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CONSACRATI E SPOSATI A CONFRONTO  (1)

Superare il linguaggio cifrato

di Giordano Muraro
(docente di Teologia morale, Angelicum, Roma)
        

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1998 - Home Page Due le categorie, unica la fede. Le strade paiono parallele, ma nella medesima comunità ecclesiale. Che cosa li divide? Soprattutto, che cosa li unisce? Lo scambio vicendevole alleggerisce le asprezze della vita. Come renderlo efficace e duraturo.
La comunicazione fra le persone presuppone la volontà d’essere con e per l’altra, a partire da un’iniziale consonanza fra due diversità. La vita di relazione che ne sgorga non è mera fotocopia ma conoscenza e capacità di paziente dialogo.

Persone sposate e persone consacrate. Due categorie di cristiani non solo distinte, ma divise e separate. Vivono la stessa fede, hanno le stesse convinzioni, sono guidate dagli insegnamenti dello stesso Maestro, camminano nella stessa comunità ecclesiale, tendono allo stesso fine, eppure sembrano separate da una grande lontananza; o, meglio, camminano fianco a fianco, ma divise da un diaframma che attutisce voci e azioni e rende gli uni fantasmi per gli altri. Ognuno dei due elabora un linguaggio cifrato fatto di parole, gesti, comportamenti che però resta incomprensibile all’altro. Due percorsi paralleli che rimandano il loro incontro al momento in cui tutti si ritroveranno uniti nella stessa mèta, Dio.

Per anni si è chiesto che questi fedeli si incontrassero sulle stesse vie, parlassero lo stesso linguaggio, affrontassero insieme gli stessi problemi. Perché mai – si diceva – la distinzione deve diventare una separazione? Perché far esistere una doppia corsia, quella preferenziale per i consacrati e quella comune per gli sposati?

Nel recente passato, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, molti consacrati hanno pensato che fosse giunto il tempo per accogliere la richiesta di inserirsi maggiormente nella vita degli altri fratelli. «Come capire la gente se non si vive la loro vita?». Non è forse lo stesso Maestro che ha insegnato l’incarnazione, cioè partire dalla stessa condizione di vita? «Allora perché chiudersi nei conventi e vivere una vita diversa da quella dei fratelli?». La soluzione sembrava ovvia: adottare uno stile di vita più simile a quello della gente comune per rendere più comprensibile la propria vita ed entrare così in dialogo con gli altri cristiani. L’obiettivo sembrava chiaro, ma non era altrettanto chiara la via per raggiungerlo. Si doveva forse abolire ogni elemento di distinzione, l’abito, la clausura, certe forme di comportamento, di linguaggio, di gesti, e adottare una forma di vita più "secolare"? Si dovevano lasciare gli ambienti protetti, i chiostri, la cella, il silenzio, le pratiche monastiche, le osservanze regolari, e vivere in alloggi come tutti, abbracciando le condizioni di vita delle classi più disagiate e più esposte ai colpi della vita? Si doveva abbandonare la vita religiosa per vivere la stessa vita delle persone sposate? I tentativi per giungere a una maggiore comunione sono stati molti, e non tutti riusciti. In certi casi sono falliti, perché si sono cercate soluzioni nuove con mentalità vecchia. La mentalità vecchia si esprimeva in particolar modo in due forme: nel ritenere che la diversità sia causa di incomunicabilità (per cui per dialogare è indispensabile abolire le differenze), e nel pensare che la Chiesa sia una comunità in cui i consacrati sono i perfetti che devono solo dare senza nulla ricevere da coloro che vivono nel matrimonio. Ancora oggi, questi due errori sono all’origine di grandi ambiguità nei rapporti tra i fedeli.

È molto diffusa l’idea che la comunicazione è possibile solo tra uguali, mentre la diversità produce incomunicabilità. Per cui quando si vuole creare comunicazione si pensa che la prima cosa da fare sia quella di eliminare progressivamente le differenze. Questa idea è presente già nella prima forma di vita comune, la vita di coppia, dove ognuno dei due si sforza di portare l’altro al proprio modo di pensare e di vivere (rifare l’altro a propria immagine); e continua nella vita di famiglia, dove i genitori cercano di annullare le differenze chiedendo ai figli di adottare il loro modo di pensare e di vivere, o sforzandosi di diventare come i figli adottando il loro modo di vivere e aspirando a diventare "amici" dei propri figli. Ma avviene in modo ancora più marcato nelle relazioni sociali, dove il diverso è emarginato perché la diversità è considerata non solo fonte di incomprensione e di incomunicabilità, ma un pericolo dal quale difendersi.

La comunicazione non presuppone l’uguaglianza. Presuppone la volontà d’essere con l’altro e per l’altro, a partire dall’iniziale consonanza di due diversi, per giungere a una forma nuova di vita in cui nessuno dei due diventa la fotocopia dell’altro, ma entrambi acquisiscono un modo nuovo di essere e di vivere, per l’influsso esercitato nella propria vita dalla vita dell’altro. Il dialogo non richiede l’eliminazione di ciò che distingue, ma richiede la pazienza di capire, rispettare e vivere la differenza, considerata come una ricchezza e non come un impoverimento di vita.

Per questo il dialogo tra consacrati e sposati non passa attraverso l’eliminazione di ciò che forma la peculiarità di vita del consacrato per adottare una forma di vita simile a quella della gente comune; o dello sposato per adottare una forma di vita simile a quella religiosa. Ma passa attraverso le tappe che sono suggerite dalle stesse leggi della natura umana e sono confermate in modo esemplare dal Cristo, che ha assunto la nostra natura non rinnegando la propria. Comprende tre momenti: capire la vita dell’altro; accoglierla e condividerla lasciandosi permeare dai valori contenuti nella diversità; camminare insieme accogliendo e vivendo l’influsso che l’altro con la sua diversità influisce nella propria vita.

Per stabilire un dialogo tra di loro, i consacrati e gli sposati partono dalla convinzione che stanno camminando tutti verso lo stesso obiettivo, Dio, anche se per vie diverse. In questo cammino si guardano e si interrogano per capire i motivi e i modi che formano la diversità del cammino e che sono una ricchezza di vita per il Corpo mistico. Quindi cercano di capire che cosa possono trarre di insegnamento per la propria vita, lasciandosi edificare dalla vita dell’altro, per rendere più vero e più sicuro il cammino verso Dio.

Ammirazione non appropriata

Un’altra falsa idea molto diffusa è che la vita del consacrato sia una vita perfetta. Si confonde lo stato di perfezione (cioè una vita organizzata in modo da vivere la comunione con Dio il più attualmente possibile, eliminando tutto ciò che potrebbe distrarre da questa comunione) con la perfezione (cioè lo stato di chi ha raggiunto la pienezza della vita nella piena comunione con Dio). Per cui la persona consacrata viene circondata da un’aureola di ammirazione e di venerazione che falsa la sua persona e soprattutto falsa la relazione che si stabilisce con lei. Infatti, da questa confusione nasce la falsa idea che le persone consacrate vivano una vita superiore che le innalza a un livello in cui le persone sposate non hanno nulla da insegnare, ma tutto da imparare: un rapporto simile a quello che si stabilisce tra maestro e discepolo.

Vignetta.

Si dimentica che la persona consacrata si trova nella stessa situazione di quella sposata. Entrambi sono degli imperfetti che stanno percorrendo un cammino di perfezione, con tutte le difficoltà che nascono da una natura ferita dal peccato e da una cultura che pretende di fare a meno di Dio. La peculiarità consiste nel fatto che il consacrato sfoltisce la sua vita da tutte quelle esperienze che possono rendere meno attuale il pensiero e l’amore di Dio; mentre lo sposato sceglie Dio passando attraverso la complessità delle cose create e delle esperienze umane. Nessuno dei due è perfetto, ma tutti e due stanno camminando verso Dio e possono raccontare l’uno all’altro le fatiche e le meraviglie di questo cammino, esortandosi e sostenendosi a vicenda.

La separazione tra consacrati e sposati viene alimentata anche da quella falsa concezione che presenta la Chiesa come una comunità divisa tra i salvatori, che impegnano tutta la loro vita nelle opere apostoliche e caritative, e le persone da salvare, che sono solo i destinatari di questa azione salvifica. I primi pensano di avere la missione di dare senza nulla ricevere. Considerano gli altri come i semplici destinatari della loro azione, incapaci di contribuire con la loro vita all’opera della salvezza.

Si dimentica che l’opera della salvezza viene affidata dal Cristo non a una parte, ma a tutto il popolo di Dio, anche se con modalità e ministeri diversi. Il popolo di Dio non si divide nelle due categorie dei salvatori e dei salvati; ma tutti sono in qualche modo salvatori e salvati, perché tutti sono strumenti vivi nelle mani di Dio per portare la salvezza gli uni agli altri. In altre parole: la salvezza è opera di tutti su tutti, mantenendo ognuno il carisma e il dono che gli è proprio e mettendolo a servizio della sua vita e della vita dei fratelli. Per cui la preoccupazione non deve essere quella di chiedersi cosa fare per salvare i fratelli, ma cosa fare perché tutti i fedeli si rendano conto di aver ricevuto il compito di essere a loro modo dei salvati che salvano, e di stimolarli a mettere a frutto il dono che hanno ricevuto per il bene di tutti.

Nella Genesi si racconta che Adamo è solo, e Dio crea per lui Eva, un mondo diverso di umanità che sta al suo cospetto e che lo toglie dalla solitudine. Da quel momento Adamo inizia un cammino di vita più ricco. Qualcosa di analogo avviene per il fedele che vive nel matrimonio. L’uno sta al cospetto dell’altro. E il solo fatto di "esserci" diventa una ricchezza di vita per entrambi. Per questo la prima parola che la persona consacrata e la persona sposata dovrebbero rivolgersi a vicenda dovrebbe essere: «Grazie perché ci sei!». Il fatto di "esserci" diventa una ricchezza per tutto il Corpo mistico, come la salute delle singole membra diventa benessere e vita per tutto il corpo, e si diffonde beneficamente a tutte le altre membra.

«Così essi, animati dalla carità che lo Spirito Santo infonde nei loro cuori, sempre più vivono per Cristo e per il suo Corpo che è la Chiesa. Quanto più fervorosamente, dunque, vengono uniti a Cristo con questa donazione di sé che abbraccia tutta la vita, tanto più si arricchisce la vitalità della Chiesa, e il suo apostolato diviene vigorosamente fecondo» (Familiaris consortio, n. 1).

Questo beneficio si esprime in più modi. Anzitutto perché ogni stato di vita permette all’altro di capirsi meglio. In secondo luogo perché ognuno dei due è con la sua vita un dono che genera vita nell’altro. In altre parole: alla vita consacrata e al matrimonio sono collegate ricchezze di vita che si esprimono già nel solo fatto d’essere presenti l’uno all’altro; ma che si perfezionano con azioni di vita che l’uno produce sull’altro.

Per capire in che modo questi due stati di vita si illuminano e si arricchiscono a vicenda dobbiamo partire dalla vocazione originaria del cristiano. Il cristiano sa d’essere chiamato da Dio a un singolare destino, quello di entrare a far parte del suo mondo divino e vivere per l’eternità questo "faccia a faccia" con lui. La vita terrena è il luogo in cui si svolge questo cammino e in cui il cristiano si prepara a questo incontro, costruendosi come persona capace di reggere e gustare questo incontro (capax Dei).

Verso la speranza

Il cammino del popolo di Dio è come il cammino di Israele nel deserto. Tende alla Terra promessa, ma la speranza di questo luogo felice nulla toglie alla fatica del cammino per arrivarci. Per questo nel popolo in cammino è necessaria la presenza di persone che tengano desta la speranza della Terra promessa.

Si sarebbe subito tentati di concludere: le persone che tengono desta la speranza e il desiderio della Terra promessa sono le persone consacrate che abbandonano tutto per vivere già in questa terra la comunione con Dio. Ma questa frase potrebbe essere male interpretata e confermare la vecchia idea che sopra abbiamo indicata, che i consacrati sono vita ed energia nel popolo, mentre il popolo è la massa inerte che viene lievitata dal religioso profeta, il quale dà e non riceve nulla, mentre il popolo riceve e non dà nulla.

Vignetta.

Per questo l’immagine dev’essere ripensata per essere capita. Il popolo non è solo materia da plasmare e da animare. È realtà viva (anche quando si ribella, perché nella ribellione rifiuta una vita in nome della vita!) che fa molte cose perché tutti possano realizzare il cammino. Infatti è il popolo che si muove e sostiene la fatica del cammino, portando con sé i figli, i deboli, gli anziani, le cose, le risorse che servono nel cammino presente e serviranno per la vita futura quando dovranno insediarsi nella Terra promessa. È dal popolo che si traggono le energie e le risorse per questo cammino, ed è nel popolo che si ritrovano le energie per vincere le difficoltà della terra inospitale e dei nemici che impediscono l’insediamento. Il popolo non è solo il destinatario delle esortazioni del profeta; ma è il soggetto che porta il pondus diei et aestus, e crea le condizioni che permettono a tutti, anche al profeta, di vivere. Senza il profeta non c’è speranza; ma senza il popolo non c’è il soggetto vivo che realizza la speranza. L’esserci del profeta è speranza, perché porta nella fatica del presente il futuro, cioè il volto buono e misericordioso di Dio: così dà senso, direzione, energia al cammino del popolo. L’esserci del popolo è vita perché porta nel presente tutto quello che è necessario per il cammino, e perché affronta e supera le difficoltà che si incontrano.

L’immagine del popolo in cammino può servire da punto di partenza per capire la differenza cristiana (e non sociologica, o psicologica) dei due stati di vita. La vita consacrata tiene desta nel popolo di Dio la speranza e la mèta a cui tutto il popolo tende col suo cammino (che non è un luogo, ma una persona, la persona di Dio). I filosofi direbbero che il consacrato magis se habet ex parte finis, cioè fonda la sua vita maggiormente sull’importanza che dà alla causa finale, cioè a Dio. Lascia ogni altra cosa per lui, e anticipa nel tempo e nella storia (per quanto è possibile a una creatura che è essa stessa ancora viatrice) l’incontro che avverrà in modo perfetto al termine del cammino. Così tiene desta nelle persone sposate l’attenzione e il desiderio di Dio. Con la sua vita proclama che Dio c’è, e che vale la pena sacrificare per lui ogni altra cosa; e lo dimostra con una vita dedicata totalmente a lui. «La persona vergine anticipa così nella sua carne il mondo nuovo della risurrezione futura... La verginità testimonia che il Regno di Dio e la sua giustizia sono quella perla preziosa che va preferita ad ogni altro valore sia pure grande, e va anzi cercato come l’unico valore definitivo» (FC, n. 16).

Lo sposato vive immerso nelle cose e nelle esperienze del presente e costruisce passo dopo passo il cammino che passando tra le cose e il tempo porta all’assoluto, superando le difficoltà che incontra e tracciando questo cammino per sé e per gli altri, anche per chi tiene desta in lui la speranza del futuro. La persona sposata prende sul serio l’invito con cui il Dio-creatore chiede all’uomo e alla donna di continuare l’opera della creazione, crescendo, moltiplicandosi, riempiendo la terra e dominandola. I filosofi direbbero che magis se habet ex parte causae efficientis, cioè si pone dalla parte del Dio creatore e continua con lui la missione di portare a termine l’opera iniziata con l’atto creatore. Il suo compito è triplice: costruisce se stesso come persona umana; costruisce le condizioni di vita perché tutti (a partire dai figli che procrea e continua a procreare con l’educazione) possano costruirsi come persone umane; infine domina, cioè costruisce a dimensione umana l’ambiente e la storia entro cui le persone si umanizzano.

Segue: Superare il linguaggio cifrato - 2

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