Periodici San Paolo - Home page

ELIMINARE RIFIUTI E BARRIERE (1)

Con i piedi impolverati

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(pedagogisti)
        

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1998 - Home Page La metafora dello smaltimento è applicabile a molte situazioni esistenziali. Dalla discarica al sistema differenziato passano situazioni individuali e compiti comunitari. Fino allo stupore per il cammino compiuto.

Vita consacrata e vita familiare: queste due importanti modalità di spendere la propria vita al servizio della società sono state prevalentemente osservate sia nella letteratura pastoral-teologica sia in quella psicologica separatamente; solo recentemente (anche grazie a un nuovo impulso dato alla pastorale familiare dalla Cei) ci si accorge dell’utilità di andare al di là delle loro macroscopiche differenze e di riconoscere analogie e consonanze che non possono che arricchire entrambe. Noi vorremmo mettere qui in luce una linea di lettura che sottolinea una tra le possibili analogie.

Più concretamente, ci mettiamo dal punto di vista di come ambedue le situazioni esistenziali, quella consacrata e quella familiare, si trovino di fronte ai nodi relazionali, alle attese deluse, alle difficoltà del vivere "qui e ora" la concretezza della vita. Anzitutto, analizziamo due casi concreti di nodo relazionale nella vita familiare e in quella consacrata e, servendoci della metafora dello "smaltimento dei rifiuti", ci accostiamo a modalità comuni di farvi fronte, tentando di discernere tra quelle che portano a un maggior malessere e quelle che pongono invece in essere alcune risorse perché il nodo relazionale si possa sciogliere.

Dietro la metafora "produzione dei rifiuti" sta la realtà di tutta quella serie di intoppi che sono in qualche modo connaturali al quotidiano scorrere della vita di relazione: la delusione, il dubbio, il risentimento, la paura, la fuga.

Eccoci di fronte a una coppia che ha teorizzato la propria situazione come insostenibile: «Ormai non ci amiamo più!». Sembra essere l’unico punto di convergenza, in un vissuto disperante. Lei: «Lui non lo dice, ma in fondo è d’accordo con i suoi che mi odiano e mi disprezzano. Quando andiamo da sua madre, lei non fa altro che spiegarmi come "noi piemontesi..., noi in cucina..., noi con i bambini...", e per conseguenza a qualsiasi cosa io proponga, "loro" storcono il naso. Oh... con molta cortesia, ma per loro basta che uno sia nato a Roma... per essere inferiorizzato..., "per essere uno che parla, parla, ma...". Io sono proprio stufa...». Lui: «Ma tu dai miei non vuoi mai venire! Nemmeno quando ci si trova con tutta la parentela. Per non farti fare sempre e solo la figura della guastafeste, io ti ho proposto mille volte di lasciare andare me con il bambino, ma tu dici: "Non sono mica matta! Mio figlio non lo lascio certamente in mano ad altri!"». Lei: «Certo, anche quando siamo da soli tu non mi rispetti, figuriamoci che cura avresti del bambino. E del resto tu, negalo se hai il coraggio, che fai il gentile con tutti, dopo il parto hai preteso dei rapporti prima dei quaranta giorni e io ho perso sangue!». Lui: «Non è vero che li ho... pretesi...; dopo dispiaceva anche a me... In ogni caso rispetto alle figure che mi fai fare tu con tutti... Lìtighi con i vicini di casa, e perfino con il postino... e poi pretendi che io ti difenda».

Storie diverse, problemi comuni

Lucia e Riccardo nel giro di poche altre battute allargano il conflitto in modo da giustificare la propria diagnosi: «Ormai... da questo, da quest’altro e da quell’altro ho capito...»; la situazione di disagio è vista come conseguenza della mancanza di amore da parte dell’altro. Si dà così per acquisito il divario tra le attese di prima del matrimonio e il presente di sei anni dopo, che conferma, ai loro occhi, l’ipotesi della fine di un amore in cui avevano investito molto.

Anche un giovane frate crede d’essere arrivato al capolinea. «Forse non dovevo farmi frate! In questo convento in cui sono da due anni mi sento soffocare. In effetti, ho chiesto io al superiore d’essere mandato lì perché volevo tirarmi fuori da tutte le beghe della situazione precedente e volevo verificarmi. Ma i due frati con cui vivo sono una cosa impossibile: uno è – lo dicono tutti – una persona molto povera, legata ai suoi ritmi e alle sue meschine abitudini. L’altro ha l’insegnamento di religione in una scuola superiore e poi una comunità di famiglie che segue: due attività che svolge nella cittadina vicina e a cui pensa sempre, anche nei rari momenti in cui è in casa. Ti chiede: "Come stai oggi?" con aria gioviale e tu pensi: "Forse possiamo fare un progetto..., forse si è accorto di quello che faccio!". Ma non appena cominci a rispondergli, gli squilla il telefonino ed è già altrove!».

Suo padre avrebbe voluto che, dopo il liceo, facesse medicina; invece padre Ludovico aveva abbandonato gli studi al secondo anno di università per farsi frate. Ma ora pensa che la sua sia stata una pura testardaggine con cui affermare la propria autonomia. Anche al superiore provinciale, che l’ha mandato in quel convento, ha naturalmente molte cose da rimproverare; era lui che l’aveva seguito nei primi anni della vocazione, ma ora «non mi ascolta più come una volta! E allora io vado da lui solo quando voglio ottenere qualcosa che il superiore della casa non mi concede».

Tutti e tre – Lucia, Riccardo e padre Ludovico – credono ormai d’aver sbagliato famiglia o, meglio, che la famiglia in cui vivono, e per la quale hanno abbandonato il padre e la madre, non li ami più, non li stimi e li apprezzi più. La verità è – ci direbbe ciascuno – che ho sbagliato vocazione! Io per la vita farei di tutto, ma davanti alla morte non si può più fare niente.

La casa comune di molte coppie che pensano di lasciarsi è piena di immondizie non trattate e diventa invivibile e irriconoscibile, come una città che prima fosse immersa nel verde e poi si trovasse immersa nei rifiuti. Per usare ancora un’immagine: le coppie che pensano di lasciarsi, a volte hanno, contrariamente al loro immaginario, "il cuore" che funziona benissimo. Sono invece i loro reni che non hanno imparato a eliminare le tossine, che non riescono a metabolizzare il disagio e che pertanto lo moltiplicano e lo fissano (1) .

Le comunicazioni (o "le non-comunicazioni", come ciascuno tende a dire cercando di bypassare la prima regola della Pragmatica della comunicazione di Watzlawick) che ciascuno intrattiene nella nuova famiglia, quella per cui hanno lasciato la famiglia d’origine, quella su cui hanno investito la loro vita, sono fonti di rifiuti tossici che agiscono nella relazione circolare sia della coppia sia della comunità di confratelli.

Tossine e scorie derivano anche (ma non solo) dalla modalità con cui le storie pregresse avevano allenato ciascuno a leggere la relazione in corso con un iper-investimento gratificante: che gratificava soprattutto il proprio sogno narcisistico di automaturazione. Nello stesso tempo però poneva le premesse perché tale sogno non si potesse avverare: «Tu marito, tu moglie, tu nuova famiglia religiosa mi preserverete, mi aiuterete, mi farete crescere con gioia e io vi sarò tanto riconoscente!». Da questo sistema era scaturito un insieme di "attese" vive nell’immaginario di ciascuno nell’accostarsi alla nuova famiglia, e tanto più potentemente quanto nascostamente presenti nel suo comportamento.

La separazione coniugale dei propri genitori aveva spinto Lucia a sognare una nuova famiglia che la distaccasse da quella di origine e nello stesso tempo la ripagasse con un nuova famiglia d’origine "acquisita" che aveva immaginato – mi avevano fatto credere! – perfetta. Un circolo consolatorio che puntava sull’eliminazione delle angosce del passato attraverso l’uso di una bacchetta magica: il matrimonio con Riccardo. Il fatto che poi il rapporto con Riccardo non si presentasse, nemmeno ai tempi del fidanzamento, come rose e fiori, invece di portarla a una valutazione realistica, l’aveva condotta a un’autoesaltazione onnipotente: lei avrebbe fatto fiorire quelle difficoltà su cui la mamma si era arenata, lei avrebbe cambiato quell’uomo che la mamma non era riuscita a cambiare ("quell’uomo" era: il futuro marito e l’imprendibile padre del suo passato).

Il trascinatore disilluso

L'attesa di Riccardo di uscire dal ruolo di braccio destro della madre con un matrimonio che gli permettesse di dirle contemporaneamente: «Io resterò sempre il tuo bambino. Non vedi? Mi stacco da te perché così si deve, ma non perché io voglio!».

L’attesa di padre Ludovico di realizzare a 180 gradi quella spinta missionaria che in famiglia la mamma aveva sempre portato avanti con una dedizione agli altri che non poteva non essere apprezzata, dal marito innanzi tutto e poi dal parentado e poi dall’intera parrocchia. Lui avrebbe fatto ancora meglio! E già i primi contatti che aveva avuto con il mondo giovanile, durante gli anni della sua formazione, gli avevano fatto "intuire" le sue doti di trascinatore: e se qualche piccola cosa non era andata per il verso giusto era semplicemente – pensava – perché lui non aveva ancora il potere di organizzare le cose, non era ancora presbitero. Era chiaro che, il giorno in cui l’ordine avesse visto i suoi successi e le sue doti, tutto sarebbe filato liscio... Sullo sfondo di queste attese rimaneva però la profezia che contenevano le parole di papà, il quale aveva definito la sua una "infatuazione religiosa". Inoltre il suo "tradimento" del padre, perché lasciava a metà la medicina per continuare la "missione" materna, gli appariva come mancanza di vocazione. Ma ora di fronte ad alcune iniziative non brillanti, che mettevano in crisi le sue attese narcisistiche, non poteva accusare nessuno. Ora che poteva organizzare lui, proprio ora la sua grinta missionaria mostrava delle crepe insopportabili. Anche il comportamento dei confratelli a suo parere gli diceva che l’ordine non lo apprezzava più, che ormai lì sarebbe stato un peso, a sé e agli altri.

Padre Ludovico e la coppia Lucia e Riccardo si rendevano ora ben conto del disagio; ma uno dei tentativi di smaltimento dei rifiuti che, in varia misura e in vario modo, tutti avevano provato a fare era stata la negazione del problema.

Ciascun umano deve salvare la propria immagine e la propria capacità di scegliere. Lucia doveva pur sostenere la propria scelta di Riccardo contro le profezie della madre che le aveva sempre detto quanto gli uomini fossero inaffidabili. Riccardo a sua volta era un vero specialista del «non è successo niente! Basta non pensarci, che tutto passerà!».

Fra’ Ludovico aveva alle spalle un allenamento ancora migliore: molto spesso da piccolo gli era capitato di sentire aria di burrasca. La mamma non riusciva a coinvolgere il papà nelle sue azioni missionarie: lui le opponeva un’ostinata lettura del giornale. Lei sosteneva la necessità di coinvolgersi e parlarne, lui attraversava la collera montante di lei dicendo da dietro il giornale: «Sì, cara, hai ragione..., ma sì, fa’ quello che vuoi..., anch’io sono d’accordo».

Quando Ludovico chiedeva alla mamma: «Ma perché sei arrabbiata con papà?», la madre era sempre pronta a rispondere: «Arrabbiata? Ma che cosa ti viene in mente! La nostra famiglia non è come quella della zia: li senti, no, quando sono arrabbiati, che sembra crolli la casa!». Allora Ludovico provava una grande confusione: l’aria tesa che sentiva c’era veramente? O era lui che non capiva nemmeno la differenza tra le urla infinite degli zii e la pace di casa sua?

Segue: Con i piedi impolverati - 2

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1998 - Home Page