Famiglia Oggi - Home Page

MATERIALI & APPUNTI

Silenti testimoni di fede
Spiritualità familiare anche per chi è solo

di Clotilde Punzo

       

Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page Nel Napoletano, una coppia di animatori parrocchiali ha intuito il valore delle vedove che, numerose, frequentano le funzioni. In tal modo le donne, riunite in gruppi pastorali, hanno trovato utile conforto alla loro solitudine.

Si chiamano Assunta, Giuseppa, Lina e l’elenco potrebbe continuare. Sono le vedove di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, una delle parrocchie più attive dell’intera diocesi di Napoli. Il 10 giugno scorso hanno concluso un cammino comune di spiritualità con un pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo presso il convento di Padre Pio. Ci sono le foto che ritraggono i volti sorridenti mentre si stringono in semicerchio davanti all’obiettivo insieme a Gianna e Lello Trocèlo, animatori del gruppo e pionieri della pastorale familiare in quella frazione di provincia, quando la parrocchia ancora non esisteva e ci si riuniva in alcuni locali messi a disposizione dal costruttore della chiesa.

La loro storia di cristiani impegnati comincia con i gruppi di spiritualità familiare a Ponticelli, quartiere problematico dell’est partenopeo, e continua in altri luoghi dell’area vesuviana. Siamo in zona Arpino di Casoria, quasi ai margini della città e della provincia di Napoli. Zona più o meno tranquilla, raggiunta dal trasporto pubblico cittadino e dalla linea ferroviaria della Circumvesuviana; ambiente sociale misto, dove la Chiesa è ancora un punto forte di aggregazione e di animazione territoriale in quanto luogo di riferimento spirituale e realtà itinerante con gruppi di preghiera, di catechesi e di attività pastorale che si riuniscono sia negli ambienti della parrocchia, che nelle case, nei condomìni nei parchi.

Diecimila fedeli, quasi cinquecento i collaboratori se per collaboratori intendiamo non soltanto i responsabili e gli animatori dei gruppi di spiritualità o di servizio pastorale, «ma anche», come dice Lello Trocèlo, accolito in attesa di essere ordinato diacono, «chi con la macchina accompagna la vecchietta a riscuotere la pensione, o chi porta da mangiare ai barboni alla stazione il venerdì o chi ancora si offre, essendo idraulico, di aggiustare a qualcuno il rubinetto».

Il "Gruppo di spiritualità vedovile" è l’ultima iniziativa in ordine di tempo nata nella parrocchia frutto di «venticinque anni di semina», di una comunione di intenti, di tre volontà che si sono incrociate nel medesimo istante: quella del parroco, padre Giuseppe Miano, del viceparroco, don Diego De Rosa, guida spirituale del gruppo, e dello stesso Trocèlo. Ed è proprio quest’ultimo che, ripercorrendo la sua storia, racconta l’inizio di questo nuovo cammino ricco di una fede gioiosa.

Tutto comincia con un inaspettato prepensionamento. Lello Trocèlo ha così più tempo per dedicarsi all’attività di apostolato. Partecipa alla messa tutte le sere. «Per esigenze personali», dice, «e per rendere un servizio all’altare e alla parrocchia». Un momento particolare di vita in cui egli avverte il bisogno di tornare alle origini e alle motivazioni della propria vita di fede. Sera dopo sera, Lello Trocèlo si rende conto della presenza costante, quotidiana e discreta, di un gruppo di donne, perlopiù anziane, alla messa vespertina; donne «fedelissime come i carabinieri», immancabili nonostante le perturbazioni del tempo atmosferico.

Ed è proprio guardando quelle donne che egli torna indietro nel tempo, a quando la mamma lo portava al "mese di maggio", alla liturgia delle quaranta ore, a quando arrivava la missione popolare, e si sente invaso da un profondo senso di gratitudine per quelle testimoni preziose, per quelle donne che sono garanti, magari anche a loro stessa insaputa, di un processo di trasmissione generazionale di un patrimonio di valori e di fede. Donne che parlano soltanto con la loro testimonianza.

Poi la pausa estiva e di nuovo il ritorno a casa, in parrocchia. Quelle donne le ritrova ancora lì e nota il confronto tra la sua abbronzatura e la loro pelle bianca. Diventa a quel punto impellente fare qualcosa. Ne parla a padre Giuseppe, il parroco, e a don Diego si unisce ai due con la medesima ansia. Si comincia, così, con gli avvisi sull’altare ad ogni fine messa: un mese di annunci, di inviti a lasciare in sacrestia il proprio nome e a diffondere la voce perché altri interessati aderiscano.

Adesioni spontanee

Un primo censimento e sulla carta vengono raccolti quindici nomi. Sono tutte donne (età media 60 anni, con un minimo di 35 anni ed una punta di 87). L’unico uomo, pur desiderando di partecipare, si lascia frenare dal fatto di essere solo in un gruppo femminile. Si arriva al giorno del primo incontro, il 12 novembre 1996, che ha essenzialmente il valore di un primo momento di conoscenza, soprattutto di chiarimento circa le intenzioni, le proposte, gli obiettivi. Innanzitutto una grossa confessione. «Ho esordito», tiene a sottolineare Lello Trocèlo, «chiedendo scusa per quello che noi, pur avendo avuto tanto da loro, non avevamo mai fatto. Vogliamo stare insieme – questo abbiamo semplicemente detto – pregare insieme, fare un cammino spirituale insieme così come avviene per tanti altri gruppi in parrocchia».

Le adesioni sono state spontanee, esprimono il bisogno reale di attenzione, di affetto, da parte di chi, non per sua colpa, si sente talvolta ai margini della cosiddetta normalità delle persone sposate.

Sollecitate, le vedove hanno fatto proposte, dato suggerimenti e così si è giunti ad un nuovo appuntamento in cui, sulla base di una relazione preparata da don Diego, la riflessione e stata posta su alcuni passi delle Sacre Scritture dove la vedovanza è in primo piano al fine di comprendere il valore e il significato di quello stato. Sarà successivamente padre Giuseppe a svolgere una catechesi pratica sulla condizione umana e sociale della vedova, sul dolore e sulla solitudine, sulla necessità per questo di aiutarsi con la preghiera, di stare vicino alla messa e di vivere i sacramenti. Un argomento, quello della solitudine, al quale, con il prossimo anno, sarà dedicato maggiore spazio, magari con l’aiuto di qualche esperto.

Non sono mancati i momenti forti come la celebrazione eucaristica del 19 marzo a suffragio di tutti i coniugi scomparsi i cui nomi sono stati indicati accanto a quello delle mogli su un elenco distribuito per l’occasione ai presenti e ripetuti, uno per uno, durante la messa. Un evento che ha destato profonda commozione e in seguito al quale è aumentato il numero delle adesioni (da 15 a 35 secondo un’ultima stima).

L’incontro di catechesi spirituale ha, poi, posto l’attenzione su episodi del Vangelo, in particolare quello della vedova di Nain e della suocera di Pietro. «Qui sono stato provocatorio», sorride Lello Trocèlo, «ho chiesto loro, dopo aver letto l’episodio evangelico della suocera di Pietro, quando avevano sentito la presenza di Gesù nelle loro case, quando, cioè, avevano sentito che Gesù era andato a fare loro visita». È stato il primo momento in cui si sono raccontate: la condizione vedovile di ognuna è emersa con tutto il suo carico di sofferenza e di disagio.

Sono emerse storie di donne sulle quali improvvisamente è caduto il peso di un’intera famiglia, l’organizzazione di una casa, la responsabilità educativa dei figli, la gestione di una vita quotidiana fino a quel momento pensata in due; storie di allontanamenti da Dio, di ripudi ma anche di grandi ritorni, storie di chi, riacquistando forza e fiducia, ha ripreso le redini della propria esistenza per il bene dei figli e per il proprio.

Un progetto più ampio

Gli incontri, inizialmente mensili – il secondo martedì del mese –, sono diventati quindicinali quando Gianna e Lello si sono accorti che quelle donne non familiarizzavano tra loro, che mantenevano alterate le distanze mentre invece avrebbero potuto vivere momenti di reciproca fraternità e amicizia. Si è pensato di intensificare le frequentazioni e, finalmente, accanto all’incontro vero e proprio sono diventati appuntamenti fissi anche giornate di libera conversazione, di scambio di esperienze, di organizzazione di feste in cui ognuna è parte imprescindibile.

Lello Trocèlo ha, comunque, in animo per il prossimo anno, un programma che prevede anche momenti di raccordo con un gruppo di Bologna che già da anni vive la stessa esperienza comunitaria. Egli pensa già da tempo ad un progetto più ampio. «Per me», puntualizza, «la vedova è parte integrante della pastorale familiare. Per questo deve partecipare ai gruppi di spiritualità familiare. Fare una pastorale incrociata, questo è il mio desiderio per il prossimo futuro. Molti coniugi ancora non sanno che esiste una vocazione matrimoniale. La vedova può, in questo senso, aiutarli a scoprire la vocazione al sacramento del matrimonio, che non finisce con la vedovanza, ma continua. Per questo lo stato vedovile è una particolare vocazione all’interno della Chiesa».

Siamo a Napoli e sappiamo quanto la città sia legata al suo santo protettore, san Gennaro, il santo del miracolo del sangue. Sappiamo anche quanto la vicenda terrena di questo martire sia intrisa di storia, di tradizione, di leggende. E secondo la leggenda fu una vedova napoletana, che viveva allora a Pozzuoli per motivi di salute, a raccogliere in due ampolline il sangue del martire, decapitato nella cittadina flegrea durante le persecuzioni di Diocleziano. Si deve, dunque, all’amore di una vedova quel miracolo che ancora affascina e fa discutere.

Clotilde Punzo
             

Famiglia Oggi - Home Page
Periodici San Paolo - Home page
Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1997 - Home Page