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La presenza di un
disabile condiziona i comportamenti di un nucleo familiare. I diffusi atteggiamenti
iperprotettivi e di autoesclusione possono soltanto peggiorare molte situazioni. In tutto
questo gli aiuti esterni, spesso, sono carenti o inesistenti. Alla
nascita di un figlio sono connesse profonde aspettative di gratificazione personale e
sociale. Quando invece del "bambino sano e bello" nasce un figlio con handicap,
levento è angosciante e luttuoso. «Da dove viene questo bambino che non ci
rassomiglia? Perché è successo proprio a me?». È un enigma che pone domande sulle
cause e sulle responsabilità. Ma anche quando cè una spiegazione eziologica, essa
non allevia la disperazione, implacabile e irrazionale. Resta il fatto che il bambino che
è nato non corrisponde a quello ideale che si aspettava, mentre il figlio handicappato
realizza i fantasmi del bambino "anormale e mostruoso", presente
nellimmaginario delle donne incinte.
In certi ambienti un handicappato è considerato una
vergogna, una "punizione divina", il frutto di colpe e di tare ereditarie, ma
anche in contesti culturali evoluti la reazione sociale è negativa benché più velata;
proprio perché le attese di prestigio sociale e di gratificazione personale sono
maggiori, gli atteggiamenti di commiserazione sono diffusi.
Nella famiglia considerata come unità sistemica, la
realtà e la presenza di ogni componente influenzano quella di tutti gli altri; la
famiglia in cui vive un handicappato è una famiglia a rischio: sono state rilevate alte
percentuali di separazioni, di distacco dalla vita attiva e di relazione, sono frequenti
depressioni della madre e pressoché costanti situazioni di nevrosi e di disadattamento
dei fratelli.
La famiglia dellhandicappato si colloca in una
posizione di frontiera, in una terra di nessuno, fra la salute e la malattia, fra
luguaglianza e la devianza. Il dato, che non trova soluzione, è costituito dal
fatto che quel figlio non ha una valenza sociale positiva e quindi non può essere oggetto
di scambio e di comunicazione con le altre famiglie e col resto della comunità, nelle
funzioni affettive, economiche e simboliche.
In Italia vi sarebbe circa 1 milione di queste famiglie e
oltre 150 mila nuclei in cui vive un disabile non autosufficiente o in situazione di
gravità.
Le difficoltà sono correlative alla tipologia e
allentità della disabilità: bambini con deficit sensoriali, bambini con
trisomia, pluriminorati (per cause genetiche, disfunzioni metaboliche o cerebrolesioni),
bambini con deficienze mentali o intellettive. Ogni singola situazione pone specifici
problemi e sofferenze per la famiglia e richiede interventi di sostegno e di
riabilitazione. È tuttavia possibile indicare, in esse, dei dati costanti.
Uno dei principali elementi di trauma, che condiziona i
comportamenti successivi, è costituito dalle modalità con le quali la famiglia viene
informata e prende conoscenza dellhandicap del figlio. La scoperta può essere
immediata o tardiva, ma quasi sempre avviene nella solitudine e nellisolamento dei
genitori senza un appoggio medico-sociale che sia tale da definire certezze o ipotesi
ragionevoli sui deficit del figlio e sulle possibilità di recupero.
Accade anzi che in questa circostanza le comunicazioni dei
medici rafforzino sentimenti di inquietudine, di incertezza e di colpevolezza inconscia:
«Non ci si può ancora pronunciare, non sarà mai normale, ne faccia un altro, lo metta
in istituto!». Tutto questo costituisce un atto formale di rifiuto, compromette ogni
percezione realistica e alimenta ansie depressive o persecutorie.
La carenza e la distorsione delle notizie rendono
difficile soprattutto lintervento attivo dei familiari nel processo della
riabilitazione, i genitori si trovano invece abbandonati in una ricerca confusa di
soluzioni improprie (consulti, centri di cura esteri, guaritori, terapie esoteriche), il
cui fallimento costituirà una permanente diffidenza per gli ulteriori interventi
educativi, riabilitativi e di socializzazione nei confronti del figlio.
Dopo questa prima fase di choc la presenza del bambino
disabile produce una ristrutturazione delle relazioni familiari.
La madre assume limpegno assistenziale in senso
totale e talvolta ossessivo (la rinuncia al lavoro è costante). Finché il bambino è
piccolo, le attività di cura sono vissute come reali e normali, in seguito interviene una
presa di coscienza di anomalie fisiche, psichiche e comportamentali, per cui i bisogni del
figlio diventano lesteriorizzazione del suo stato patologico e quindi di una
situazione fortemente negativa: allo sviluppo fisico non segue quello della personalità e
dellautonomia. Questa constatazione rafforza e prolunga la fase della dipendenza del
figlio, anche oltre i suoi bisogni oggettivi.
Il tempo si è fermato
Il comportamento del padre oscilla fra tentativi di
"fuga" (soprattutto attraverso la ricerca di gratificazioni professionali),
atteggiamenti di "rivendicazione" sociale o culturale o posizioni di passività
e di distacco ("padre assente"). Le comunicazioni fra i genitori sono
soprattutto centrate sui problemi dellhandicap e si determina unattenuazione o
rimozione dellaffettività e della sessualità nella coppia.
Per quanto riguarda la presenza di un fratello, se è nato
prima di quello handicappato gli viene sottratta gran parte dellattenzione e gli si
impone di responsabilizzarsi; se è nato dopo deve riparare la ferita narcisistica che
hanno subito i genitori e prepararsi a sostituirli nei compiti di custodia e di
assistenza.
La relazione dei genitori con il figlio disabile è
caratterizzata da atteggiamenti di iperprotezione che impediscono lo sviluppo della
personalità, delle capacità residue; talvolta si verificano invece fasi di
ipervalutazione delle possibilità del figlio: «Lui è intelligentissimo, potrebbe fare
luniversità, sono gli altri che non lo capiscono e lo rifiutano».
Un altro dato costante è una sorta di
"immobilizzazione del tempo". Tutti gli educatori di handicappati adulti
descrivono famiglie che vivono il rapporto coi figli come se fossero bambini piccoli; la
famiglia sembra bloccata sul trauma originario, drammaticamente chiusa sulla sua sventura:
il tempo si è fermato, lhandicappato è un eterno bambino.
Il figlio handicappato è preso in carico dalla famiglia,
salvo i periodi di delega alle istituzioni scolastiche o ai centri diurni; tuttavia questo
appoggio è vissuto come anonimo, collusivo e talvolta persecutorio.
Ogni altra richiesta di aiuto è carica di significati
"personali"; quando è rivolta a parenti, amici o altre figure importanti, per
la famiglia comporta il riconoscimento di una sorta di propria incapacità o inadeguatezza
nei confronti dei bisogni del figlio e per questo si lamenta la mancanza di offerta di
aiuto e nello stesso tempo si rifiuta qualsiasi possibilità di ottenerlo. Questo fatto,
che deriva probabilmente dalla vergogna genetica e sociale del "figlio malnato",
costituisce comunque una forma di severa autoesclusione e di limitazione delle relazioni
di vita.
Per i problemi di riabilitazione e del coinvolgimento
della famiglia (il cui ruolo è indispensabile), è importante essere consapevoli che essa
svolge un tentativo costante di omologazione e di mascheramento della diversità del
figlio con lo scopo di evitare atteggiamenti sociali negativi. Si tratta, tuttavia, di una
intenzione impossibile perché lhandicappato è oggetto di interventi educativi,
sanitari e assistenziali che lo rendono "trasparente" ed esposto a valutazioni
oggettive, nelle quali la famiglia si sente coinvolta negativamente.
Per gli operatori lhandicappato costituisce un
problema tecnico, secondo il modello dellagire razionale rispetto allo scopo; per i
genitori è unappartenenza esistenziale dolorosa e ineliminabile. Questa discrepanza
e asimmetria percettiva devono essere sempre tenute presenti.
Un altro nucleo di problemi è costituito
dallimmagine sociale negativa e dalla posizione di isolamento nel quale si pone e si
trova la famiglia, oggetto di commiserazione, di incomprensione, dindifferenza o
addirittura di ostilità e di aperto rifiuto.
Per quanto sia difficile il passaggio dalla descrizione
degli atteggiamenti collettivi alle prospettive del loro cambiamento, sembra di poter
dire, in termini generali, che la persistenza dei pregiudizi o le carenze di solidarietà
derivano, in gran parte, dalla "gestione privata" dellhandicap, che per
certi aspetti supplisce il disinteresse pubblico e per altri esclude la possibilità di
coinvolgimento e di partecipazione del contesto sociale.
Questa realtà indica anche la separatezza delle
istituzioni scolastiche educative e di quelle socio-assistenziali che spesso falliscono il
loro scopo di agenzie di socializzazione e di trasmissione di modelli comportamentali e
culturali.
Per i genitori vi è non soltanto limpossibilità di
realizzare una maternità o una paternità normale, ma anche, per le disfunzioni del
sistema socio-sanitario, di attuare un progetto guidato e razionale di riabilitazione e di
assistenza. La famiglia, abbandonata a se stessa, deve dare una risposta alla nascita e
alla crescita del figlio handicappato, ogni componente deve continuamente ridefinire la
propria posizione rispetto ai problemi che progressivamente suscita il figlio diverso.
Delega passiva
La scelta possibile consiste nella presa in carico totale
del problema, con conseguenti sentimenti dimpotenza e di frustrazione, di
infelicità e di disadattamento, oppure in un comportamento di delega passiva nei
confronti delle istituzioni.
Dopo queste considerazioni, si deve riconoscere la
particolare difficoltà e complessità di una progettazione di interventi di integrazione
e di riabilitazione, ma soprattutto si deve affermare che non si possono disgiungere i
problemi degli handicappati da quelli delle loro famiglie.
Si possono individuare le seguenti aree-problema
distinguendo tra disabili in età evolutiva e disabili adulti.
Per i primi emergono le seguenti esigenze: necessità di
una corretta informazione sulle cause e la natura dei deficit e sulle eventuali tappe di
riabilitazione e di socializzazione; interventi psico-sociali sui genitori per evitare o
contenere reazioni di cordoglio o di depressione; interventi per prevenire il distacco o
la separazione della famiglia dal contesto sociale, evitando la gestione privata
dellhandicap o la ricorrente "ritirata nellinvalidismo"; consulenza
interdisciplinare per le possibili terapie di recupero, per linserimento scolastico,
per sistemi di lavoro assistito o di terapia occupazionale, per la partecipazione
allattività di tempo libero.
Per lattuazione degli obiettivi indicati occorre
evitare la frammentazione di competenze e la molteplicità di operatori (sociali,
sanitari, assistenziali, pedagogisti, psicologi) che per la diversità di approccio
epistemologico costituiscono spesso causa di distorsione e di confusione percettiva,
motivo di contraddizione e di ulteriori ansie per i familiari.
Bisogna individuare un operatore unico con
prevalenti compiti di assistenza familiare che svolga sostanzialmente una duplice
funzione: la prima centrata sulla famiglia e sulle sue dinamiche in rapporto al figlio
handicappato; la seconda di sostenere un compito di correlazione e di comunicazione con le
istituzioni e con il contesto sociale. Per gli handicappati adulti le soluzioni positive
sono: servizio di assistenza domiciliare; servizi di emergenza assistenziale o di
sollievo; centri diurni; residenze sanitarie assistenziali; prestazioni di
socializzazione.
Anche in età adulta è indispensabile una figura di
rappresentanza della famiglia con specifico riferimento ai problemi
dellinvecchiamento dei genitori.
Gianni Selleri
DISAGI INDIVIDUALI E
COLLETTIVI
Sono oltre 3
milioni (il 15% del totale) le famiglie italiane toccate da gravi condizioni di disagio.
Si tratta di nuclei che combattono ogni giorno in prima linea una silenziosa battaglia
contro gravi disturbi che colpiscono uno o più componenti, come il morbo di Alzheimer, la
disabilità, lalcolismo, linsufficienza
mentale, spesso con poco aiuto da parte dello Stato. Il dato emerge da una ricerca del
Censis sui Disagi individuali e disagi collettivi nellItalia di fine millennio.
Secondo lindagine, la disabilità fisico-motoria è
il disturbo più frequente (riguarda ben 950.000 famiglie), seguito dal morbo di Alzheimer
e dallalcolismo (500.000). Parecchi anche i nuclei familiari con privi di vista
(370.000) e affetti da insufficienza mentale (320.000). Di fronte a cifre così rilevanti,
secondo il Censis, lenorme impegno sociale ed economico sostenuto dalle famiglie
sembra svolgere le sue funzioni in maniera quasi latente, come se non fossero investite le
risorse individuali quotidiane di milioni di persone. Inoltre, su questo versante
lItalia ha ancora molta strada da fare, poiché ai nuclei familiari è destinato
solo il 3,5% della spesa sociale (pari allo 0,8%) del Pil, mentre nei principali Paesi
europei la destinazione di risorse economiche alle famiglie è doppia o tripla: il 7,5% in
Germania, il 9% in Francia e Regno Unito. |
SUPERARE IL REGIME DI
APARTHEID
Mass media sotto
accusa a una tavola rotonda organizzata dalla Ledha (Lega per i diritti degli
handicappati) lo scorso maggio a Milano, in occasione dellentrata in vigore del
Trattato di Amsterdam, che, integrando quello di Maastricht, raccomanda ai Paesi europei
di attuare norme per garantire tutela giuridica, sociale, economica ai disabili. Nel
nostro Paese essi sono oltre un milione, di cui il 50% non autosufficienti, con
unetà tra i 30 e i 40 anni, assistiti in famiglia da genitori con più di 60 anni.
I disabili non fanno notizia, secondo il giornalista
Vittorio Feltri che ha partecipato al dibattito, perché i loro problemi non coincidono
con gli interessi degli editori, non avendo nulla da offrire ai padroni dei giornali.
Chiara Beria dArgentine (La Stampa) ha aggiunto che questo tema non è
trattato neppure dalla Rai, un servizio pubblico, il cui ruolo è stato snaturato dalla
nascita delle Tv private che lhanno trascinata su un terreno puramente commerciale.
Cristiana Muscardini, parlamentare europeo, ha consigliato gli assessorati ai servizi
sociali di acquistare spazi sui giornali per illustrare agli handicappati i loro diritti.
Carla Gallo Barbisio ha denunciato il progetto di togliere la pensione reversibile ai
genitori degli handicappati, rischiando, in tal modo, di rendere inutili gli sforzi
dellassistenza domiciliare, che è molto meno costosa di quella nelle strutture
pubbliche.
Infine, Edoardo Cernuschi, presidente della Ledha, ha
stigmatizzato il silenzio con il quale sono stati in passato accolti i progetti europei di
sterilizzare gli handicappati e di permettere alle case farmaceutiche di fare esperimenti,
anche senza il loro consenso. Ha poi ricordato che i disabili attendono il superamento del
regime di apartheid per diventare cittadini europei nel Duemila. In questo processo
il ruolo dellinformazione è basilare.
o.v. |
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