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Una popolazione in aumento - 2

Vedovi e vedove in Italia

di Antonio Golini e Barbara Buldo
(rispettivamente: ordinario di demografia presso l’Università "La Sapienza" di Roma e borsista presso l’Istituto di ricerche sulla popolazione del Cnr)

    

Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page

Nuove forme familiari

Sullo sfondo dello scenario demografico di forte denatalità e progressivo invecchiamento della popolazione si assiste, nei Paesi europei, a trasformazioni delle tipologie familiari 2 , sintetizzabili in una forte e generalizzata contrazione della dimensione media della famiglia, con il conseguente aumento del numero di famiglie, nel loro progressivo invecchiamento e nella considerevole crescita di persone che vivono sole (prevalentemente anziani). Queste modificazioni sono da ricollegare tanto a fattori demografici (calo del numero medio di figli per donna e innalzamento della speranza di vita) quanto a fattori sociali.

Rispetto a questi ultimi fattori è importante sottolineare il ruolo che i differenti atteggiamenti nei confronti dei legami di coppia (caratterizzati da una più ridotta propensione al matrimonio e da una più elevata propensione al divorzio) hanno giocato sulla famiglia. Nella nuova "èra" al matrimonio si affianca una sia pur lieve maggiore tendenza alla coabitazione. Da segnalare, inoltre, l’innalzamento dell’età media al matrimonio.

I diversi comportamenti nei confronti del matrimonio e del divorzio contribuiscono, dunque, a modificare le strutture familiari che si presentano in forma nuova e straordinariamente complessa, sconvolgendo i tradizionali e stretti rapporti di parentela. Inoltre, diviene sempre maggiore il peso delle famiglie monopersonali: la tendenza a vivere soli riguarda prevalentemente gli anziani.

Accanto a questa tipologia si sta affermando un altro nuovo modello familiare: la famiglia monogenitore (padre con figli o madre con figli) più diffusa tra le donne, a riprova della maggiore capacità femminile di gestire autonomamente situazioni solitamente più difficili, oltre che a motivi di ordine demografico (maggiore longevità delle donne) e sociale (in caso di divorzio e separazione, l’affidamento dei figli viene solitamente delegato alla donna).

In Italia nel 1991 la dimensione media familiare è risultata di 2,8 componenti: il minimo storico. Ormai le famiglie unipersonali, che costituiscono il 20,6% del totale delle famiglie, sono composte per il 54,3% da persone anziane, in maggioranza donne vedove che sono, quindi, l’espressione tipica del processo di invecchiamento della popolazione italiana.

Analizzando in particolare i dati dell’indagine Multiscopo dell’Istat 3 , relativi all’anno 1995, e considerando solamente la popolazione di età superiore ai 50 anni (dal momento che i vedovi/ e con 50 anni e più costituiscono più del 95% del totale dei vedovi/ e), si osserva che le tipologie familiari più diffuse tra i vedovi e le vedove sono la famiglia unipersonale (54,2%) e il nucleo monogenitore (25,8%), che insieme costituiscono l’80% delle tipologie familiari dei vedovi (tab. 8).

Va sottolineato come del totale delle famiglie unipersonali, il 67,1% è costituito da vedovi, dei cui il 9,7% dai vedovi e ben il 57,4% dalle vedove.

Il divario riscontrato tra i due sessi è – come si è ricordato – da attribuire in parte alla maggiore mortalità degli uomini e alla differenza di età al matrimonio; dall’altra parte è sicuramente riconducibile al diverso atteggiamento con cui si affrontano gli eventi della vita: le donne di solito accettano la solitudine, sono più capaci di vivere autonomamente, mentre gli uomini rimasti soli, come si è visto, hanno maggiore propensione a costituire un nuovo nucleo familiare.

Per quanto riguarda la convivenza genitori-figli, essa differisce a seconda dello stato civile dei genitori. Considerando come riferimento il primo figlio, i vedovi che vivono con esso sono il 27,9% del totale dei vedovi, contro il 37,7% dei non vedovi. La percentuale di vedovi che vivono nello stesso caseggiato o entro un chilometro dal primo figlio è maggiore di quella dei non vedovi, probabilmente perché consente ai primi di mantenere una certa autonomia, pur godendo degli aspetti positivi della vicinanza.

Condizioni socio-economiche

L’attuale popolazione di vedovi, proprio per la loro struttura relativamente anziana, non ha sperimentato il "boom" dell’istruzione: l’80,9% ha la licenza elementare o nessun titolo di studio, l’11,7% la licenza media, il 5,9% il diploma superiore e solo l’1,5% la laurea 4 . Le vedove presentano un livello d’istruzione più basso dei vedovi: l’82,5% di esse possiede la licenza elementare o nessun titolo di studio contro il 72,6% dei vedovi, e solo lo 0,9% possiede la laurea (contro il 4,8%).

È da notare che il livello di istruzione dei vedovi/e con più di 50 anni è inferiore a quello dei non vedovi/e della corrispondente classe di età.

Per rispondere all’interrogativo: «I vedovi sono soddisfatti della loro vita quotidiana?». Si è considerato il giudizio soggettivo espresso dai vedovi nell’indagine Multiscopo Istat del 1995 su alcuni aspetti della loro vita: la soddisfazione economica, la salute, le relazioni familiari, le relazioni con amici, il tempo libero. Questi dati permettono anche di evidenziare come essi considerano la propria vita, dal momento che «benessere significa anche benessere psicologico» (Istat, 1997b).

Al primo posto è la famiglia (tab. 9): il 90,5% dei vedovi si dichiara soddisfatto (molto e abbastanza) contro il 93,7% dei non vedovi. La soddisfazione per le relazioni familiari è un aspetto che non differenzia particolarmente i vedovi distinti per sesso (a differenza di quanto accade per gli altri aspetti): le vedove sono soddisfatte nel 91,1% dei casi, mentre i vedovi nell’87%. Comunque, il fatto che la sfera degli affetti risulti del tutto soddisfacente nei vedovi è un dato confortante, considerando che nella maggior parte dei casi i vedovi sono di età avanzata (circa la metà di essi è costituita da persone con più di 75 anni), vivono soli e potrebbero rischiare di essere isolati dalla società.

I vedovi si dichiarano poi soddisfatti (molto e abbastanza) per il tempo libero (69,8%), per le relazioni con amici (69,5%), per la salute (52,3%) e per la condizione economica (50,0%). La loro soddisfazione è però inferiore a quella dei non vedovi, fatta eccezione per il tempo libero.

Per quanto riguarda la salute, va sottolineata la differenza di 15,5 punti che si riscontra tra la soddisfazione dei non vedovi e i vedovi: certamente, per il fatto che i vedovi sono mediamente più anziani e probabilmente, dal momento che i vedovi per la maggior parte dei casi vivono soli, ne risentono anche fisicamente. Sono le vedove ad avere un peggiore stato di salute: il 51,1% delle vedove si dichiara soddisfatto della propria salute contro il 59,1% dei vedovi.

Per le condizioni economiche si nota, come era intuibile, considerati i redditi solitamente più bassi delle donne anziane (a causa di carriere lavorative più brevi o perché percepiscono soprattutto pensioni di reversibilità), che le donne sono in posizione di svantaggio rispetto agli uomini: il 49% delle vedove si dichiara soddisfatto contro il 55,5% dei vedovi. Inoltre, nel 1995 il 35,6% dei vedovi giudica le proprie condizioni economiche peggiorate e il 42,5% valuta le proprie risorse «non adeguate».

Certamente, quella dei vedovi è una vera e propria sub-popolazione cui dedicare attenzione maggiore di quanto sia avvenuto finora, sia per il fatto che va accrescendosi a un ritmo piuttosto sostenuto, sia per il fatto che presenta caratteristiche del tutto peculiari.

Fra il 1951 e il 1991 la popolazione dei vedovi è cresciuta di 1,2 milioni di unità, da 3,0 a 4,2 milioni, ad un tasso dello 0,9% all’anno, mentre quella dei non vedovi si è accresciuta ad un tasso, minore della metà, pari a 0,4%. In particolare fra il 1981 e il 1991 la distanza è ancora maggiore essendo stati i due tassi rispettivamente pari a +0,8% e a 0,02. In una stima di larga massima si può ritenere che alla fine del 1996 la popolazione dei vedovi sia poi arrivata a 4,4 milioni di persone.

Sempre di più la popolazione dei vedovi tende a coincidere con la popolazione degli anziani, essendo stato formidabile il processo di invecchiamento anche al suo interno: ormai soltanto 1 vedovo su 20 ha meno di 50 anni, laddove al 1951 la proporzione era 1 su 7. Aumenta quindi drasticamente per i vedovi la probabilità di morire e diminuisce parallelamente la probabilità di risposarsi.

La femminilizzazione è la caratteristica saliente della popolazione. Ci sono ormai più di 5 vedove per ogni vedovo e questa proporzione tende ad accrescersi ulteriormente per il fatto che nel flusso di vedovanze, che si vengono a creare ogni anno, il numero di vedove è pari a circa 8 volte il flusso dei vedovi.

La minore istruzione rispetto ai coetanei non vedovi è altra caratteristica importante e questa potrebbe dipendere dal fatto che le persone meno istruite hanno morbosità e mortalità maggiore di quelle più istruite, sicché, considerando la forte omogamia secondo l’istruzione, dovrebbe essere più elevata tanto la probabilità di morire per un coniugato meno istruito quanto la probabilità che il coniuge superstite sia meno istruito. I dati confermano certi stereotipi e ne contraddicono altri.

Il fatto che i vedovi nel loro complesso abbiano un grado di soddisfazione nei confronti di vari aspetti della vita minore dei non vedovi – salvo che per il tempo libero – è un risultato del tutto atteso.

È invece del tutto inatteso quello che i vedovi dichiarino un grado di soddisfazione maggiore o molto maggiore delle vedove per tutti gli aspetti della vita, salvo che nelle relazioni familiari; parrebbe così che gli uomini affrontino vedovanza e solitudine con minore patimento delle donne. È un risultato questo di grande interesse, che merita certo un approfondimento e una verifica.

Antonio Golini e Barbara Buldo

Segue: Vedovi e vedove in Italia -Bibliografia
   

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