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DIFFERENZE LEGISLATIVE DEI QUINDICI

Il diritto di famiglia

di Laura Remiddi e Paola Bonifazi
(avvocati)
            

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 1999 - Home Page La ratifica della Convenzione di Bruxelles facilita, in tutti gli Stati membri, le cause matrimoniali. Le maggiori diversità sono ascrivibili alla normativa sul divorzio. Anche il regime patrimoniale è regolato da discipline che variano da un Paese all’altro.

Recenti studi, svolti a livello sociale e demografico, hanno rilevato fenomeni comuni verificatisi nei Paesi europei negli ultimi venti anni: la diminuzione delle nascite (dal 1980 in poi nessun Paese, ad eccezione dell’Irlanda, è in grado di garantire il ricambio delle generazioni; l’indice più basso è stato registrato in Italia e in Germania); la diminuzione dei matrimoni (dal 1970 al 1980 il numero è sceso del 20%; la Spagna è il Paese dove la gente si sposa di meno); l’aumento delle separazioni, dei divorzi e delle convivenze more uxorio.

Questa evoluzione culturale e sociale ha prodotto i suoi effetti anche sul piano del diritto, nel senso di una più completa integrazione.

Il 28 maggio 1998 è stata firmata a Bruxelles la Convenzione fra gli Stati europei concernente la competenza, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni nelle cause matrimoniali. Essa prevede che le sentenze di divorzio, separazione personale o annullamento del matrimonio, rese in uno dei quindici Stati membri, sono riconosciute negli altri Stati senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento, purché non siano manifestamente contrarie all’ordine pubblico dello Stato richiesto. La Convenzione dev’essere ratificata dai vari Stati: in Italia è stata approvata dalla Camera dei Deputati il 4 marzo 1999 (attualmente è all’esame del Senato).

Peraltro in Italia, sin dal 1997, le sentenze straniere (anche di Paesi extracomunitari) sono riconosciute automaticamente se nel procedimento svoltosi all’estero sono state rispettate alcune regole di garanzia delle parti e la pronuncia non è contrastante con altra sentenza italiana o con l’ordine pubblico.

Visto il notevole aumento di matrimoni fra persone di diversa cittadinanza, si pone il problema di quale legge debba regolare i loro rapporti.

In Italia è prevista l’applicazione della legge dello Stato in cui la vita matrimoniale è prevalentemente localizzata. I coniugi possono tuttavia scegliere, mediante convenzione scritta, che i loro rapporti patrimoniali siano regolati dalla legge nazionale di uno di loro o da quella dello Stato in cui almeno uno di loro risiede.

L’evoluzione culturale che ha caratterizzato la vita sociale europea ha prodotto i suoi effetti anche in campo giuridico. Un’attenta analisi evidenzia le agevolazioni sopraggiunte nella soluzione di comuni problemi coniugali.

Se uno dei coniugi è cittadino italiano oppure il matrimonio è stato celebrato in Italia o il convenuto ha in Italia il domicilio, la residenza o un rappresentante autorizzato a stare in giudizio, la competenza a decidere le cause matrimoniali spetta al giudice italiano il quale dovrà applicare, se del caso, la legge straniera.

In materia di separazione e divorzio esiste una grande diversità fra le legislazioni dei singoli Paesi europei. In Finlandia e Svezia l’istituto giuridico della separazione non è neppure contemplato. In Francia, Germania e Spagna esso non costituisce condizione essenziale per chiedere il divorzio, per cui è sufficiente la separazione di fatto per un certo periodo di tempo.

La domanda o la sentenza di separazione giudiziale o consensuale abbreviano tuttavia il termine per ottenere il divorzio (da 3 anni ad 1 anno in Germania e da 5 a 2 anni in Spagna). Quasi tutti i Paesi europei conoscono il divorzio per mutuo consenso (da noi è stato introdotto nel 1987).

In Francia esiste anche il divorzio per colpa ed è su tale elemento che viene determinata la misura dell’assegno di mantenimento. Inoltre se il coniuge nei cui confronti è stata proposta la domanda riesce a dimostrare che il divorzio, per ragioni di età dei figli o di durata del matrimonio, avrebbe per lui o per i minori conseguenze di eccezionale gravità, il giudice può respingere la domanda.

La legge più completa e dettagliata è quella della Germania, entrata in vigore nel 1986. Le disposizioni relative alle clausole economiche lasciano un ristrettissimo ambito di discrezionalità ai giudici, dettando precisi criteri ai quali questi debbono attenersi. Il diritto a ricevere gli alimenti sussiste solo se il coniuge divorziato a causa della sua età, di una malattia, dell’assistenza o educazione dei figli, o di altro grave motivo non può esercitare un’attività professionale, e fino a quando non avrà trovato un lavoro adeguato. È comunque fatto obbligo al coniuge richiedente il mantenimento di sottoporsi a istruzione, formazione o riqualificazione professionale qualora ci si possa attendere risultati positivi.

Già dal 1977 esiste poi una "clausola di durezza" che prevede l’esclusione, riduzione o limitazione nel tempo del diritto al mantenimento quando il matrimonio è stato di breve durata (meno di due-tre anni) oppure se il coniuge beneficiario ha commesso gravi reati o si è procurato intenzionalmente lo stato di bisogno o ha trascurato i suoi doveri di cura degli interessi familiari o sussistono motivi altrettanto gravi da far apparire il sacrificio dell’obbligato palesemente ingiusto.

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In Germania sussiste una prassi giudiziaria talmente consolidata da assu-mere quasi rango normativo. In particolare la misura del mantenimento è stabilita dalle tabelle delle Corti d’Appello e si applica generalmente la tabella di Düsseldorf, la quale prevede – nel caso in cui le condizioni economiche si basino solo sul reddito di un coniuge – che all’altro competono i 3/7 del reddito netto del coniuge obbligato. Se però il beneficiario intraprende un’attività dopo il divorzio, l’ammontare del reddito viene dedotto dal conteggio, mentre nel caso in cui entrambi i coniugi avevano un’attività lavorativa prima del divorzio, il coniuge che percepisce il guadagno minore può pretendere i 3/7 della differenza tra i due redditi.

L’obbligazione del mantenimento si trasmette anche agli eredi, salvo che l’eredità sia insufficiente.

In materia di affidamento dei figli, spetta al Tribunale decidere chi debba esercitare la potestà in caso di divorzio, ma può essere scelto uno soltanto dei genitori; all’altro può essere invece attribuita l’amministrazione del patrimonio del figlio.

Per quel che concerne i rapporti patrimoniali tra i coniugi, quasi tutti i Paesi europei si sono resi conto della necessità di adottare un "regime patrimoniale", cioè regole e princìpi che disciplinino i beni dei coniugi, le loro facoltà nei confronti di tali beni, i loro rapporti con i terzi e la divisione e distribuzione dei beni al momento dello scioglimento del matrimonio.

In Italia dal settembre 1975 il regime patrimoniale legale è quello della comunione dei beni nella quale rientrano gli acquisti effettuati, anche separatamente, dai coniugi in costanza di matrimonio.

Altrettanto accade per i redditi personali dei coniugi qualora non siano stati consumati, al momento dello scioglimento della comunione, i beni destinati all’esercizio dell’impresa e gli utili e gli incrementi prodotti dall’impresa stessa, anche se costituita prima del matrimonio. Sono invece personali di ciascun coniuge i beni di cui egli era già titolare prima del matrimonio, quelli pervenutigli a titolo di successione, donazione o risarcimento del danno, i beni di uso strettamente personale e quelli acquistati con il prezzo del trasferimento di altri beni personali o con il loro scambio (purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto).

L’amministrazione dei beni comuni spetta disgiuntamente a ciascuno dei coniugi, ma è richiesto il consenso di entrambi per gli atti più importanti (come l’acquisto e la concessione di diritti personali di godimento). Comunque i coniugi possono, all’atto della celebrazione del matrimonio, o successivamente mediante convenzione, optare per la separazione dei beni oppure disciplinare diversamente il regime di comunione ricomprendendovi ad esempio beni personali o escludendone alcuni (senza tuttavia derogare al principio della parità delle quote e dell’amministrazione che spetta sempre a entrambi, con pari poteri).

In Francia la riforma entrata in vigore nel 1986 ha introdotto una disciplina del diritto familiare simile alla nostra. Una peculiarità risiede nella c.d. "legge di polizia d’applicazione territoriale", secondo la quale le norme che disciplinano i diritti e i doveri dei coniugi si applicano anche alle coppie il cui regime matrimoniale non è soggetto alla legge francese, purché residenti nello Stato. Il regime patrimoniale legale è quello della comunione degli acquisti ed è disciplinato più o meno come il nostro.

Esiste tuttavia una presunzione sulle acquisizioni a favore della comunione: si presumono comuni tutti i beni mobili o immobili, salvo prova contraria che può essere data con ogni mezzo. Inoltre è richiesto il consenso congiunto anche per le donazioni, gli atti di disposizione della casa familiare e dei mobili che l’arredano e quelli di alienazione di beni immobili o mobili registrati e anche alcune locazioni. I coniugi francesi hanno poi la possibilità di derogare al regime legale mediante apposita convenzione, ma solo prima della celebrazione del matrimonio.

Sistema analogo al francese è quello esistente in Belgio, dove nel 1976 è stato introdotto il regime legale della "comunione ridotta agli acquisti" ed è stata stabilita una maggiore uguaglianza tra i coniugi nella difesa e nella gestione degli interessi comuni.

In Spagna invece coesistono differenti legislazioni civili. La disciplina di diritto comune (Codice civile modificato nel 1981) si applica all’80% del territorio spagnolo e prevede un regime patrimoniale denominato sociedad de gananciales (comunione ridotta agli acquisti) simile al nostro.

La disciplina di diritto speciale riguarda invece le regioni della Catalogna, Baleari, Aragona, Paesi Baschi, Galizia e Navarra. Nelle prime due regioni vige il regime legale di separazione assoluta dei beni; nelle altre un regime di comunione, che è di tipo universale nelle zone basche di Vizcaya e Alava.

Maggiori differenze rispetto alla disciplina vigente nel nostro Paese si rinvengono in Portogallo dove il regime patrimoniale legale è quello della comunione dei beni, ma l’amministrazione è riservata esclusivamente al marito, salva la sua impossibilità o salvo che si tratti di beni propri, dotali, acquistati a titolo gratuito dalla moglie, o da questa apportati alla comunione. Se il matrimonio è stato celebrato senza le pubblicazioni, o lo sposo ha più di 60 anni (o la sposa più di 50) o uno dei coniugi ha già figli legittimi, si considera come regime legale quello della separazione dei beni. Il codice portoghese segue il principio dell’immutabilità del regime legale o convenzionale durante il matrimonio.

Ciò che caratterizza invece il sistema adottato dal Lussemburgo ("comunione ridotta agli utili") nel 1974 è la gestione dei beni comuni "in mani separate". Ciascun coniuge gestisce da solo e può disporre liberamente, anche se con reciproco controllo, non soltanto dei beni propri, ma anche della parte dei beni comuni che è stata da lui acquisita separatamente. Al momento dello scioglimento la massa comune sarà divisa in parti uguali, calcolate le dovute compensazioni.

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Le convivenze riconosciute

Il Paese tendenzialmente più innovativo è l’Olanda. A partire dal 1998 anche le coppie di fatto eterosessuali o omosessuali possono rendere legale e giuridicamente rilevante la loro convivenza attraverso la registrazione della loro unione nei registri dello Stato civile. Da ciò derivano effetti praticamente identici a quelli del matrimonio (tranne rispetto ai figli) anche sotto il profilo dei rapporti patrimoniali, per i quali vige il regime legale della "comunione universale".

Cadono in comunione tutti i beni e i debiti dei coniugi (sia quelli loro appartenenti prima del matrimonio che quelli acquistati successivamente a qualsiasi titolo), mentre sono beni personali quelli acquistati per testamento o donazione, quelli che hanno carattere strettamente personale o che sono stati acquistati con il reimpiego di beni personali.

Fino a quando il regime di comunione non è sciolto, tuttavia, ciascun coniuge ha pieni poteri non solo di amministrazione, ma anche di disposizione sui beni che ha apportato o acquistato. Pertanto solo allo scioglimento della comunione (che avviene per morte, separazione personale, divorzio, pronuncia giudiziale, modifica convenzionale) viene precisata la parte dei beni appartenente a ciascuno e si avrà riguardo al titolo di proprietà (per i beni immobili) o alla situazione di possesso (per i beni mobili). Entro tre mesi dallo scioglimento poi ciascun coniuge può rinunziare ai suoi diritti sulla comunione.

Comunione dei guadagni

Il regime legale di "comunione universale" è presente anche in Svezia e Danimarca. Qui è previsto pure in caso di morte di uno dei coniugi il coniuge superstite possa proseguire la comunione con gli eredi.

In Germania vige dal 1978 il regime patrimoniale legale detto "comunione del plusvalore" (o "comunione differita dei guadagni"). Si tratta in sostanza di un regime di separazione dei beni con la sola divisione dell’incremento del patrimonio. Al momento dello scioglimento del matrimonio vi è una reciproca compensazione tra i guadagni e gli utili avuti dai coniugi in costanza di esso, ma colui che ha percepito un minor reddito ha diritto di ottenere dall’altro (o dai suoi aventi causa) la differenza.

In Austria il regime patrimoniale legale e anche più diffuso è quello della separazione dei beni, ma si sta lavorando a un progetto per adottare come regime legale quello della comunione dei guadagni, tendente ad assicurare la partecipazione di ciascun coniuge ai risparmi fatti dall’altro. Sono frequenti poi le convenzioni che regolano, anticipatamente, i rapporti patrimoniali tra i coniugi in caso di divorzio. Se un coniuge non esercita attività professionale, a lui solo spetta la gestione della famiglia.

Inoltre, in mancanza di diversa convenzione, ciascuno conserva la proprietà dei beni anteriori e di quelli acquisiti successivamente al matrimonio, ma, nel dubbio, gli utili si presumono provenienti dal marito e, salva dichiarazione contraria della moglie, si presume che ella abbia affidato la gestione del proprio patrimonio al marito, in qualità di rappresentante legale, senza alcun obbligo di rendiconto.

Un simile obbligo non è richiesto neppure nella legislazione della Grecia, ma in questo caso la gestione può essere affidata all’uno o all’altro dei coniugi. La Costituzione greca del 1975, modificata da leggi successive, prevede come regime matrimoniale legale quello della separazione dei beni, ma le nuove norme hanno previsto una forma di partecipazione di un coniuge agli utili dell’altro in caso di divorzio, di nullità del matrimonio e quando c’è accrescimento del patrimonio di quest’ultimo (non derivante da donazione, eredità o legato).

Questa forma di partecipazione ai guadagni e agli utili è presente anche in Finlandia (altro Paese dove vige il regime di separazione dei beni) e costituisce un vero e proprio "diritto matrimoniale", che ciascun coniuge ha nei confronti dell’altro, in virtù del quale, in caso di divorzio o separazione personale, il coniuge con un reddito inferiore ha diritto ad ottenere dall’altro la differenza. Se però il coniuge non obbligato ha commesso adulterio o comunque una grave mancanza nei confronti dell’altro, il Tribunale può escludere questo diritto.

Nei Paesi di Common Law (Regno Unito e Irlanda) il matrimonio, in mancanza di espresso e diverso accordo tra i coniugi, non produce conseguenze patrimoniali e lascia i coniugi in una situazione di diritto comune, cioè di separazione assoluta dei beni. A ciò fanno eccezione alcune categorie ristrette di beni, come i risparmi sulle somme previste per le spese familiari, gli investimenti e gli acquisti fatti con tali risparmi, per i quali è stato introdotto nel 1964 il regime di comunione.

In Gran Bretagna numerose leggi hanno introdotto, negli ultimi trenta anni, consistenti novità. Una è quella del 1983, che ha previsto il diritto del coniuge non proprietario di far registrare a proprio favore l’occupazione della casa familiare per far sì che in caso di vendita sia necessario il proprio consenso. Altre hanno invece attribuito al Tribunale, in sede di separazione o divorzio, il potere di favorire economicamente la moglie e i figli anche in deroga alle convenzioni stipulate dai coniugi.

Laura Remiddi e Paola Bonifazi

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