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Rimanere sole nell'età preindustriale - 1

Le autonomie Riconosciute

di Marina D’Amelia
(docente di Storia moderna, Università di Roma I La Sapienza)

Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page

Età. Contesti culturali, sociali e giuridici. Erano queste le varianti che caratterizzavano lo "status" vedovile del passato. Con il comune denominatore di esercitare il potere, tradizionalmente appannaggio maschile.

Condizione ambigua e complessa, la vedovanza include nelle società del passato, non diversamente da quanto si verifica ancora oggi, una gamma molto varia di esperienze di vita femminile e dove non solo l’età e la collocazione sociale delle donne ma anche i diversi contesti culturali, giuridici e sociali, in cui le donne rimaste vedove si trovano a vivere, assumono un’importanza decisiva.

Per capire quali elementi hanno agito in direzione di una valorizzazione dello status vedovile oppure, al contrario, hanno contribuito a fare della vedovanza una condizione penalizzante, è stato necessario attraversare vari scenari e interrogare un complesso altrettanto variegato di fonti: da quelle assai ricche, costituite dagli archivi familiari e notarili (che consentono di conoscere il ruolo svolto dalle madri vedove nelle crisi familiari e come si trasformino le relazioni dopo la morte del padre nei vari contesti sociali), a quelle giuridiche, essenziali per determinare gli ambiti di autonomia e di potere riconosciuti nei vari Paesi europei alle vedove, e, ancora, a quelle istituzionali ed economiche – si tratti degli statuti cittadini, delle ordinanze reali, delle risoluzioni adottate dai tribunali, dalle corporazioni o dalle confraternite – che ci restituiscono aspetti importanti dell’atteggiamento delle autorità, del mercato del lavoro, delle disponibilità di sussidi; delle modalità, insomma, con cui le diverse società hanno affrontato il problema dell’esistenza di un gran numero di nuclei familiari rappresentati da una madre vedova e dai suoi figli, e come ne hanno nel tempo definito i diritti e garantito la sopravvivenza.

Sin dal Medioevo, nei confronti delle vedove si attua una duplice politica: approntare dei meccanismi di difesa e di assistenza in grado di soccorrere le donne che hanno minori risorse oppure si trovano in conflitto con la famiglia e al contempo disincentivare tutte quelle forme di autonomia e di indipendenza delle vedove che rischiano di creare scandalo e sono ritenute non consone all’ordine simbolico che vuole la donna subordinata a un capofamiglia maschio.

Da un lato quindi l’esistenza di una rete ramificata di assistenza e di ricoveri per le vedove senza mezzi – una rete in continua crescita nel corso dell’età moderna almeno nelle principali città – e l’intervento di Tribunali delle vedove e di pupilli con l’incarico di dirimere tutti quei conflitti in cui le famiglie non riescono a trovare un accordo sui beni e sulla tutela degli orfani. Dall’altro, il rigore della legge che distingue le attività lecite da quelle illecite, precise regolamentazioni imposte dalle corporazioni per limitare le licenze concesse alle donne sole cui si affianca una pressione sociale capillare e diffusa, che rappresenta un potente elemento di condizionamento nei confronti dei comportamenti "più liberi".

L’unico elemento che accomuna donne che affrontano l’esistenza in condizioni molto diverse è rappresentato, come accennavo all’inizio, dall’assenza di condizione matrimoniale che contraddistingue il loro stato civile. Una condizione quest’ultima all’origine di quell’ambiguità simbolica che circonda nell’immaginario sociale la condizione della vedova. La donna senza marito ha infatti uno statuto sessuale ambiguo: la sua condizione la sottrae all’autorità maschile e le consente di esercitare poteri che sono in genere preclusi alle donne sposate, come quello di poter amministrare, se benestante, il patrimonio familiare e di esercitare la tutela sui figli (che è cosa diversa dall’esercizio della patria potestà).

Mentre la donna sposata, assimilata al minore, non può compiere alcun atto senza l’autorizzazione del marito, la vedova recupera almeno in parte la sua capacità giuridica, che le permette di disporre pienamente dei suoi beni, di venderli o di donarli e in alcuni casi anche di difendersi in tribunale, sia pur attraverso dei procuratori che la rappresentano.

Nel mondo medievale e moderno, a differenza del mondo romano, dove la designazione testamentaria della moglie tutrice da parte del marito non era ritenuta valida, a meno di un privilegio speciale concesso dall’imperatore, sono proprio le disposizioni lasciate dal marito a fornirci i contorni essenziali di quale sarà l’autonomia economica di cui godrà la vedova e quale forma assumerà la tutela materna.

Per società e culture dove a lungo l’identificazione delle donne è passata in via prioritaria per la denominazione di "moglie di" o di "figlia di", si tratta di un’autonomia non trascurabile. Da qui la convinzione diffusa tra molte storiche che lo stato vedovile, tra tutte le condizioni attraversate dall’esistenza femminile, sia, almeno in via ipotetica, il più autonomo dal punto di vista sociale e giuridico, il più vicino all’integrità civile della cittadinanza. Le mogli diventavano maggiorenni solo restando vedove, ha scritto ad esempio Diane Owen Hughes a proposito della condizione di vita delle vedove delle famiglie aristocratiche nella Genova medievale.

L'intensità di un abbraccio materno. Madri (1919) di K. Kollwitz. L'intensità di un abbraccio materno.
Madri (1919) di K. Kollwitz.

Detto questo, la diversità delle soluzioni esistenziali in cui si declina la condizione vedovile, la presenza di modelli comportamentali differenziati, a seconda degli strati sociali e dei diversi regimi matrimoniali che presidievano agli ideali domestici e, soprattutto, la diversificazione dei contesti giuridici che regolano tra Medioevo ed Età moderna i diritti della vedova nei vari Paesi europei, rendono priva di significato ogni ulteriore generalizzazione.

Differenze fra Nord e Sud

Un aspetto della diversificazione giuridica che caratterizza la condizione vedovile in Europa ha attirato l’attenzione comparativa delle studiose, per le conseguenze che ha avuto sulle opportunità di un secondo matrimonio e sul rapporto tra la madre e i figli all’indomani della morte del capofamiglia.

Nel nord dell’Europa, per esempio, in Inghilterra e in tutti i Paesi in cui vige il diritto consuetudinario, la donna vedova può pretendere, oltre alla dote, una quota anche della proprietà del marito, sia pure in proporzione variabile a seconda delle consuetudini vigenti nelle varie città (alla fine del Medioevo a Londra, ad esempio, questa quota equivale, secondo l’analisi di Barbara Hanawalt, a un terzo delle proprietà). Inoltre, se la vedova si risposa non è costretta a rinunciare alla tutela sui figli e può, anzi, portare con sé questo vitalizio.

Al contrario al Sud, in Francia e in Italia, nei Paesi in cui è il diritto romano a fornire il principale corpus di riferimenti normativi, la dote è l’unico bene di proprietà di una vedova, che non può essere erede dei beni del marito. Qui, diversamente da quanto avviene in Inghilterra, un secondo matrimonio annulla ogni autorità che la madre vedova può esercitare nell’ambito familiare, in primo luogo il diritto alla tutela dei figli che passa, a quel punto, sotto l’autorità di un parente della famiglia paterna.

Solo alla vedova, dunque, che rinuncia a risposarsi è possibile in Italia diventare tutrice dei figli e amministratrice dei beni della famiglia e solo in qualità di usufruttuaria la donna può gestire il patrimonio familiare, limitatamente al periodo in cui i figli sono nella minore età. Le accurate disposizioni lasciate nei testamenti dei mariti, dove rarissimi sono i casi in cui l’uomo consenta alla donna di mantenere la tutela anche in caso di seconde nozze, testimoniano l’applicazione di simili limitazioni.

Anche se il secondo matrimonio penalizza il legame tra la madre e i figli di primo letto, non mancano però esempi di donne che, pur perdendo il diritto alla tutela, hanno continuato a tenere in piedi i fili del rapporto con i figli di primo letto. È il caso, ad esempio, di Maddalena Nerli analizzato da Giulia Calvi oppure di Eugenia Maidalchini da chi scrive, vedove vissute rispettivamente nella Firenze e nella Roma del Seicento.

Due sono fondamentalmente i modelli con cui la nomina a tutrice si presenta nei testamenti dei mariti: il primo vede la madre nominata tutrice e unica amministratrice dei beni ereditari del marito per conto dei figli minori; il secondo prevede invece l’affidamento congiunto della tutela alla moglie e altri consanguinei, di solito i fratelli, e in molti casi anche alla madre dell’uomo. L’abitudine alla coabitazione tra parenti maschi, la prolungata comunanza dei beni ereditari, sia paterni che materni, che si riscontra nei ceti superiori in molte città italiane nell’età medievale e moderna – esemplare, da questo punto di vista, è il caso dell’aristocrazia veneziana, dove la consuetudine della "fraterna" obbliga il fratello sposato a convivere con i fratelli celibi – sono alla base di questo tipo di decisione, che rappresenta il più delle volte il riconoscimento di una situazione di fatto.

La tutela congiunta

Per molte delle tutele che vedono la madre condividere con altri parenti la responsabilità, ci si potrebbe chiedere quali possibilità ha la donna di far pesare la sua opinione e le sue volontà. Il ruolo e lo spazio che la madre può ritagliarsi in questi consigli variano, ne siamo certi, in rapporto al peso e all’importanza sociale goduta dalla donna.

Se in alcuni casi intuiamo che la vedova rappresenti un’interlocutrice attiva delle scelte della famiglia e una presenza non meno incidente degli altri tutori per quanto riguarda il futuro dei figli e le alleanze matrimoniali, in altri la partecipazione della madre, sebbene investita del ruolo di tutrice, dev’essere rimasta defilata e poco significativa.

Di certo un peso e un’influenza decisiva nella politica familiare e nel destino dei propri figli lo hanno avuto tutte quelle vedove dell’aristocrazia veneziana che, come mostrano gli studi di Chojnacki, mobilitano tutta la loro influenza e quella della famiglia in cui sono nate per sostenere le carriere politiche dei figli.

Non vi è dubbio che sia proprio questo tipo di tutela, in cui sono sia la madre che i fratelli del marito a tenere le fila del patrimonio e del futuro degli orfani, a offrire il fianco a potenziali conflitti e non rari sono gli interventi dei giudici del Tribunale dei pupilli chiamati a risanare i fallimenti di questi compromessi, in seguito a una richiesta avanzata dalle vedove stesse come ha mostrato Giulia Calvi nelle sue ricerche sulla Toscana Cinque settecentesca.

L’ambivalenza che caratterizza i rapporti fra i parenti del marito e una madre che è contemporaneamente il principale appoggio del patrimonio familiare, attraverso la sua dote, e il suo primo potenziale disgregatore, qualora decida di risposarsi – in questo caso la dote deve essere restituita alla donna –, fa sì che anche l’attribuzione di tutela congiunta alla moglie e alla madre dell’uomo, una tutela pertanto tutta femminile, che non implica pertanto la presenza di maschi della famiglia, non si presenti scevra di tensioni.

In teoria, ogni donna conservava, in caso di vedovanza, il diritto di rifugio nella propria famiglia d’origine; poteva altresì pretendere l’assistenza per lei e per i figli appellandosi a quanto previsto dai diversi statuti cittadini che normavano anche questo aspetto delle relazioni familiari.

Nella realtà non sempre i fratelli si mostravano generosi e accoglienti con una sorella vedova e non era infrequente che i testamenti dei padri contenessero precise clausole in merito ai comportamenti da tenere per le donne della famiglia vedove. Nel 1328, ad esempio, il veneziano Marco Mocenigo, dopo aver lasciato la residenza principale al figlio Andrea, ribadiva che se la figlia Cecilia «fosse restata vedova o non potesse rimanere con il marito» avesse diritto, «vita natural durante, alla sua camera nella casa, al focolare che è vicino a quella stanza con il letto corredato di coperta e biancheria e con quello un altro nella stessa stanza per la sua servitrice». Molti padri, aristocratici e no, continueranno anche in seguito, tra Cinquecento e Settecento, a provvedere nei loro testamenti all’eventuale vedovanza della moglie e delle figlie attraverso precise prescrizioni indirizzate agli eredi, ma il moltiplicarsi dei conflitti familiari portati davanti al giudice mostra come difficile e precaria potesse essere la solidarietà del sangue. In molti casi i secondi matrimoni hanno all’origine proprio questo tipo di rifiuti familiari e la necessità per la vedova di trovare un nuovo sostegno economico.

Segue: Le autonomie conosciute - 2
       

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