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L’INSERIMENTO LAVORATIVO

«Lasciateci provare!»

di Augusto Battaglia
(deputato – Commissione Affari sociali)
            

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1999 - Home Page La nuova normativa sul collocamento dei disabili giunge a compimento dopo anni di dibattito parlamentare. L’ostacolo maggiore è stato la resistenza del mondo imprenditoriale e la corruzione negli apparati pubblici. Oggi la legge 68 alleggerisce gli oneri per le imprese, ma prevede sanzioni pesanti per chi non rispetta le regole.

La legge 68 sul collocamento dei disabili giunge, finalmente, in porto dopo quasi venticinque anni di dibattito parlamentare.

Questo solo dato rende l’idea della complessità del provvedimento e delle difficoltà che, nel corso delle diverse legislature, si sono dovute affrontare. A partire dalle resistenze del mondo imprenditoriale, che si picca di essere punta avanzata della modernizzazione del Paese, ma alla prova dei fatti è parso prigioniero di una visione del fenomeno handicap antiquata, superata e non corrispondente alla realtà.

Sono ancora molti gli imprenditori che considerano il lavoratore disabile un incapace, un peso insopportabile per l’azienda, una diseconomia da evitare. Resistenze non sono mancate negli apparati pubblici, che per molti anni, complice la cattiva politica, attraverso il meccanismo della chiamata nominativa diretta, avevano dato vita ad uno dei fenomeni di corruzione più gravi della storia del nostro Paese: l’assunzione clientelare di migliaia di falsi invalidi nella pubblica amministrazione.

Solo nel 1993 l’articolo 41 (Decreto legislativo 29) stroncò quell’ignobile mercato. Hanno a lungo pesato anche ritardi del sindacato, recuperati però brillantemente negli ultimi anni grazie all’individuazione di responsabili nazionali e locali delle politiche sull’handicap.

Non sono mancate, infine, profonde divisioni tra le associazioni dei disabili, che ne hanno indebolito il peso politico e vanificato ogni possibilità di sostenere una proposta largamente condivisa.

Fatto sta che la legge 482, da tutti considerata obsoleta, almeno a partire dalla fine degli anni Settanta, è sopravvissuta con i suoi limiti, le sue procedure piattamente burocratiche, sempre più estranee ad un mondo del lavoro in rapida trasformazione, ai moderni modelli d’impresa, alle nuove forme di collocamento.

La vecchia legge, del resto, era fatta a misura dell’economia degli anni Sessanta, con la fabbrica di media o grande dimensione che richiedeva operai e una pletora di uffici pubblici, che potevano mancare di tutto tranne che di commessi, uscieri, inservienti e personale non qualificato.

Non poteva quindi rispondere alle esigenze di un mondo del lavoro che si frammentava, si differenziava, richiedeva sempre più qualificazione. Mentre anche il pubblico impiego, per effetto delle nuove tecnologie e del ridimensionamento del ruolo dello Stato nell’economia e nella società, andava via via restringendo gli organici.

Un capitolo a parte richiederebbero poi tutti quei trucchi, astuzie, aggiramenti della norma, che andarono via via diffondendosi, favoriti dalla carenza di controlli degli ispettorati del lavoro. Negli ultimi tempi, più dell’85 per cento dei disabili avviati dal collocamento veniva respinto per una ragione o per l’altra dalle imprese. Una volta non erano idonei, l’altra non avevano superato il periodo di prova. Si chiamava il lavoratore disabile per occupare postazioni impossibili, negli orari più precari. Si proponeva al paraplegico l’impalcatura del cantiere o all’insufficiente mentale un posto da ragioniere. Ma soprattutto, in caso di mancata denuncia o di scopertura, evadere la legge poteva risultare conveniente, perché ce la si poteva cavare con una multa di poche centinaia di migliaia di lire. Salvo vertenze, ma anche in questo caso a stancarsi prima era quasi sempre il disabile che, quando gli andava bene, doveva accontentarsi di un modico indennizzo.

Individuato il punto di equilibrio tra le giuste aspirazioni dei portatori di handicap e le imprese con problemi di globalizzazione dei mercati, la legge è divenuta realtà. Tutte le sue innovazioni andranno in attuazione da qui al Duemila.

Le cifre fotografano con chiarezza la parabola di una legge che ha pur avuto indubbiamente il merito di aprire a migliaia di invalidi le porte del mondo del lavoro. Tant’è che l’incremento degli occupati fu costante nei primi anni, fino al 1982, quando toccò il tetto di oltre 296 mila occupati. Ma da quel momento, per le ragioni sopra esposte e anche in corrispondenza di una più generale crisi economica e occupazionale, si cominciò a registrare un lento e progressivo declino, con una costante emorragia di cinque-sei mila posti all’anno, per toccare il fondo al giugno del 1996, quando gli occupati scesero a sole 187 mila unità. Un lieve recupero, circa 4 mila posti in più, si è registrato solo negli ultimi due anni.

Una nuova legge quindi ci voleva, anche perché in quegli stessi anni, prima timidamente, poi con crescente vigore, si era sviluppato un grande processo di integrazione sociale delle persone handicappate, che, a partire dai servizi di riabilitazione, aveva attraversato la scuola, il territorio, coinvolgendo migliaia di operatori e di famiglie, cambiando la cultura del Paese. E, soprattutto, i servizi di formazione professionale avevano elaborato nuovi modelli operativi: il tirocinio in azienda per gli insufficienti mentali a Parma, a Genova e Roma; l’impiego di nuove tecnologie per i disabili fisici e sensoriali, anche per i pluriminorati a Bologna con l’Anspi, i Servizi di inserimento mirato al lavoro a Milano, a Torino, a Trento.

Queste e altre esperienze avevano concretamente creato condizioni nuove e dimostrato insospettate possibilità d’impiego per i lavoratori disabili nelle piccole e grandi imprese, nelle attività artigianali, nelle cooperative sociali. Avevano anche saputo inventare procedure nuove di inserimento attraverso percorsi individualizzati, definiti di volta in volta da convenzioni tra collocamento, centri di formazione e imprese.

Superare le categorie

La legge presenta caratteri innovativi proprio perché ha cercato, riuscendoci, di trasformare in norma il meglio delle esperienze realizzate dai Centri di formazione professionale, dagli operatori delle Asl, dai Comuni, dal collocamento, dalle associazioni. E, forte di questo patrimonio, ha cercato di trovare il punto di equilibrio tra le legittime aspirazioni dei disabili e le altrettanto concrete esigenze delle aziende alle prese con gli inediti problemi della globalizzazione dei mercati e dell’economia. Entrerà in vigore per fasi, da qui al gennaio del Duemila.

Il nuovo testo supera in primo luogo l’ormai ingiustificata divisione per categoria. Restano alcune opportune norme per la tutela dei disabili sensoriali; ma invalidi civili, del lavoro, di guerra, per servizio, ciechi e sordi potranno iscriversi alla lista presso l’Ufficio provinciale del lavoro, che dovrà redigere un’unica graduatoria. Ma l’avviamento non avrà i caratteri burocratici del passato. Si cercherà infatti di realizzare un collocamento mirato, cioè di inserire ciascuno nel posto di lavoro più idoneo, a partire dalla valutazione delle capacità di lavoro, e, se necessario, attraverso un percorso di preparazione anche interno all’azienda.

Ad attuarlo sarà chiamato un Comitato tecnico che in ogni provincia avrà il compito di raccogliere le informazioni, attingendo ai servizi territoriali, sulle competenze, le abilità, le qualifiche, le minorazioni dei lavoratori disabili per raffrontarle con le caratteristiche dei posti di lavoro e le professionalità richieste dalle aziende. In sostanza dovrà disporre di tutti quei dati che possano favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e individuare, attraverso le convenzioni, le procedure e gli interventi più adatti al collocamento mirato di ogni singolo disabile.

Si estende il campo di applicazione della legge. La soglia minima scende dai trentacinque ai quindici dipendenti, migliaia di nuove piccole imprese saranno quindi chiamate a misurarsi con la realtà dei disabili. Lo faranno gradualmente in caso di nuove assunzioni o di turn over. Fino a 35 dipendenti ne assumeranno 1 e potranno sceglierlo direttamente. Da 35 a 50 dipendenti dovranno assumerne 2, di cui 1 per chiamata nominativa. Oltre i 50 dipendenti scatterà invece l’aliquota del 7 per cento e anche in questo caso si potrà fare ricorso alla chiamata nominativa nel 60 per cento dei casi.

L’aliquota obbligatoria scende quindi per le imprese dal 15 al 7 per cento (c’è però da considerare un altro punto percentuale riservato ad orfani e vedove dei grandi invalidi). Ma l’abbassamento della percentuale non porterà riduzione di opportunità di lavoro, non solo perché compensato dall’estensione dell’obbligo alle piccole imprese, ma anche per il fatto da tenere presente che, secondo una recente stima del ministero del Lavoro, la percentuale oggi realmente coperta si aggira intorno al 3,5 per cento. Tutto ciò porta a stimare nei primi anni di attuazione almeno sessantamila posti in più per i lavoratori disabili.

Meno rilevanti i cambiamenti nel pubblico impiego, al quale si potrà accedere per concorso, per chiamata numerica o attraverso i bandi riservati al collocamento mirato dei soggetti con disabilità più grave. Vengono confermate quindi, in linea di massima, le modalità contenute nell’articolo 41 del decreto legislativo 29, che aveva dato risultati positivi e moralizzato il settore.

Novità, e di grande rilievo, sono invece quelle che riguardano i lavoratori che si infortunano sul posto di lavoro, che dovranno essere prioritariamente ricollocati nella loro stessa azienda in mansioni compatibili con la disabilità acquisita e, in caso di impossibilità, riqualificati e direttamente ricollocati in altra impresa. Si sancisce in sostanza il principio del mantenimento dello status di lavoratore per chi si infortuna nello svolgimento dell’attività lavorativa. E ciò dovrà valere anche nel settore pubblico, nei corpi militari e ad essi assimilati, come Esercito, Carabinieri, Guardia di finanza, Vigili del fuoco. In pratica un carabiniere che riporti gravi lesioni in uno scontro a fuoco non dovrà più lasciare il corpo per idoneità fisica, ma potrà continuare a "servire la patria" nella fureria della caserma, negli uffici del comando generale o al ministero della Difesa.

Si alleggerisce nel complesso il peso sulle imprese, per l’aliquota inferiore, per la possibilità di fare largo ricorso alla chiamata nominativa, perché potranno avvalersi, attraverso le convenzioni per il collocamento mirato, di ulteriori facilitazioni come un percorso formativo propedeutico all’assunzione, la fiscalizzazione parziale o totale degli oneri sociali per i lavoratori con disabilità media o grave, un parziale contributo per la modifica del posto di lavoro quando si renda necessaria.

Multe salate

Il collocamento potrà altresì autorizzare il part-time, il telelavoro, il transito temporaneo in cooperativa sociale e quant’altro possa rendere più morbido e dinamico l’inserimento. Alle imprese si chiede indubbiamente meno, ma questa volta si chiede che le norme vengano rispettate per davvero. Le sanzioni saranno salate, non converrà più evadere la legge; costerà troppo, almeno quanto un salario annuo, e per di più le ditte inadempienti saranno escluse dagli appalti e dai rapporti convenzionali con la pubblica amministrazione.

Ci sono le premesse, quindi, perché la legge 68 dia i risultati positivi che i disabili attendono. Che attendono soprattutto gli oltre 250 mila iscritti alle liste speciali del collocamento. Aspettative legittime se pensiamo che il mondo della disabilità esprime oggi laureati, diplomati, tecnici. Che un giovane handicappato ha generalmente alle spalle almeno dieci anni di scuola, si è assoggettato con costanza all’impegno della riabilitazione, pratica sport e ha fatto di tutto per migliorare le proprie prestazioni fisiche, professionali, il proprio aspetto. Si è preparato bene e aspira a essere ripagato dalla collettività con un’opportunità di lavoro.

«Lasciateci provare», esclama il giovane down in uno spot pubblicitario, anche perché ormai tante esperienze concrete dimostrano che messo alla prova il lavoratore disabile difficilmente fallisce.

Augusto Battaglia
   

UN NUMERO VERDE PER UN’ESTATE SERENA

La scelta sbagliata della località, un albergo con barriere architettoniche, un ristorante poco accessibile rischiano di ostacolare la vacanza di un disabile. Il ministro della Solidarietà sociale, Livia Turco, ha pensato a un servizio informativo turistico per persone con bisogni speciali (mobilità ridotta, limitazioni sensoriali, sedia a rotelle), una sorta di agenzia turistica che segnali la tipologia delle strutture e dei servizi esistenti sul territorio perché anche i portatori di handicap possano passare un’estate serena.

Questa è la seconda edizione del servizio che ha preso il via, un po’ in sordina, l’estate scorsa, ma che, secondo i progetti del ministro, dovrebbe trasformarsi in un appuntamento utile e rilevante. La scarsa informazione è la prima barriera all’integrazione dei disabili, e per pubblicizzare la campagna, Un’estate serena, è stato scelto uno spot che trasmetta un messaggio positivo. L’agenzia Testa, che lo ha realizzato gratuitamente, mostra un giovane sulla sedia a rotelle, che attraverso le informazioni del numero verde organizza per un gruppo di amici la vacanza, sale sulla sua macchina e li porta lui a destinazione.

Al numero verde 800-27.10.27, in funzione dal 15 maggio al 15 settembre gli operatori risponderanno dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17 e il sabato dalle 9 alle 13.

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