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Una popolazione in aumento - 1

Vedovi e vedove in Italia

di Antonio Golini e Barbara Buldo
(rispettivamente: ordinario di demografia presso l’Università "La Sapienza" di Roma e borsista presso l’Istituto di ricerche sulla popolazione del Cnr)

    

Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page Coincidono sempre più con gli anziani. La predominanza femminile è caratteristica dominante. Risultato totalmente inatteso, invece, è che gli uomini sembrano soffrire meno delle donne la perdita del coniuge.

Ogni unione coniugale ha una fine che può essere o il divorzio, relativamente poco diffuso in Italia, o la morte di uno dei coniugi (essendo molto raro il caso in cui si registra la morte contemporanea di entrambi i coniugi), che è quindi il motivo per cui assai più frequentemente si sciolgono le unioni. Così ogni anno si viene ad accrescere la popolazione di vedovi e vedove: assai di meno quella dei maschi, che normalmente muoiono prima della compagna per il fatto di essere mediamente più anziani delle donne quando si sposano e di patire a ogni età una sensibile supermortalità; assai di più quella delle donne (tab. 1). L’assoluta maggioranza dei maschi (66% circa) infatti muore essendo ancora coniugato, mentre la maggioranza delle femmine (60%) muore essendo già vedova.

All’incirca in Italia si hanno 250 mila nuove vedovanze all’anno, delle quali circa 185 mila riguardano le femmine e circa 65 mila i maschi; utilizzando i dati del censimento del 1991 si può vedere come per ogni 1.000 coniugati di ogni sesso, nel corso del 1992 siano morti 13,1 maschi e 4,5 femmine. E contemporaneamente in Italia finiscono per morte all’incirca 210 mila vedovanze all’anno (muoiono circa 155 mila vedove e 55 mila vedovi) e per matrimonio all’incirca oltre 6 mila (si risposano circa 2 mila vedove e 4 mila vedovi).

L’effetto netto che ne risulta – fra vedovanze che si vengono via via a creare e quelle che anno dopo anno finiscono – è che la popolazione delle vedove aumenta con una intensità pari a oltre otto volte quella dei vedovi. Se si fa riferimento ai dati della tabella 1, si nota però che nel corso degli undici anni considerati, l’incremento netto di vedove è andato declinando (da +38 mila del primo triennio a +28 mila circa dell’ultimo), mentre quello dei vedovi è variato per lo più tra i 3 mila e i 5 mila all’anno.

Il numero netto di vedove è andato diminuendo soprattutto perché è andato aumentando il numero di quelle che muoiono ogni anno, nonostante la forte e continua diminuzione dei tassi di mortalità: il fatto è che all’interno del generale invecchiamento della popolazione se ne ha anche uno intensissimo fra i vedovi (tab. 2). Adesso quasi un vedovo su due ha 75 anni o più, mentre soltanto quarant’anni prima questa proporzione era di uno su quattro. Questa popolazione che va così fortemente invecchiando è destinata quindi a dar luogo, anno dopo anno, a un crescente numero di morti perché ormai il suo invecchiamento è più veloce della discesa dei tassi di mortalità.

L’enorme allungamento della durata della vita che si è avuto negli ultimi decenni fa sì che sia molto più lunga tanto la vita vissuta insieme dai coniugi quanto quella che poi si vive da soli come vedovi. Nel 1992 i coniugati maschi sono morti a una età media di 70,6 anni, avendo convissuto 41 anni col coniuge superstite che aveva un’età di 67,1 anni e che si aspettava di viverne in media ulteriori 17,3; le coniugate sono morte ad una età media di 68,4 anni (si ricorda che la maggior parte delle donne muore dopo, da vedove), avendo convissuto oltre 42 anni col coniuge superstite che aveva un’età di 71,6 e che si aspettava di viverne in media ulteriori 11,0 (tab. 3). Nella nostra attuale situazione demografica di bassa mortalità e bassa fecondità, l’età media alla morte di un coniuge e l’età media del coniuge superstite lasciano chiaramente vedere come la maggior parte dei matrimoni si sciolga per morte una volta conclusa la vita feconda e quindi senza rilevanti conseguenze sulla natalità o sull’accrescimento demografico (Livi Bacci, 1990).

Un altro elemento di grande rilevanza sociale è che risulta praticamente scomparso il numero di orfani minori o giovani, dal momento che la durata media del matrimonio supera ormai i 40 anni. Facendo riferimento alla mortalità del 1911, erano orfane di madre 7 bambine di 10 anni su 100 e 14 ragazze di 20 anni su 100; facendo riferimento alla mortalità del 1990 le due proporzioni erano rispettivamente scese a meno di 1 su 100 e a meno di 2 su 100 (Golini e Silvestrini, 1995).

I dati della tabella 3 sono particolarmente importanti anche sotto il profilo della previdenza sociale dal momento che, ad esempio, una pensione rilasciata a un uomo coniugato a 60 anni di età verrà fruita per circa 11 anni da lui stesso (essendo l’età media alla morte di 70,6 anni) e per ulteriori 18 anni circa dalla vedova: e così mentre il titolare della pensione morrà in media fra i 70 e i 71 anni, la sua pensione "morrà" a 88 anni, essendo stata quindi fruita per 28 anni; nel caso delle donne che lavorano, la pensione rilasciata a una donna coniugata di 55 anni sarà goduta per 13 anni da lei stessa e per ulteriori 11 dal marito sopravvivente.

Il fatto che la pensione abbia una durata di vita assai più lunga del titolare della pensione è questione della più grande rilevanza economica, ma non sempre viene tenuta abbastanza in conto dall’opinione pubblica e dai policy makers.

Il progressivo invecchiamento della popolazione, invece, influisce sul fenomeno della vedovanza e sulle condizioni socio-economiche in particolar modo dei vedovi, dal momento che «la terza e quarta età sono... le età in cui è più facile rimanere soli dopo la morte del proprio compagno o compagna di vita, le età in cui torna forte il bisogno di aiuto e il grado di dipendenza dagli altri» (Calvani, Gallina, Palomba, 1996).

Alla data dell’ultimo censimento della popolazione (20 ottobre 1991) il numero di vedovi in Italia è risultato di 4.223.775, pari al 7,4% della popolazione. Tale numero è risultato del 40% superiore a quello del 1951. Nel corso degli ultimi 40 anni, l’incremento dei vedovi è divenuto superiore anche a quello del resto della popolazione. Il divario si è reso ancora più evidente a partire dagli anni ‘80, quando il tasso di incremento medio annuo del resto della popolazione è diventato negativo, mentre quello dei vedovi ha assunto valori prossimi all’1%.

Se consideriamo la distribuzione dei vedovi per sesso, le donne vedove prevalgono numericamente sugli uomini: si hanno, al 1991, mediamente 5,2 donne vedove per ogni vedovo; tale rapporto è andato fortemente aumentando nel corso degli anni (nel 1951 era pari a 3,4) (tab. 4).

Come si è già visto è stata proprio la componente femminile a determinare l’incremento complessivo dei vedovi nel corso degli ultimi 40 anni (tab. 5): il numero delle vedove risultava nel 1991 del 53,5% superiore a quello del 1951, mentre il numero dei vedovi è rimasto praticamente invariato (+0,3%)1 . La diversa mortalità tra gli uomini e le donne, congiuntamente alla differenza di età al matrimonio, giustifica, come è già stato affermato, la maggiore presenza di donne vedove. Infatti, soprattutto dopo i 60 anni, al crescere dell’età prevalgono le femmine e ciò è spiegabile con il fatto che la differenza fra i più elevati tassi di mortalità maschile e i tassi di mortalità femminile aumenta con l’età. Nel 1991 la percentuale di donne sul totale dei coetanei tra 60 e 64 anni è risultata del 53%, tra 65 e 74 anni del 56,3% e da 75 anni in su del 63,5%. Tale aspetto configura percorsi e situazioni di vita differenti tra uomini e donne.

La distribuzione per stato civile degli anziani (tab. 6) mette in evidenza un forte squilibrio tra i sessi. È coniugato il 58,5% degli ultraottantenni mentre il 72,6% delle ultraottantenni è vedova. Come illustra assai chiaramente la tabella 6, dai 60 anni in su la maggioranza delle donne non è più coniugata e la vedovanza incide maggiormente. Le vedove rappresentano il 21,5% delle donne tra 60-64 anni, il 32,1% tra i 65 e i 69 anni, il 72,6% dagli ottant’anni in poi.

È stato osservato che i tassi di nuzialità degli uomini vedovi sono mediamente 10 volte superiori a quelli femminili (5,3 per mille per gli uomini e 0,5 per mille per le donne). «A spiegare le differenze tra i tassi sono sia la maggiore propensione dei vedovi a contrarre nuovo matrimonio, sia l’effetto della struttura per età più anziana delle donne e del rischio della perdita della pensione di reversibilità» (Istat, 1997a).

Se comunque si considerano i vedovi e le vedove alle seconde nozze, si nota che la percentuale di sposi vedovi sul totale degli sposi si è andata riducendo nel tempo (fig. 1). «La diminuzione del peso dei vedovi che contraggono un nuovo matrimonio è anche legata ad un’altra tendenza demografica. Si riduce, infatti, il numero di matrimoni che si conclude precocemente a causa della morte di uno dei coniugi, per il costante declino della mortalità» (Istat, 1997a).

Se confrontiamo i vedovi dell’Italia con i corrispondenti dati di Francia e Spagna, relativamente al 1991 (tab. 7), si nota che l’incidenza dei vedovi sul totale della popolazione è superiore in Italia di 0,6 punti percentuali rispetto alla Francia e di 1,2 punti rispetto alla Spagna; la differenza del rapporto vedove/vedovi dell’Italia è trascurabile rispetto alla Francia, mentre vi è una differenza positiva di 0,8 vedove per ogni vedovo rispetto alla Spagna.

Segue: Vedovi e vedove in Italia - 2
   

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