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FORMAZIONE E DISSOLUZIONE CONIUGALE

La famiglia nell’Europa unita

di Gian Carlo Blangiardo e Stefania Rimoldi
(rispettivamente: ordinario di Demografia, Università degli studi di Milano-Bicocca e collaboratrice di Statistica)
            

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 1999 - Home Page Fecondità sotto il ricambio generazionale. Popolazione anziana in aumento. Sono le comuni tendenze mentre persistono alcune differenze nei singoli Paesi. Radicali trasformazioni nelle regioni anglo-scandinave. Forti resistenze al modello nordico, nei Paesi mediterranei.

In generale, si può affermare che il livello di nuzialità ha subìto nell’ultimo trentennio consistenti riduzioni in corrispondenza di ognuno dei 15 Paesi dell’Unione europea, passando da livelli di 7-8 e persino più di 9 matrimoni per ogni 1.000 abitanti nel 1970 (con l’unica eccezione della Svezia) a valori generalmente nell’ordine del 5 per 1.000 nel 1997, con le punte minime nei Paesi scandinavi (3,6 in Svezia e 4,6 in Finlandia) e le massime in Portogallo (6,6) e Danimarca (6,5) (tabella 1).

La nuzialità in Europa 1970, 1997.

Il tutto, non senza fasi di apparente stabilità o persino di ripresa in alcuni Paesi – ad esempio in Svezia, Germania e Lussemburgo nei primi anni ’90 e, più recentemente, in Danimarca –, che sembrano tuttavia riconducibili più a fattori occasionali, spesso connessi a innovazioni normative, che a vere e proprie inversioni di tendenza.

In sintesi, allo stato attuale il tasso di primonuzialità totale della popolazione femminile, ovvero il numero di matrimoni che si avrebbero nel corso della vita di 1.000 donne nell’ipotesi che debba persistere il comportamento nuziale manifestato nel 1997, risulta quasi ovunque nell’ordine di 550-600; ciò significa mettere in conto – alle condizioni attuali – la rinuncia definitiva al progetto matrimoniale per il 55-60% delle donne, una percentuale che scende al 44% in Svezia e raggiunge al massimo il 78% in corrispondenza del Portogallo.

Di pari passo con la caduta della nuzialità, sono andati consolidandosi due fenomeni che riflettono eloquentemente – non senza significative caratterizzazioni nazionali – le trasformazioni strutturali e di comportamento avviate nel corso di questi ultimi decenni. Si tratta del forte innalzamento dell’età media al primo matrimonio e del crescente coinvolgimento di soggetti con precedenti esperienze coniugali.

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Un fenomeno, quest’ultimo, che, mentre nei primi anni ’70 era pressoché assente nei Paesi a forte tradizione cattolica e comunque non superava altrove il 10-15% del totale dei matrimoni, è andato via via generalizzandosi (con la sola eccezione dell’Irlanda) – con l’estensione della normativa sul divorzio – e si è intensificato sino a raggiungere quote nell’ordine del 20-25% in circa la metà dei Paesi membri.

Anche riguardo all’innalzamento dell’età media al primo matrimonio la tendenza sembra generalizzata, con incrementi massimi di 5-6 anni tra il 1970 e il 1997 per i Paesi nordici (Germania, Olanda, Danimarca, Svezia e Finlandia) e minimi per quelli dell’area mediterranea e/o di tradizione cattolica: Portogallo (+0,6), Grecia (+1,5), Spagna (+2,3), Irlanda (+2,5), Italia (+3,0).

In sintesi, alla luce dei comportamenti di questo fine secolo l’età media al matrimonio per le donne nubili si eleva di circa 4 anni passando dal sud all’estremo nord europeo: dai circa 25 anni in Portogallo e Grecia ai 29 in Danimarca, Svezia e Finlandia (tabella 2).

Il primo matrimonio.

D’altra parte, lo spostamento in avanti dell’avvio della vita di coppia in forma istituzionalizzata – così come la stessa caduta della nuzialità – vanno adeguatamente interpretati anche alla luce della diversa incidenza che è venuto ad assumere, nei diversi contesti nazionali e nell’evoluzione dei costumi al loro interno, il fenomeno della coabitazione, intesa come alternativa al primo o a un successivo matrimonio.

A tale proposito, i dati delle indagini più recenti mettono in primo piano la realtà della Danimarca, ove la vita di coppia tra le 16-29enni si esprime più frequentemente nella coabitazione che nel matrimonio e, benché le posizioni si invertano nelle classi di età successive, la convivenza non istituzionalizzata coinvolge ancora circa un quinto delle danesi 30-44en-ni. Ma il panorama della coabitazione senza matrimonio nell’Europa dei 15 ha importanti manifestazioni, soprattutto in corrispondenza delle donne più giovani, anche al di fuori dell’area nordico-scandinava: essa raggiunge il 16-17% tra le 16-29enni in Francia e nel Regno Unito e il 12% in Germania e Lussemburgo.

Ben diversa è invece la posizione dei Paesi mediterranei (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) e dell’Irlanda, cinque realtà nazionali nelle quali la vita di coppia senza matrimonio ha ancora una diffusione decisamente modesta anche se crescente.

In ultima analisi, rispetto al fenomeno in oggetto sembra trovare riscontro empirico la partizione dello spazio comunitario in tre gruppi di Paesi: quelli in cui il modello della convivenza rappresenta una scelta radicata e si configura come alternativa al matrimonio (Svezia e Danimarca); quelli in cui essa va affermandosi come fase transitoria e spesso preliminare alla scelta nuziale (Austria, Finlandia, Francia, Germania, Olanda e Regno Unito); e infine quelli in cui la scelta della vita di coppia fuori dal matrimonio resta del tutto marginale e, forse, risulta più enfatizzata che realmente adottata (Irlanda, Italia, Spagna, Grecia e Portogallo - tabella 3).

Condizione coniugale della popolazione adulta per classi d'età.

L’instabilità matrimoniale

Così come accade per i processi di formazione dei nuclei familiari, anche sul fronte della loro dissoluzione vanno estendendosi e radicandosi nuovi modelli di comportamento. Il matrimonio, e in buona parte anche la convivenza, stanno rivelandosi meno stabili che in passato. In tal senso il tasso di divorzialità si è rivelato in crescita ovunque (sino a raggiungere in alcuni Paesi valori quasi patologici), senza per questo perdere quel connotato di caratterizzazione territoriale che vede la consueta contrapposizione tra l’alta instabilità matrimoniale nel centro e nel nord Europa (ove sembrano destinati al divorzio circa 4-5 matrimoni su 10), e i livelli relativamente assai più contenuti nell’area mediterranea (circa 1-2 su 10).

Rispetto alla dinamica della divorzialità, la crescita più consistente nel corso degli anni ’90 si registra nel Belgio e – almeno in termini relativi – nell’area iberica. Non è invece chiaro se l’apparente stabilità dei tassi che si osservano nel mondo anglo-scandinavo sia dovuta agli alti valori già raggiunti – e difficilmente suscettibili di ulteriore incremento – o non sia invece una conseguenza indiretta della diffusione del modello delle convivenze, ossia di un ampio numero di unioni alternative al matrimonio la cui "rottura", a differenza di quest’ultimo, sfugge al conteggio delle statistiche ufficiali (tabella 4).

Tasso di divorzialià totale.

Figli tra rinvio e rinuncia

Parallelamente ai profondi cambiamenti che interessano il ciclo di vita familiare riguardo all’avvio e alla dissoluzione volontaria del legame di coppia, si osservano nel quadro europeo trasformazioni analoghe in tema di comportamento riproduttivo. Ciò vale innanzitutto sul fronte dell’intensità, ma trova ampio riscontro anche rispetto ai tempi della maternità e alla collocazione delle nascite nel contesto familiare. Di fatto, pur condividendo sia gli attuali livelli di fecondità inferiori alla soglia dei "due figli per donna" sia le tendenze a un innalzamento dell’età media alla maternità e dell’incidenza di nascite "fuori dal matrimonio", i 15 Paesi dell’Unione europea presentano al loro interno una varietà di comportamenti che chiamano in causa culture e tradizioni diverse, ma forse anche condizioni socio-economiche e scelte di politica familiare alquanto differenziate (tabella 5).

Numero medio di figli per donna....

Ancora una volta è la variabile territoriale che si presta a fornire una valida chiave interpretativa di tali modelli di comportamento. L’effetto latitudine esercita infatti, in linea generale, un’azione discriminante: il passaggio dal sud al nord eleva significativamente l’età media al parto e la natalità illegittima, ma esercita altresì un effetto rivitalizzante rispetto all’intensità delle scelte riproduttive.

In conclusione, mentre le coppie del nord Europa fanno più figli, moderatamente più tardi e decisamente più al di fuori del vincolo matrimoniale, quelle dell’area mediterranea mantengono le scelte procreative entro l’ambito familiare, ma reagiscono alle crescenti difficoltà dell’essere genitori – anche perché meno sostenute da efficaci azioni di supporto da parte della società –, trasformando il tendenziale rinvio dei progetti di fecondità (dovuto anche a un ritardato ingresso nella vita matrimoniale) in un loro consistente ridimensionamento. E se uno o due figli al massimo soddisfano certamente il bisogno di genitorialità delle coppie italiane o spagnole, i corrispondenti valori medi di fecondità nei rispettivi ambiti nazionali raggiungono livelli talmente bassi (1,22 e 1,15 figli per donna, rispettivamente) da sollevare, decisamente più che negli altri Paesi europei, allarmismo e preoccupazione per la stabilità dei futuri equilibri economici e sociali.

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Le strutture familiari

La persistente presenza di comportamenti tradizionalmente differenziati nelle singole realtà nazionali e lo sfasamento temporale nei processi di convergenza verso modelli uniformi, là dove esistono, fa sì che anche dal confronto delle strutture familiari dei Paesi dell’Unione emerga un quadro piuttosto variegato.

Già rispetto alla dimensione familiare si può osservare come la presenza di due componenti, che nel complesso dell’Europa dei 15 è la modalità prevalente (con una quota di circa il 30%), risulti meno diffusa delle famiglie unipersonali in Danimarca e Germania, sia superata da quelle con tre membri in Portogallo, da quelle con quattro in Spagna, e da quelle con almeno cinque in Irlanda (tabella 6).

Distribuzione delle famiglie per numero di componenti (anni '90).

Ulteriori conferme sul piano della variabilità intracomunitaria si ricavano dall’analisi della distribuzione delle famiglie rispetto alle differenti tipologie. Si può subito notare come la condizione di coppia coniugata con figli sia quella prevalente nella maggioranza dei Paesi, ma viene sopravanzata dalla tipologia dei single in Danimarca, Germania, Olanda e Regno Unito (e in Danimarca anche da quella delle coppie coniugate senza figli). Si ha altresì modo di cogliere la persistente significativa incidenza delle famiglie complesse (con più nuclei conviventi) soprattutto nell’area mediterranea (anche se meno marcata nella realtà italiana) e in generale nei Paesi a forte tradizione cattolica; così come trova conferma il divario tra nord e sud (con l’usuale aggiunta dell’Irlanda) riguardo al peso relativo delle convivenze.

Al di là dell’evidente diffusione del fenomeno in Danimarca e, in subordine, nei Paesi anglosassoni, è interessante soffermarsi sull’analoga forte incidenza nella realtà francese. Una realtà nella quale la presenza dei figli non attenua il peso relativo delle unioni di fatto, a testimonianza di un modello di coppia stabile non istituzionalizzata che è quasi del tutto assente nell’esperienza del nostro Paese (in Italia la frequenza stimata è inferiore allo 0,1%), ma che si ritiene in via di consolidamento e di diffusione anche al di fuori di quelle società del nord Europa cui viene tradizionalmente ricondotto nell’immaginario collettivo (tabella 7).

Distribuzione delle famiglie per tipologia (anni '90).

Un ultimo approfondimento merita ancora il panorama europeo delle famiglie unipersonali, una tipologia la cui frequenza va ovunque accrescendosi, sia in termini assoluti che relativi. In realtà, gran parte di tale incremento si deve agli effetti della vedovanza in un contesto di progressivo invecchiamento demografico: una situazione che coinvolge una quota crescente di popolazione anziana – generalmente di sesso femminile – durante l’ultima fase del ciclo di vita familiare. Tuttavia, nel determinare l’incremento delle famiglie unipersonali non mancano anche altri fattori, come la divorzialità o l’uscita dei figli dalla famiglia di origine senza entrare nella vita di coppia, la cui incidenza è comunque soggetta ad un’ampia variabilità in funzione dell’età e dell’ambito territoriale di riferimento.

In generale, è la popolazione anziana che alimenta ovunque, più di ogni altro gruppo d’età, il collettivo delle famiglie unipersonali nell’Europa dei 15, ma ciò vale per circa 2/3 dei casi in Portogallo e, sul fronte opposto, per meno del 40% in Danimarca, Germania, Lussemburgo e Olanda.

Famiglie unipersonali: distribuzione per età del capofamiglia (anni '90).

La più alta incidenza di single in età adulta, presumibilmente più connessa ai fenomeni di dissoluzione coniugale, si riscontra in Belgio, Germania, Lussemburgo e Olanda, mentre l’analoga scelta nelle età giovanili risulta particolarmente accentuata in Olanda, Danimarca e Francia (con quote almeno nell’ordine del 20% del complesso delle famiglie unipersonali) ed è minima in Portogallo (4%), Italia (6,4%) e Spagna (6,6%).

È soprattutto nell’Europa del sud che si è affermato il fenomeno dei giovani adulti restii a uscire dalla famiglia di origine: di fatto, anche il ritardato ingresso nella vita di coppia, che ha pur caratterizzato il comportamento dei giovani dell’Europa mediterranea, non sembra trovare compensazione, se non raramente, nell’esperienza di vita autonoma come fase intermedia e preliminare alla scelta nuziale.

Gian Carlo Blangiardo e Stefania Rimoldi
   

LA SICUREZZA NELLE CITTÀ

Secondo un recente studio, condotto da Eurobarometro, il 32% dei cittadini europei non si sente sicuro a percorrere il proprio quartiere dopo il tramonto. Le punte massime (60%) si sono riscontrate nell’Est della Germania e le minime (11%) in Danimarca. L’Italia, con un risultato equivalente ad un cittadino su tre, ricalca perfettamente la media europea. Passando poi ad analizzare i diversi gruppi di popolazione, si coglie che tale "paura" è strettamente legata alla vulnerabilità fisica e sociale: infatti le percentuali superano il 40% tra le donne, gli anziani e gli abitanti delle città sopra i 500.000 abitanti e sfiorano tale soglia nel caso di cittadini a più basso reddito (quasi il doppio rispetto a quelli con alto reddito). Viene confermato in tal modo che l’insicurezza è uno dei tratti distintivi della nuova civilizzazione urbana.

Le cause di tutto ciò sono da ricercare in diversi fattori. Innanzitutto nella crescita delle diseguaglianze sociali e nell’aumento della povertà. Non bisogna, infatti dimenticare che l’Europa registra 52 milioni di poveri in una popolazione che all’80% è concentrata nelle città. Vi è poi la diffusione capillare di una criminalità legata al traffico di stupefacenti, la diffusa insicurezza degli spazi comuni (centri commerciali, stazioni ferroviarie e metropolitane, mezzi di trasporti), lo scontro sociale con gli immigrati (tra l’altro messi in causa come principali fonti di insicurezza anche se le statistiche europee dimostrano che non è così).

    

BIBLIOGRAFIA

  1. Council of Europe, Recent demographic developments in Europe 1998, Council of Europe Publishing, 1998.
  2. De Sandre P., Ongaro F., Rettaroli R., Salvini S., Matrimoni e figli: tra rinvio e rinuncia, Il Mulino, Bologna 1997.
  3. European Observatory of National Family Policies, A Synthesis of National Family Policies in 1986, European Commission, 1997.
  4. Eurostat, Demographic Statistics, 1997.
  5. Hantrais L., Exploration des rapports entre les politiques sociales et les trasformations de la famille dans l’Union européenne, "Revue Européenne de Demographie", n. 5, 1998.
  6. Kuijsten A.C., Recent trends in households and family structures in Europe: an overview, "Plenum Press", 1995.
  7. Palomba R., Quattrociocchi L., Immagini della famiglia italiana in evoluzione, "Population", marzo-aprile 1996.
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