Periodici San Paolo - Home page

LA SPIRITUALITÀ FAMILIARE (1)

Nuove forme di vita coniugale

di Giancarlo Rocca
(direttore del "Dizionario degli istituti di perfezione")

          

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1998 - Home Page

Dopo alcune incertezze iniziali, recenti istituzioni valorizzano la dimensione spirituale della famiglia segnando un passo importante nell’evoluzione della Chiesa.
Numerose e sparse ovunque sul territorio italiano, le organizzazioni centrate sul radicale impegno cristiano della famiglia sono sorte per rispondere a profonde esigenze di coppia. Anche se restano irrisolte alcune questioni statutarie.

Il raffronto tra celibato consacrato e matrimonio ha privilegiato per lungo tempo il celibato, di conseguenza con una certa disistima del matrimonio. In questi ultimi decenni si sono però sviluppate istituzioni che recepiscono come propri membri famiglie intere e piccole comunità composte unicamente di nuclei familiari, portando di conseguenza a una grande valorizzazione della spiritualità propria dello stato matrimoniale.

Per l’antichità cristiana è facile mostrare come l’ideale della perfezione cristiana fossero il celibato e la continenza perpetua nel matrimonio, connessi con una certa disistima del matrimonio, accentuata in quei movimenti più o meno encratiti (marcionismo, manicheismo) che hanno accompagnato il cristianesimo per secoli.

In ambito siro i Figli e le Figlie del patto costituirono a lungo un tipo di Chiesa nella quale gli unici a essere ammessi al battesimo e alla vita sacramentale erano gli ascèti e le ascète che dedicavano interamente la loro vita a Dio in celibato. Nella spiegazione che i Padri della Chiesa diedero della parabola del seminatore era evidente il primato concesso alla verginità o continenza: il cento per uno era appannaggio del martirio, il sessanta della verginità, il trenta delle vedove. Solo con l’esclusione del martirio, avvenuta nel IV secolo, la triade venne riaggiustata e permise l’inserimento del matrimonio, mettendo comunque al primo posto la verginità, al secondo la vedovanza e al terzo lo stato matrimoniale (1) . Rappresentante illustre di questa ideologia è stato san Girolamo. Nella sua polemica (svoltasi a Roma nel 383) contro Elvidio, il quale sosteneva la bontà del matrimonio e lo metteva sullo stesso piano della verginità – adducendo come motivo che Dio continuava la sua opera di creazione nella gestazione delle madri e quindi anche le madri potevano essere sante –, Girolamo disse chiaramente che il matrimonio apparteneva a una Alleanza superata (quella dell’Antico Testamento), e che ormai valeva la nuova, quella del Nuovo Testamento, fondata appunto sul celibato. Di conseguenza, nel pensiero di san Girolamo, le madri avrebbero potuto divenire sante, ma a condizione di non essere più mogli, cioè di rinunciare all’uso del matrimonio (2). La convinzione che anche nel matrimonio ci si dovesse avvicinare il più possibile alla vita celibataria, magari in un matrimonio verginale, durò a lungo, e se ne possono addurre molti esempi per tutto il medioevo: coppie di sposi decidevano, restando nella loro casa, di seguire questo ideale per tutta la vita. Altre forme di rinuncia erano costituite da una continenza temporanea, ad esempio nei tempi di continenza stabiliti dalla Chiesa, o perpetua, quando, dopo aver dato alla luce alcuni figli – e quindi assolto il proprio debito verso l’umanità –, i coniugi decidevano di vivere come fratello e sorella (3). Oppure ancora, si adottava la forma della cosiddetta oblazione: singolarmente, come vedovo o vedova, o anche come coppia, gli sposati donavano se stessi e i propri beni a un monastero o a un Ordine religioso utilizzando, per questa loro donazione, la stessa formula di professione dei frati, continuando a vivere nella propria casa oppure entrando in monastero o convento, maschile o femminile, o di comune accordo o una volta rimasti vedovi.

Un caso particolarmente interessante è costituito dagli Ordini militari, che annoveravano tra i propri soldati anche gli sposati. Questi continuavano a vivere nella loro propria casa, ma in tempo di quaresima (cioè quando la Chiesa chiedeva di osservare la continenza matrimoniale) gli uomini si ritiravano nei conventi maschili, le donne in quelli femminili, restandovi – queste ultime – quando il marito andava in guerra o per tutta la vita se rimanevano vedove. Tra le esperienze più significative al tempo del concilio di Trento figurano i cosiddetti «Maritati di San Paolo». Chiamati a una vita di maggior perfezione e a partecipare alle attività apostoliche dei Barnabiti, i Maritati costituivano il terzo collegio dell’Ordine (accanto al primo dei religiosi e al secondo delle Angeliche) e, anche se ebbero un’esistenza breve, parteciparono attivamente alla vita dell’Ordine, essendo presenti ai quotidiani incontri comunitari che vedevano riuniti i tre collegi, offrendo la loro casa per ospitare i postulanti barnabiti, avendo un padre barnabita come confessore e seguendo i Barnabiti e le Angeliche nelle loro missioni (4).

Le esperienze odierne sono numerosissime e sparse un po’ ovunque. In Italia il primo istituto a interessarsi agli sposati sembra essere stato quello delle Oblate di Cristo Re, fondate nel 1924 da Enrico Mauri, per il quale però è ancora difficile dire se, promovendo una spiritualità coniugale, intendesse avvicinare la coppia alla perfezione evangelica di tipo classico, cioè con voti. Non orientate verso la vita religiosa erano e sono le Équipes Notre Dame, fondate in Francia nel 1939 da Henri Caffarel. In questo caso in primo piano era ed è la coppia, il cui ordinamento si riteneva sufficiente per arrivare alla perfezione evangelica. Un po’ diverso l’orientamento dell’istituto per le famiglie fondato all’interno del movimento di Schönstatt: il loro fondatore, Joseph Kentenich, previde presto la possibilità che venisse approvato come istituto secolare composto unicamente da famiglie.

A ritmo intenso

Un ulteriore passo verso l’inserimento degli sposati negli istituti di perfezione venne compiuto nel 1947 dalla Provida Mater, la costituzione apostolica che dava vita agli istituti secolari. Essa, infatti, prevedeva che negli istituti secolari ci fossero membri in senso stretto (coloro che emettevano il voto di celibato insieme con le promesse di obbedienza e di povertà), e membri in senso largo, anche sposati. Parecchi istituti secolari seguirono queste direttive, e tra essi la Compagnia della Sacra Famiglia, le Missionarie degli Infermi, le Oblate di Cristo Re, l’istituto Pio X.

In seguito la fondazione di istituzioni in vario modo interessate alla famiglia ebbe un ritmo più intenso: nel 1948 si ebbe la fondazione del Movimento Familiare Cristiano, in Spagna; nel 1953 i Focolarini decisero di inserire nel Focolare, sino a quel momento composto unicamente di celibi e nubili, anche gli sposati; nel 1961 presero vita i Gruppi di spiritualità familiare a Milano a opera di Carlo Colombo; verso la fine degli anni ‘60 si ebbe in Svizzera, a Lugano, la proposta di costituire una comunità religiosa composta solamente da coniugi; ancora verso la fine degli anni ‘60-inizi anni ‘70 si ebbe la fondazione dell’istituto Santa Famiglia all’interno della Famiglia paolina (fondata da Giacomo Alberione); e, nel 1982, si ebbe la fondazione, da parte di Davide Maria Montagna dei Servi di Maria, delle Diaconie laiche, richiamandosi a esperienze medievali già praticate nell’Ordine (5).

San Girolamo nello studio. Di Ignoto miniatore.
San Girolamo nello studio. Di Ignoto miniatore.

L’idea di unire in un solo istituto celibi e nubili consacrati insieme con nuclei familiari (coppie di sposi e figli) sembra sia stata attuata in Italia, la prima volta, nell’esperimento di vita dei Monaci del Padre, fondati a Roma nel 1969 da Emilio Grasso. In questa linea si posero poi molte altre fondazioni: la Comunità di Monteveglio (nome ufficiale: Piccola Famiglia dell’Annunziata, fondata nel 1953-1954 da Giuseppe Dossetti), che da vari anni prevede anche la presenza di sposi; la Comunità delle Beatitudini (già denominata del Leone di Giuda e dell’Agnello), fondata in Francia nel 1973; la Comunità di Villapizzone (ndr vedi pag. 62), fondata nel 1977-1978 a Milano e composta da alcuni Gesuiti e da nuclei familiari con bambini; la Comunità di Caresto, fondata nel 1980 da Piero Pasquini a S. Angelo in Vado (Pesaro); la Comunità della Buona Notizia, fondata a Milano negli anni 19821983 dal gesuita Virginio Spicacci; la Comunità Mariana - Oasi della Pace, fondata nel 1985 e approvata nel 1990 dal vescovo di Sabina-Poggio Mirteto (Rieti); e poi il Piccolo Gruppo di Cristo, fondato a Milano, la Comunità Padre Nostro, di Cesena, e altre ancora. Altre fondazioni, invece, si sono prefisse di unire nuclei familiari a vita comune, un po’ come nei villaggi medievali. In questa linea si erano poste la Comunità del Pozzo, di Modena, la Comunità della Guedrara, fondata a Sestola (Modena), la Comunità del Mattino, di Roma (6). Un po’ in tutte le istituzioni sopraricordate è prevista una speciale professione da parte dei coniugi, che in questo modo esprimono un impegno che ha ripercussioni nella loro vita privata. Il Rito di professione degli sposi previsto dalla Comunità di Monteveglio è esplicito in questo senso. I candidati, di fatto, promettono di osservare l’obbedienza, la povertà e la castità: l’obbedienza, promettendo «di non prendere impegni extrafamiliari senza consenso dei superiori, e di sottoporre loro ogni variazione importante nelle nostre scelte fondamentali di ritmo di vita e di attività»; la povertà, impegnandosi «a una gestione familiare caratterizzata da sobrietà evangelica... e a non fare spese straordinarie se non sottoponendole all’obbedienza»; la castità, impegnandosi «a ordinare il nostro affetto e ogni altro rapporto alle esigenze assolute dell’amore di Dio, riconosciute e approfondite attraverso le indicazioni e le ispirazioni che ci verranno dalla nostra partecipazione alla comuni» (7).

Il fatto che la famiglia, intesa come coppia, abbia voluto impegnarsi più a fondo nel vivere la propria vita cristiana ha suscitato alcune questioni. Si tratta di sposati o religiosi/monaci? Poiché non poche coppie si sono impegnate con promesse di obbedienza, povertà e castità, giuristi e teologi hanno discusso circa la loro posizione all’interno dei cosiddetti "stati" della Chiesa. La discussione al riguardo era cominciata già negli anni ‘60, trovando in genere risposte negative (8). La questione venne ripresa nel 1976, a seguito di un intervento della Congregazione per gli istituti religiosi e secolari, e poi ancora dopo il 1980, particolarmente in Francia (9).Si pensava che, poiché emettevano delle promesse e avevano scelto pubblicamente una professione di radicalismo evangelico, questi coniugi potessero in qualche modo essere considerati «consacrati».

Il punto critico è che il termine "consacrato" indica oggi un tipo di vita celibataria con voti, e quindi fondamentalmente distinta da quella vissuta in matrimonio. Del resto, le modalità di professione dei coniugi sono diverse – proprio per la diversità di stato – da quella dei celibi e nubili. E in questo senso si è espresso anche il più recente documento pontificio, Vita consecrata (10) .

La seconda questione riguarda il tipo di spiritualità di questi coniugi: debbono orientarsi verso la spiritualità della vita religiosa o vita consacrata, o verso la spiritualità matrimoniale? La questione è emersa in particolar modo quando si trattò di approvare l’istituto, sopra ricordato, della Santa Famiglia. I suoi primi statuti erano, di fatto, orientati verso gli impegni della vita religiosa, persino nelle stesse formule. La Congregazione per gli istituti religiosi e secolari, però, fece correggere più volte gli statuti e chiese che essi indicassero esplicitamente una spiritualità coniugale, desumendone gli spunti dalla valorizzazione che pontefici e Padri della Chiesa avevano fatto del matrimonio.

Una terza questione riguarda il problema dei figli. Se i coniugi intendono far parte di un movimento o aggregarsi a un istituto che accetta coppie di sposi, come comportarsi nei riguardi dell’educazione dei figli? Che cosa proporre loro? Poiché non si può imporre ai figli un tipo di vita monastica o consacrata, alcuni istituti, ad esempio la Comunità di Monteveglio, si sono sentiti in dovere di precisare che l’adesione alla comunità vincola solo gli sposi e non i figli e, in caso di opposizione o incomprensione da parte dei figli, tutto dovrà essere rimandato a tempi più opportuni.

Per conto suo la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica continua a separare accuratamente, nei nuovi istituti che chiedono l’approvazione pontificia, le coppie di sposi dai membri che vivono in celibato.

In sintesi, però, le nuove forme di vita che coinvolgono la famiglia segnano un passo importante nella evoluzione della vita della Chiesa e della società. In pratica, associando gli sposati alla vita e alle opere degli istituti religiosi, o costituendo comunità composte unicamente di nuclei familiari, non si vuole più che lo stato civile della persona influisca sulla sua attività e si sottolinea che anche gli sposi sono responsabili del futuro della Chiesa, la quale nel 1981, con papa Giovanni Paolo II, ha istituito il Pontificio Consiglio della famiglia proprio per aiutarli a realizzare questo loro nuovo modo di sentire i loro impegni cristiani (11).

Giancarlo Rocca

   

NOTE

1 Al riguardo cfr. lo studio di Antonio Quacquarelli, Il triplice frutto della vita cristiana: 100, 60, e 30. (Matteo 13, 8 nelle diverse interpretazioni), Coletti Editore, Roma 1953; Edipuglia, Bari 1989. (torna al testo)

2 L’affermazione è chiarissima nel trattato Contro Elvidio, 21: «Non nego che le vedove, che le sposate possano essere sante; ma a condizione di non essere più mogli...». (torna al testo)

3 Dyan Elliott, Spiritual Marriage. Sexual Abstinence in Medieval Wedlock, Princeton (New Jersey), Princeton University Press, 1993; Giulia Barone, Ideali di santità tra XII e XIII secolo,in Chiara di Assisi. Atti del XX Convegno internazionale, Assisi 15-17 ottobre 1992, Centro italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1993, pp. 33-35. (torna al testo)

4 A. Spinelli, Verso la «perfezione» insieme. Attualità di un’esperienza: i «Maritati di san Paolo», Ancora, Milano 1989. (torna al testo)

5 La bibliografia sulle Diaconie laiche dei Servi è già notevole e viene regolarmente segnalata nella rivista storica dell’Ordine: Studi storici dell’Ordine dei Servi di Maria. (torna al testo)

6 Questa comunità ha anche stampato un volume in cui ha precisato la propria regola di vita: Comunità del mattino, Una scelta, una proposta. Carta e regolamento della comunità, Borla, Roma 1983. (torna al testo)

7 Piccola Famiglia dell’Annunziata. Documenti, pro ms., 1991, in particolare pp. 72-74. (torna al testo)

8 A. Marchetti, Avremo religiosi sposati?, in Rivista di vita spirituale 25 (1971) 643-646. (torna al testo)

9 Cfr. in particolare, l’articolo di François Morlot, Personnes mariées et instituts séculieres?, in Vie Consacrée 56 (1984) 240-249. (torna al testo)

10 «In forza dello stesso principio di discernimento, non possono essere comprese nella specifica categoria della vita consacrata quelle pur lodevoli forme di impegno che alcuni coniugi cristiani assumono in associazioni o movimenti ecclesiali...» (Vita consecrata, n. 62). (torna al testo)

11 Su tutte le questioni trattate in questo articolo si potranno trovare molti altri particolari e bibliografia in Giancarlo Rocca, La «consacrazione» dei coniugi, in L’identità dei consacrati nella missione della Chiesa e il loro rapporto con il mondo, a cura dell’istituto "Claretianum", Libreria Vaticana Editrice, Città del Vaticano 1994, pp. 375-418. (torna al testo)

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1998 - Home Page