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MASS MEDIA & FAMIGLIA - LE STRATEGIE VINCENTI DEI FILMS

«Figli di un Dio minore»

di Matteo Columbo
    

   Famiglia Oggi n. 6/7 giugno-luglio 1999 - Home Page Il cinema contemporaneo ha dimostrato, negli ultimi anni, un crescente interesse verso personaggi portatori di handicap fisici o psichici. Essi, insieme ai limiti e alle potenzialità che caratterizzano, possono, a volte, essere metafora di messaggi che vanno oltre il tema della disabilità.

Un indicatore significativo dell’interesse del cinema contemporaneo per il tema dell’handicap è indubbiamente l’attenzione che l’industria cinematografica ha dimostrato nel cogliere e assecondare la sensibilità sempre più presente nel grande pubblico nei confronti di questa problematica.

È sufficiente uno sguardo d’insieme ai premi Oscar assegnati nell’ultima quindicina d’anni per rendersi conto che molti successi delle ultime stagioni cinematografiche hanno un ingrediente in comune: sono tutti film che hanno come protagonisti soggetti genericamente definibili "deboli", in molti casi portatori di handicap fisici o psichici.

Riepilogando brevemente le tappe dell’affermazione di questa tendenza, si può partire dal 1986, anno in cui l’attrice sordomuta Marlee Matlin vince l’Oscar per l’interpretazione di Figli di un dio minore. Due anni più tardi è la volta di Rain Man, che si aggiudica le statuette per film, regia, sceneggiatura e, naturalmente, quella per l’attore protagonista, Dustin Hoffman, fratello autistico di Tom Cruise.

Nel 1989 è l’attore emergente Daniel Day-Lewis a conquistare l’Oscar per l’interpretazione del pittore-scrittore paralitico in Il mio piede sinistro, e, nello stesso anno, la miglior regia va a Oliver Stone per Nato il 4 luglio, storia di un reduce del Vietnam che, a causa delle ferite riportate in guerra, finisce in sedia a rotelle.Tom Hanks interpreta "Forrest Gump" (1994) e si aggiudica il premio Oscar.
Il 1991 è l’anno del successo dello psichiatra-psicopatico interpretato da Anthony Hopkins in Il silenzio degli innocenti; il miglior attore del 1992 è Al Pacino, che fa l’ex militare cieco in Scent of a Woman - Profumo di donna; l’anno successivo Holly Hunter si afferma nella parte della protagonista muta di Lezioni di piano e nel 1994 Tom Hanks con il ruolo di Forrest Gump.

Nel 1996, Geoffrey Rush viene premiato per l’interpretazione del pianista australiano vittima di un collasso psichico, David Helfgott, in Shine. Infine nel 1997 Jack Nickolson vince mettendo in scena la nevrosi ossessiva dello scrittore protagonista di Qualcosa è cambiato.

Se a questo elenco aggiungiamo gli Oscar assegnati all’anziana Jessica Tandy di A spasso con Daisy, a Tom Hanks malato di Aids di Philadelphia, a Nicholas Cage alcolista di Via da Las Vegas e infine a Benigni ebreo di La vita è bella, scopriamo che la prestigiosa statuetta dorata per la migliore interpretazione è diventata negli ultimi tempi pressoché un’esclusiva per gli attori che interpretano personaggi appartenenti a categorie in qualche modo deboli, minoritarie o discriminate.

Correttezza politica

Le motivazioni di tale fenomeno sono forse riconducibili a quel diffuso atteggiamento critico che attribuisce all’elemento tragico un valore più alto e nobile e che assegna ai personaggi drammatici una complessità espressiva più elevata, individuando nella commedia un genere "basso" e nell’attore comico un interprete di "serie B". Vi è poi un’attrazione costante del grande pubblico per il patetico, predisposizione che si presta in maniera particolare ad essere sfruttata attraverso un soggetto intrinsecamente commovente come quello dell’handicap. Inoltre la parte del disabile tende a rendere più evidente il lavoro dell’attore sulla performance, esaltandone il virtuosismo e valorizzando gli aspetti più spettacolari della recitazione. Infine, l’intensificarsi di queste motivazioni si può forse spiegare con la diffusione, soprattutto nella cultura statunitense degli ultimi vent’anni, dell’idea di correttezza politica, che induce anche il cinema ad uno sguardo più attento (a volte purtroppo anche più ipocrita, edulcorato e paternalista) nella rappresentazione delle minoranze etniche e dei soggetti socialmente deboli.

Nel tentativo di gettare uno sguardo retrospettivo, necessariamente parziale data l’enorme quantità di film sull’argomento, sulla rappresentazione dell’handicap nella storia del cinema, si potrebbe suddividere i tanti e diversi esempi possibili in tre grandi categorie.

Senza la pretesa di una classificazione rigida e definitiva, cercando piuttosto d’individuare degli insiemi sufficientemente distinti, ma necessariamente interrelati (tant’è che alcuni dei film citati potrebbero a pieno titolo figurare contemporaneamente in tutti e tre i raggruppamenti), si può pensare a un primo gruppo di film che tende a evidenziare gli aspetti coercitivi e limitanti dell’handicap; un secondo gruppo di film che mostra le inaspettate potenzialità positive di questa condizione; infine un terzo gruppo di pellicole più interessate all’handicap come immagine/idea capace di rappresentare metaforicamente qualcos’altro.

In molti film l’handicap viene rappresentato sottolineando particolarmente gli elementi di privazione, di limite, di prigionia che esso comporta. La fatica di vivere e la difficoltà di comunicare del disabile vengono amplificate e centrale spesso diventa il racconto della sofferenza profonda, della diversità inconciliabile. Lo sguardo insiste particolarmente sui momenti o sulle situazioni in cui la mancanza diventa incolmabile e produce impedimento, emarginazione, sconforto.

Daniel Auteuil e Pascal Duquenne ne l’"Ottavo giorno" (1996) di J. Van Dormael.
Daniel Auteuil e Pascal Duquenne ne l’Ottavo giorno (1996) di J. Van Dormael.

Situazioni da melodramma

Esempio tipico di questa tendenza si ritrova nelle situazioni emotive a tratti patetiche espresse dalle molteplici declinazioni del genere melodrammatico. In Luci della città (1931), la storia d’amore "impossibile" fra Charlot che si finge milionario e la giovane fioraia cieca sfrutta l’elemento patetico per raccontare la crudeltà sociale, con il celebre finale in cui la donna, riacquistata la vista, scopre la vera identità del suo salvatore.

L’elemento dell’handicap svolge una funzione centrale anche nei mélo anni Cinquanta: nel capolavoro di Douglas Sirk, La magnifica ossessione (1954), la protagonista perde la vista in un incidente, per poi recuperarla dopo infinite pene (d’amore), mentre in Un amore splendido (L. McCarey, 1957, rifacimento di un film del 1939, rifatto nel 1994) un grave incidente occorso alla protagonista impedisce e procrastina l’incontro amoroso, anche se il finale è lieto.

Il melodramma continua a essere spesso collegato all’handicap come dimostrano anche pellicole più recenti come Go now (M. Winterbottom, 1996), storia d’amore fra un’impiegata e un operaio che si scopre improvvisamente malato di sclerosi; oppure Jack (F.F. Coppola, 1996), che racconta di un ragazzino di dieci anni condannato da una malattia rara ad invecchiare a una velocità sorprendente, ritrovandosi giovane in un corpo d’adulto. Anche Le onde del destino (L. von Trier, 1996) utilizza l’handicap fisico (il protagonista è paralizzato a letto da un incidente sul lavoro) come forte elemento drammatico che sconvolge una felice storia d’amore.

Il melodramma è spesso presente anche in quei film che mettono in scena un volto sfigurato, che condanna chi ne è vittima all’emarginazione sociale e al fallimento amoroso. Dall’archetipo rappresentato da Il fantasma dell’opera (fra le numerose versioni da segnalare quella horror-pop-musicale di B. De Palma, Il fantasma del palcoscenico del 1974) a L’uomo senza volto (opera prima di Mel Gibson del 1993), passando per l’ormai classico The Elephant Man (1980) di David Lynch, film sulla storia vera di un uomo nato deforme e sfruttato prima come fenomeno da baraccone e poi come curiosità scientifica.

La dimensione del limite, dell’immobilità è anche tipica del thriller, in cui la vittima o il testimone sono figure la cui possibilità di agire/reagire sono compromesse da un handicap.

Esempio paradigmatico è la paralisi sulla sedia a rotelle (anche se momentanea) del protagonista di La finestra sul cortile (1954) di Hitchcock; ma si pensi a film come Gli occhi della notte (1967), in cui una ragazza cieca, interpretata da Audrey Hepburn (nomination all’Oscar), è costretta a fronteggiare tre delinquenti; o al recente Gli occhi del testimone (1995) in cui una donna muta è testimone di un efferato delitto.

Un altro filone che narra delle difficoltà che comporta l’handicap, in questo caso anche sul piano sociale, è quello dei film che raccontano le sofferenze dei reduci di guerra rimasti invalidi. Film come Tornando a casa (1978) o Nato il 4 luglio (1989) utilizzano ad esempio l’invalidità dei loro protagonisti per stigmatizzare le atrocità della guerra in Vietnam.

Passando dalle difficoltà del reinserimento sociale a quelle del vero e proprio inserimento nella società, si può ricordare infine tutti i vari "ragazzi selvaggi" del cinema, da quello di Truffaut (1969) a L’enigma di Kaspar Hauser di Herzog (1974), fino a Nell (1994).

Una scena da "Il mio piede sinistro" (1989).
Una scena da Il mio piede sinistro (1989).

Potenzialità inattese

C’è una serie di film che individua nella condizione del disabile, oltre alla dimensione del limite, comunque sempre presente, delle potenzialità inattese capaci di farsi promotrici di un riscatto della persona, rivelandone qualità straordinarie. In alcuni casi queste potenzialità permettono di costruire nuovi canali di comunicazione capaci di sorpassare l’ostacolo dell’handicap.

Si pensi innanzitutto a un film come Forrest Gump (R. Zemeckis,1994), il cui protagonista, con un quoziente d’intelligenza al di sotto della norma, attraversa trent’anni di storia americana determinando senza volerlo eventi decisivi e ottenendo il successo in tutte le iniziative che più o meno consapevolmente intraprende.

Versione italiana dagli esiti assai più modesti è Ivo il tardivo (1995) di A. Benvenuti, il cui protagonista trova espressione attraverso il mondo dell’enigmistica, dipingendo un intero paesino di parole incrociate. E spesso è proprio l’estro artistico a compensare le mancanze del disabile fino all’esempio estremo del protagonista completamente paralizzato di Il mio piede sinistro che impara, con l’unico arto a disposizione, a dipingere e a scrivere.

Ma la prova più emozionante di capacità di tramutare il trauma dell’handicap in forza espressiva è forse data dal film Blue (1993) di Derek Jarman, attraverso il quale l’autore, diventato cieco a causa dell’Aids, racconta il suo mondo interiore attraverso voci-pensiero fuori campo su uno schermo che rimane completamente blu per l’intera durata del film.

Esistono poi molti film che raccontano l’incontro, spesso difficile, fra un portatore di handicap e una persona "normale". Attraverso la conoscenza reciproca, prima superficiale e conflittuale poi sempre più profonda, l’incontro innesca una dinamica di cambiamento reciproco, spesso in positivo. Struttura tipica di un film come Rain Man, quest’archetipo narrativo si può ritrovare in numerosissimi film. L’incontro assume di volta in volta i caratteri del rapporto fraterno (lo stesso Rain Man, ma anche L’ottavo giorno, 1996), amoroso (Figli di un dio minore), paterno (Scent of a Woman, remake americano dell’italiano Profumo di donna, del 1974).

Ci sono infine casi in cui l’aspetto metaforico dell’handicap diventa così decisivo che la figura del disabile viene utilizzata per parlare d’altro. Gli esempi di questo gruppo possono essere davvero tanti, anche perché il piano metaforico può spesso essere rintracciato in numerosi esempi delle categorie precedenti.

Tom Cruise,
reduce in sedia a rotelle,
in
Nato il 4 luglio (1989)
di O. Stone.

Tom Cruise, reduce in sedia a rotelle, in "Nato il 4 luglio" (1989) di O. Stone.

Il piano metaforico

Lecito infatti domandarsi se Forrest Gump non sia una personificazione dell’americano medio o se il protagonista di La finestra sul cortile non sia una perfetta metafora dello spettatore cinematografico, tanto per citare due casi il cui valore metaforico è lapalissiano. Dunque, con la consapevolezza della sintesi arbitraria delle seguenti scelte, è possibile suggerire una serie di immagini dell’handicap particolarmente stimolanti sul piano simbolico.

Un primo esempio riguarda tutti quei personaggi che nel loro essere Freaks (per citare il film maledetto del 1931 di Tod Browning che ancora oggi ci obbliga ad interrogarci sull’etica della rappresentazione del deforme) rivelano la loro natura malvagia e, come il Riccardo III shakespeariano (versioni cinematografiche di Olivier, 1955; Loncrain, 1995; Pacino, 1996), sono "costretti" dalla loro natura a fare del male. Da queste parti c’è anche il Dottor Stranamore (1964) di Kubrick, un Peter Sellers incastrato su una sedia a rotelle in un tic caricaturale del saluto nazista. Ma si pensi anche, per restare a Kubrick, al valore ambiguo che assume l’intellettuale vittima-carnefice in carrozzella in Arancia meccanica (1971).

Altri spunti di riflessione, per concludere, mi sembrano offrirli alcuni film recenti che parlano in maniera forse indiretta ma comunque molto significativa dell’handicap. Penso agli Idioti (1998) di von Trier, storia di un gruppo di giovani che si finge handicappato per sfidare le convenzioni borghesi e ritrovare un’autenticità perduta in una sorta di utopia, coraggiosa ma fallimentare, di fine millennio. Scenari utopici sul futuro prossimo venturo li disegna anche Wim Wenders, che in Fino alla fine del mondo (1991) immagina una tecnologia in grado di ridare la vista ai ciechi e di registrare i sogni.

Sul versante pessimista si situa invece l’immagine del futuro dell’emergente Andrew Niccol (già sceneggiatore di The Truman Show), che in Gattaca (1997) immagina un futuro nel quale l’assoluto controllo sul patrimonio genetico elimini completamente l’handicap congenito e crei una società "perfetta", nella quale gli emarginati diventerebbero i cosiddetti "figli dell’amore", contrapposti ai prodotti "invincibili" (ma inquietanti) dell’ingegneria genetica.

Matteo Columbo

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