero e proprio meccanismo di difesa di negazione.

Il rapporto che c’è tra padre e figlia sembra quindi buono, anche se è comunque presente una conflittualità, a tratti manifesta come indisponenza, scontrosità o chiusura, legata alla consapevolezza inconscia che un simile rapporto non è costruttivo, anzi, blocca o fa regredire la figlia a modalità precedenti, infantili, in cui le differenze generazionali sembrano cancellate e in cui prevale la dipendenza affettiva da attaccamento e rifornimento affettivo, per un bisogno di contatto e di sicurezza in sé, legato allo sviluppo dell’identità, che in questo modo rimane "congelata", incapace di procedere nel suo normale processo di costruzione, priva di quella fortificazione che deriva dalla triangolazione edipica. Regolatore della relazione è quindi uno vero e proprio scambio affettivo, condizionato e vincolante.

La "figlia sottomessa" è invece una ragazza che, all’opposto, non si definisce "una brava figlia", ma bugiarda, è consapevole di giocare un doppio ruolo, in famiglia e fuori, nello sforzo cosciente di evitare il conflitto con il proprio padre, mettendo in atto un meccanismo di difesa di razionalizzazione con lo scopo della libera manifestazione solo di alcune parti di sé, per un migliore adattamento reciproco.

Il rapporto tra padre e figlia è superficiale, a tratti assente, passivo, piatto, "a senso unico" si potrebbe dire, accomodante, sicuramente non costruttivo, che segnala un mancato affrancamento dalla figura paterna, una relazione quindi in ombra, in cui la persona manifestata dalla figlia impedisce in realtà il processo di individuazione della stessa.

La "figlia ribelle negativa" è invece distante, distaccata emotivamente dal padre, ostile, difficile di carattere, scontrosa, insofferente e indisciplinata, che fa del rifiuto e dell’isolamento il proprio meccanismo di difesa elettivo. La relazione tra padre e figlia è irrigidita nel conflitto, sterile, fine a se stesso, infruttuoso, sul quale la figlia si illude di costruire una propria indipendenza, falsa, in verità, perché poggiata sul terreno instabile della controdipendenza, e non a partire dalla dipendenza stessa: non reale autonomia ma semplice autosufficienza. Un rapporto distruttivo, in cui la parola è un libero strumento di sfogo: l’unico canale comunicativo è quello "economico", non quello affettivo. A volte, poi, il contrasto rende impossibile e inesistente il rapporto stesso.

La "figlia ribelle positiva", al contrario, fa del confronto con il proprio padre un utile mezzo di crescita: il conflitto è quindi positivo, mediato da un forte legame emotivo, costruttivo. Il rapporto è buono, affettuoso, spontaneo, sincero. È un rapporto alla pari, educativo, rassicurante, di reciproca fiducia e di aiuto, estremamente coinvolgente, di stima reciproca, aperto al dialogo. La figlia ribelle positiva è una ragazza onesta nei confronti del proprio padre, affettuosa, disponibile, aperta, caparbia, ostinata e testarda, poiché cerca comunque di affermare il proprio io e la propria personalità.

Segue: Esplorare la relazione padre-figlia - 3

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