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Rimanere sole nell'età preindustriale - 2

Le autonomie Riconosciute

di Marina D’Amelia
(docente di Storia moderna, Università di Roma I La Sapienza)

Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page

Invadenze parentali

L’età in cui la donna resta vedova e l’appartenenza ai diversi ceti sociali rappresentano le due variabili più importanti per capire il destino a cui andrà incontro il legame madre e figli, dopo la scomparsa del padre. Più la donna è giovane più è probabile che la sua famiglia d’origine abbia interesse a rimaritarla, offrendo il fianco a quelle lamentazioni sulla madre crudele presenti in molti Libri di famiglia fiorentini del XV secolo analizzati da Christiane Klapisch Zuber. Lamentazioni come quelle famose di Giovanni Morelli enfatizzano probabilmente il fenomeno della portata dei secondi matrimoni per le donne che deve essere rimasto circoscritto alle donne più giovani e alle famiglie più abbienti.

Ogniqualvolta le analisi sui comportamenti tenuti dalle vedove possono appoggiarsi a quadri demografici accurati appare evidente il peso quantitativamente assai meno rilevante delle vedove capofamiglia rispetto ai vedovi. Soprattutto appare chiaro che in molte situazioni le prospettive di un secondo matrimonio siano diminuite drasticamente tra Cinque e Settecento, non esclusi Paesi come l’Inghilterra dove la legislazione favoriva, come si è detto, il passaggio dei beni del marito alla vedove.

Nei ceti aristocratici o tra le famiglie più ricche, dove il sistema della trasmissione dei beni e la perdita della tutela sui figli e sull’amministrazione del patrimonio scoraggiavano un secondo matrimonio, la vedovanza tende sempre più nell’epoca moderna a diventare uno stato permanente, finendo col favorire nelle donne più attive l’indipendenza e l’affrancamento attraverso il diritto di usufrutto delle proprietà. Con evidenti benefìci per la vita economica delle città: nel XIV secolo, ad esempio, sia a Montepellier che a Genova le vedove rappresentavano la classe di donne più attive nella vita commerciale.

Sarebbe ingenuo credere che l’autonomia e l’indipendenza economica della madre vedova andasse difesa solo dall’invadenza dei cognati o della famiglia del marito, che in nome dei superiori interessi familiari, ivi compreso quello dei figli, limitano i diritti della donna, a cominciare dalla restituzione della dote. Una minaccia non meno grave per il futuro della donna è rappresentata dai comportamenti che avranno i figli, allorché, raggiunta la maggior età, potranno disporre del patrimonio.

Al fine di evitare in futuro tensioni tra madre e figli non mancano esempi di dettagliate istruzioni nei testamenti degli uomini destinate agli eredi per quanto riguarda il futuro sostentamento della vedova, così come numerosi sono nell’Età moderna gli accordi fatti davanti al notaio tra una madre tutrice e i suoi figli per definire i rispettivi diritti. Il moralista Michel De Montaigne sapeva bene di che cosa parlava quando, perorando la causa della tutela alla madre, osservava come fosse necessario non far dipendere le condizioni di vita della madre dalla discrezionalità dell’affetto dei figli 1 .

La consapevolezza di diventare, con il sopraggiungere della maturità dei figli, un’ospite indesiderata, se non un peso, spingeva non poche donne a cercare una soluzione di vita autonoma dalla famiglia per la vecchiaia: venuta meno, all’indomani della Controriforma, l’alternativa di trovare rifugio presso qualche convento – soluzione molto diffusa nel Medioevo soprattutto tra le donne più devote –, a causa della regolamentazione più severa introdotta sulla presenza dei laici, si moltiplicano nelle principali città le coabitazioni tra donne sole; parallelamente aumenta la domanda di sussidi rivolta alle istituzioni benefiche che destinano alle vedove e alle ragazze povere, sotto forma di contributi per le doti, gran parte dell’impegno finanziario.

Custode provvisoria dei beni, sotto la continua minaccia di perdere la tutela sui figli se si risposa, la libertà della vedova è presente anche nei casi in cui le condizioni familiari rendevano la donna padrona di denaro e di beni, come si può capire il più delle volte relativa e sottoposta a vincoli di vario genere. Salvo alcuni destini eccezionali, dove la vedovanza viene vissuta con un forte impegno di progettualità, lontano da ogni forma di ripiegamento rinunciatario e animato da una superiore visione dell’impegno religioso.

È il caso della baronessa di Chantal, rimasta vedova nel 1602 all’età di ventotto anni, legata da un’amicizia spirituale a san Francesco di Sales, che dedicò la sua vita alla creazione di un nuovo modello di comunità religiosa, le case della Visitazione, che potesse costituire un rifugio e un luogo di ritiro per molte donne che, pur continuando a vivere nel mondo, volessero coniugare vita attiva e contemplativa. È anche il caso di Marie Guyart, figlia di fornai di Tours, la cui opera missionaria, espletata come Maria dell’Incarnazione nel Canada popolato dalle popolazioni di Uroni e di Irochesi, è stata narrata da Natalie Zemon Davis.

In un mondo in cui il sistema di valori penalizzava l’indipendenza femminile e la sottoponeva a stretti controlli, anche la vedova che apparteneva ai ceti artigiani o commerciali doveva tener conto di alcune limitazioni se decideva di continuare l’attività del marito. Come mostrano le numerosissime transazioni fatte davanti al notaio, molte vedove avevano effettivamente optato per questa soluzione. Prima o poi però erano costrette a rinunciare alla loro indipendenza oppure a scegliersi un secondo marito come nuovo partner economico.

Infatti, le corporazioni di mestiere, arbitre nelle città comunali delle licenze, cominciarono, a partire dal Cinquecento, a porre barriere alla possibilità per la donna sola di esercitare un mestiere in proprio subentrando al marito: ponendo ad esempio precisi limiti temporali (uno o due anni oppure in altri casi a soli pochi mesi) oppure riducendo il numero di apprendisti che una donna può impiegare. Trascorso tale periodo o trasgredendo le regole, la vedova perde ogni diritto alla licenza oppure è costretta a passare a un uomo (figlio o secondo marito, appunto) la titolarità dell’impresa. Se non erano giovani, e soprattutto se erano cariche di figli, la possibilità di risposarsi era minima. A meno di non abbandonare i figli a uno dei numerosi istituti di ricovero per l’infanzia sorti in molte città italiane grazie alla generosità della carità privata e pubblica. Un fenomeno, quest’ultimo, che è stato in non pochi casi documentato.

Pregiudizi letterari

Nonostante le molte ombre le difficoltà che hanno caratterizzato nella realtà delle società preindustriali l’esistenza delle vedove, la grande letteratura cinque e secentesca non ha certo trattato questa condizione con mano leggera. Dalla più famosa tra le vedove shakespeariana, la Gertrude, il cui secondo matrimonio è alle origini del dramma di Amleto, alle giovani vedove frivole che popolano le commedie di Molière, il ritratto che artisti e letterati fanno di una condizione assai diffusa nelle società preindustriali non è certo estimativo: il più delle volte si tratta di donne descritte come infedeli, frivole, ingrate, scialacquone, smaniose di rimaritarsi con il primo venuto. Per ispirare qualche moto di comprensione è necessario che la vedova sia vecchia oppure carica di bambini.

Lo scherno popolare si associa ai pregiudizi letterari nella condanna di comportamenti delle vedove. Nelle campagne e nei piccoli paesi, in quei mondi dove ciascuno è sotto lo sguardo degli altri, la condotta delle vedove è sorvegliata in modo particolare e i movimenti e le frequentazioni delle donne che hanno perso il marito sono l’oggetto di commenti raramente benevoli. Un secondo matrimonio non è mai ben visto, soprattutto quando tra la donna e il nuovo sposo vi è una differenza di età: da qui schiamazzi di ogni sorta, canzoni ironiche, scherzi feroci. Nonostante i divieti delle autorità e le proibizioni della Chiesa, queste pratiche di derisione collettiva – che colpiscono anche i vedovi sebbene in modo meno severo – si sono perpetuati ben oltre l’Età moderna, manifestandosi ancora all’inizio del XX secolo.

La diffidenza e l’ostilità della società verso la vedova, che le testimonianze letterarie e i costumi popolari ci restituiscono, hanno una ragione precisa: sono la risposta all’autonomia e all’indipendenza giuridica di cui la vedova può godere, non essendo più soggetta all’autorità del marito. Lungi dall’accettare la nuova autonomia che la vedovanza apre alla donna, la commedia o la tragedia si accaniscono contro la libertà della vedova, la denigrano e ne sottolineano solo gli aspetti riprovevoli.

Nel mondo europeo industrializzato la figura sociale della vedova va scomparendo. Non è così in altre parti del mondo, dove non solo le vedove continuano a costituire una percentuale importante della popolazione femminile adulta, ma anche i nuclei familiari rappresentati dalle donne capofamiglia con figli piccoli continuano a offrire abbondante materia per gli interventi assistenziali dei governi e delle autorità. È il caso dell’Africa, dove di recente il destino delle vedove costituisce oggetto di analisi anche da parte degli antropologi, dopo che per molti anni la condizione di queste donne era stata trascurata.

Marina D’Amelia

Segue: Le autonomie conosciute - Bibliografia
       

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