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INCONTRI

STARE INSIEME MA IN AUTONOMIA
Luogo di festa e di perdono

di Cristina Beffa
        

   Famiglia Oggi n. 8-9 agosto/settembre 1998 - Home Page

Fra le molte forme di condivisione dei beni l’esperienza di Villapizzone testimonia l’efficacia dello scambio. Gesuiti e nuclei familiari vivono le medesime norme. Ciascuno però mantiene la propria prerogativa a beneficio di tutti.   

L'esperienza, ormai ventennale, è collaudata e consolidata. L’incontro casuale ma decisivo fra alcuni gesuiti che volevano vivere significativamente l’inserimento in un quartiere popolare e la famiglia "aperta" di Bruno Volpi condusse nel 1978 a un programma di vita sobria e accogliente. La prima sede del progetto (che diede anche il nome alla comunità) è stata Villapizzone, una cascina dei Radice Fossati da ristrutturare, situata nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro.

Dopo l’iniziale periodo di rodaggio e di ricerca il gruppetto è arrivato alla definizione dello stile di vita della comunità, pensata e voluta non per «fare qualcosa ma per realizzare la propria vocazione». I gesuiti restano gesuiti, gli sposati restano famiglia in una comunità di gruppi dove la condivisione garantisce l’autonomia dei nuclei ma rende tutti consapevoli del diritto-dovere d’essere accoglienti. Vi approdano, infatti, bambini in affido, giovani in ricerca, adulti in difficoltà, stranieri. Ciascuno trova una famiglia disponibile ad accoglierlo, a tenerlo con sé come se fosse uno di casa fino a quando servirà.

Tutte le famiglie di Villapizzone, in media, sono composte da 10-12 membri non «per una comunità di accoglienza ma una comunità accogliente, dove chi arriva da sotto i ponti o per fare il volontario o per svolgere dei servizi o per una motivazione religiosa non ha importanza. Quello che conta è che, una volta inseriti, ognuno costruisca una comunità di vita».

L’occupazione principale degli adulti è lo sgombero cantine con il conseguente recupero di mobili e oggetti vari messi a disposizione di chi li acquista con un’offerta libera. I guadagni vengono depositati nella cassa comune da dove ogni famiglia attinge ciò di cui ha bisogno. Le eccedenze degli introiti vengono poi versate all’Associazione comunità e famiglia istituita per poter attuare altre fondazioni comunitarie.

I momenti di ritrovo: ricorrenze, anniversari, compleanni, arrivi e partenze diventano occasioni per stare insieme in un "luogo di festa e di perdono", come diceva un noto autore. «Attualmente a Villapizzone vivono 6 gesuiti e 5 famiglie. Altre famiglie hanno costituito una comunità a Castellazzo di Basiano (Mi), un’altra a Tortona. Più di 50 famiglie sono in lista di attesa per condividere questa esperienza. Quasi tutte provengono da esperienze di missione, di volontariato con handicappati o di tipo sociale, come del resto quelle che fanno parte della comunità», spiega Danila che con il marito Massimo Nicolai è arrivata a Villapizzone l’anno successivo alla fondazione. Maestra elementare di ruolo lei, perito meccanico lui, dopo il comune periodo di volontariato in Ciad (Africa) e il successivo in una comunità di tossicodipendenti sono approdati a Villapizzone. Hanno 4 figlie alle quali si aggiungono altri 6 persone accolte in famiglia.

  • Che cosa cercava dalla vita quando ha deciso di aderire a questo progetto? Come coppia e come genitore che cosa le mancava?

«Non mi mancava niente ma io e mio marito volevamo uno stile di vita coniugale e familiare simile a quello della mia famiglia di origine, molto sensibile ai valori sociali. Sono nata in provincia di Belluno, abitavo in una casa che dava sul cortile con le altre famiglie dei miei zii. Non eravamo mai soli. Anche da piccoli trovavamo l’adulto disponibile a tenerci compagnia quando mia madre andava a fare la spesa. Non volevo perdere questa dimensione della vita».

  • Come chiamerebbe questa esigenza profonda?

«Per noi questa era come una seconda vocazione dopo quella del matrimonio. Non volevamo una scelta diversa da quella familiare ma volevamo una vita familiare diversa. Sentivamo fortemente l’esigenza di un’esistenza sobria (non dico povera ma sobria), volevamo condividere il nostro tempo, le energie e tutto il resto con gli altri e per gli altri. Non volevamo essere felici da soli».

  • I figli come accettano queste precedenti scelte dei loro genitori?

«Questo particolare problema (se di problema si tratta) non esiste solo per i figli che nascono in comunità tipo la nostra. Nessuno, infatti, alla nascita sceglie la propria famiglia. Le mie figlie sono abituate ad avere altre persone in casa e non lo vivono come problema. Però io e mio marito cerchiamo d’avere momenti soltanto per noi consanguinei, anche se ci stanchiamo presto e desideriamo ritrovarci in tanti».

  • Vi considerate in qualche modo dei privilegiati?

«Privilegiati lo siamo avendo all’interno della nostra comunità i gesuiti, che sono veri compagni di viaggio. Per il resto non ci riteniamo extraterrestri o persone speciali, particolarmente dotate. Siamo coscienti però d’aver intuito che il tesoro evangelico nascosto nel campo è lo stare insieme da fratelli, figli dell’unico Padre, anche al di là di ogni etichetta. La voglia di stare insieme è come una sorgente viva, capace di vincere i ristagnamenti dell’individualismo e dell'egoismo».

  • Avete regole comuni?

«Non ci sono norme o regole esterne. C’è invece una legge interiore del cuore, con la quale ognuno si misura, nel tentativo di favorire lo stare insieme. Ogni famiglia si ispira ai valori della solidarietà e della sobrietà».

  • Come garantite la non ingerenza degli altri?

«La vita comune è condotta in ogni nucleo come meglio ritiene, con criteri comuni che ognuno realizza come può. Ogni mattina alle ore 11.00 chi è a casa si ritrova per il caffè, ci si incontra, si comunicano eventuali spostamenti, ma senza rigidità o obblighi asfissianti. Ogni nucleo deve fare come se tutto dipendesse soltanto da lui ma in piena autonomia».

Cristina Beffa

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