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INCONTRI - UN’INTENSA CHIACCHIERATA CON GIANFRANCO CECCHIN

I diversi rituali del distacco

di Maria Cristina Koch
(psicoanalista)
            

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 1999 - Home Page Non in tutte le culture i figli "appartengono" alla famiglia. In molti Paesi a noi vicini è lo Stato che se ne occupa. Ne derivano, secondo l’esperienza di un illustre terapeuta, simbologie familiari differenti. Il futuro, tuttavia, sembra il modello proveniente dagli Usa.

Gianfranco Cecchin, psichiatra, psicoanalista e terapeuta sistemico, ha fondato con Luigi Boscolo nel 1977 la prima scuola di formazione per i terapeuti familiari, in Milano, nella ormai mitica via Leopardi. Il loro modo di far terapia, conosciuto in tutto il mondo come Milan approach, ha insegnato a generazioni intere una comunicazione terapeutica fondata sul rispetto, sull’esame delle regole del sistema familiare invece che sul giudizio dei comportamenti e, soprattutto, una persistente spregiudicatezza nel ragionare, aperta verso possibilità sempre inedite. «Le soluzioni che trova il sistema familiare per uscire dall’impasse sintomatico sono comunque più adeguate di quelle che saprebbe immaginare il sistema terapeutico», è una delle frasi di Cecchin che, non a caso, ha intitolato Irriverenza, il suo primo libro (Franco Angeli, Milano 1992). Irriverenza, s’intende, prima di tutto, verso le teorie del terapeuta stesso.

Spiritoso, ironico, duttile, gran narratore, Cecchin da più di vent’anni viaggia due settimane al mese, oggi a Londra, domani a Sydney, fra tre giorni a Copenaghen, da dove riparte per Tel Aviv e poi a San Diego per trattare famiglie in difficoltà, confrontare nuove ipotesi e sperimentare tecniche di comunicazione terapeutica. Lo conosco dal 1978, lavoriamo insieme, e ancora mi incanto a vederlo entrare in terapia. Sono andata a intervistarlo per parlare delle diverse culture familiari e verificare se ha senso riferirsi a una cultura europea in contrapposizione a una statunitense.

  • Le famiglie svedesi, italiane, francesi o tedesche hanno dei brandelli di cultura condivisi? E quali differenziazioni?

«Ricordiamoci che la famiglia parte dalla biologia: un uomo e una donna si mettono insieme, fanno i bambini e costruiscono un sistema. Ogni società ha dei modi leggermente diversi di creare questa struttura, anche se la parte biologica di base è la stessa».

  • E dovunque, se non ci sono bambini, non c’è famiglia?

«Certo. E il compito della famiglia è, dovunque, accudire i bambini. Ma la cosa interessante è che ci sono delle famiglie molto solide e potenti dove la società offre meno vantaggi e meno servizi».

  • E viceversa.

«E viceversa. Prendiamo la famiglia italiana e quella nordica: nel Nordeuropa sono garantiti numerosi servizi sociali e la famiglia biologica tradizionale è meno rigida rispetto all’Italia».

  • Cos’è che intendi per "meno rigida"?

«Più elastica. La rigidità delle famiglie vuol dire che i ruoli sono fissi. Si ha già un’idea abbastanza chiara di ciò che dovrebbe fare la moglie o il marito. C’è poca negoziazione, è un po’ tutto previsto e non bisogna fare nessuno sforzo mentale per accettare questa proposta: è la rigidità per cui le famiglie d’Italia fanno fatica ad accettare dei cambiamenti».

  • Ma rigido vuol dire anche stabile?

«Sì, ma con ruoli fissi e previsioni chiare: "mogli e buoi dei paesi tuoi"; così sai che cosa aspettarti. C’è già una differenza fra il nord e il sud d’Italia. In Sicilia, per esempio, quel che conta è: "stai facendo il tuo lavoro"? Di padre, di madre, di nonna, di zia, di fratello? I doveri sono precisi e definiti dalle tradizioni. Il ruolo è più importante del rapporto interpersonale».

  • Si può dire che un gioco di ruoli così chiaro e rispettato esonera lo Stato dal prevedere servizi sociali?

«Certo, esonera lo Stato; oppure, al contrario, si può dire che, poiché lo Stato non se ne interessa, la famiglia è costretta a diventare, almeno apparentemente, più solida».

Ma la teoria di "mogli e buoi dei paesi tuoi" è smentita da ogni evidenza. Abbiamo imparato che, nelle case regnanti, poiché si sposano sempre fra di loro, aumentano le tare ereditarie e si affievolisce l’intelligenza. È noto, invece, che le persone nate da incroci culturali hanno una maggiore intelligenza.

  • Ma il principio della tradizione e quello dell’evidenza sono opposti?

«Nei Paesi mediterranei c’è l’idea che l’uomo sposerà la donna che gli sceglierà la madre perché lei, la madre, sa meglio di lui quel che gli ci vuole: una cultura rigida è pericolosa anche dal punto di vista biologico e sociale».

Forse in Italia abbiamo potuto conservare la menzogna di "mogli e buoi dei paesi tuoi" perché siamo stati sempre invasi, abbiamo avuto ogni tipo d’incrocio ma l’abbiamo subìto. Lo stereotipo che vuole i siciliani piccoli e scuri è smentito dall’evidenza: chiunque vada in Sicilia, trova persone bionde e con gli occhi azzurri. Un dichiarato, in pratica, viene sconfessato dalla prassi, si segue una regola perché, su un altro versante, viene compensata.

  • E nei Paesi nordici?

«La struttura familiare è più flessibile, più tenue. Le separazioni non sono un dramma, non provocano così tanta sofferenza. C’è la legge che ti protegge, la gente mantiene le amicizie, i bambini non vanno in crisi. L’idea sociale non è basata sulla famiglia solida, permanente, supportata da un giro ampio di parenti che, da noi, quando si scioglie, genera panico e dolore allargato in ogni cerchio».

  • Nella famiglia nordica i figli escono presto, abitualmente. Diventa preoccupante se il figlio resta in casa?

«Ho visto recentemente, in Finlandia, una famiglia in ansia che si domandava come mai la figlia di 20 anni non andava via. Se lo domandavano i genitori e anche l’ambiente intorno. La madre diceva: "mia figlia è grande, non deve stare a casa, lei invece vuole venire a casa, aprire il frigorifero, mangiare quello che vuole". A noi italiani fa piacere che un figlio a vent’anni voglia stare a casa. I simboli sono le chiavi di casa e il frigorifero fornito da aprire e servirsi».

  • Quali altri "servizi" sono simbolicamente rilevanti?

«In Italia la situazione più diffusa è quella dello studente universitario che una volta la settimana va a casa con la valigia dei vestiti e delle camicie, perché la lavanderia la fa la mamma».

Mi viene in mente che, venendo a Milano, una cosa che mi ha molto stupito è sentire tante donne affermare: «Mio figlio si è sì sposato ma su una cosa non transigo, che non porti a me le camicie da lavare e stirare».

  • Come mai il legame, il ruolo materno qui è garantito dallo stirare le camicie, ma non dalla spesa, ad esempio.

«Diverse famiglie, diverse culture, danno valore a certi rituali ma non ad altri. L’idea italiana che dei vestiti si debba occupare la madre non funziona negli Usa. Infatti lì a ogni angolo di strada c’è una lavanderia, pubblica, dove si portano gli abiti. Invece, in America o nel Nordeuropa, è l’accesso al frigorifero che rappresenta l’uscita di casa».

  • E il telefono?

«In America anche l’uso del telefono è un segnale del distacco: devi pagare per usarlo. Invece in Europa è meno importante. In Usa se uno va a casa d’altri e sta al telefono spendendo soldi è drammatico: bisogna stare attenti. Anche un ospite, trattato meravigliosamente, non può fare, tranquillamente, una telefonata».

  • E nell’Europa centrale?

«Lì stanno sperimentando modifiche di culture. Apparentemente sono più liberi; la Germania è un po’ più simile a noi, ma con un maggior grado di flessibilità».

  • E per quanto riguarda i servizi sociali?

«In Scandinavia la società dice: tutti i bambini devono andare a scuola. È una norma così ovvia che nessuno neanche si ferma a pensarci. Ma se i genitori non mandano i bambini a scuola, la polizia arriva a prenderli. Sono in pochi e i bambini sono sacri: rappresentano l’investimento sul futuro. Scuola e università sono pagate dallo Stato. Nascono, però, grossi problemi se c’è una famiglia proveniente da un altro Paese».

  • Ad esempio?

«Una signora irachena aveva due bambine e, ogni tanto, le teneva a casa, andava a fare la spesa con loro e passavano del tempo assieme. Sono arrivati gli assistenti sociali, volevano costringere le bambine ad andare a scuola, la madre ha cominciato a litigare, s’è messa a urlare e si è chiusa in casa. È finita che le hanno diagnosticato una "personalità paranoide". È intervenuto, persino, un rifugiato politico per dire che era una persecuzione, un pregiudizio contro l’Iraq. Conclusione: l’hanno presa e messa in ospedale psichiatrico. E le due figlie sono state affidate a una famiglia, sperando che tornassero a scuola, ma loro chiedevano solo della mamma e non gli interessava la scuola. Gli assistenti sociali erano disperati e la mamma in ospedale psichiatrico. Racconto tutto questo per spiegare l’impossibile compromesso fra culture opposte. In Iraq stare con la madre e farle compagnia è più importante della scuola. È un caso in cui la struttura sociale è intervenuta pesantemente nel sistema familiare».

A questo proposito ho letto che, in Inghilterra, Tony Blair ha insistito molto sull’obbligo scolastico e che la polizia va a prendere i bambini che restano a casa. Blair, tuttavia, si è permesso di dire che lui avrebbe fatto saltare un paio di giorni di scuola ai suoi bambini (seguendo, si può dire, il ragionamento della madre irachena) per poter andare in vacanza: «Io lavoro tutto il tempo fuori casa, e, visto che anche mia moglie lavora, prendiamo dei giorni per stare in famiglia». Questo, a mio parere, si scontra con ciò che lui stesso aveva stabilito. C’è quindi un problema di classi e di diritti.

  • Per chi si creano certe norme? A chi appartengono i bambini?

«Quando vado in Inghilterra, e incontro gli assistenti sociali, dico loro: "perché non dite chiaramente alla gente che qui, in Inghilterra, come in Danimarca, per esempio, i bambini appartengono allo Stato?"».

  • Come sempre, l’importante è saperlo!

«Certo, basta dirlo! I bambini sono affidati alle famiglie finché queste si comportano bene. Quando cominciano a dare dei segni di incompetenza, essi ritornano allo Stato, il vero "proprietario" dei bambini. Essi sono il futuro della nazione».

  • Questo pensiero appartiene al nord dell’Europa?

«Sì, e anche in Francia è molto simile. In Inghilterra (come in America), in Irlanda, in Scandinavia, è chiaro che l’investimento per il futuro è sui bambini. Lo Stato non si fida delle famiglie, tanto che, quando nasce un bambino in Inghilterra, c’è un’infermiera che visita tutti i neonati, una volta la settimana, così, senza richiesta della famiglia».

Mi ricordo che, anche a Milano si facevano, nei consultori, i gruppi della "pesata", ma non per controllare i bambini. Lo scopo dichiarato, ma in gran parte reale, era quello di far sì che le mamme non fossero sole, di fornire loro un circuito di altre mamme con cui parlare. Si portano i bambini a pesare, ma non è importante la pesata, perché il bambino è palesemente sano. Inoltre, se una madre si accorge che suo figlio non sta bene, non lo porta nei gradi intermedi: lo porta dal pediatra o in ospedale. Sembra, allora, che a Milano il servizio sociale, più che garantire direttamente la custodia dei "cuccioli", si preoccupi di organizzare una rete di madri perché non siano sole e non si chiudano con il loro bambino. Lo scopo è forse evitare che le famiglie non divengano mononucleari in questi termini così angusti.

Per quanto riguarda, invece, la situazione delle famiglie ricomposte, noi che facciamo questo mestiere, abbiamo già delle idee: se sia bene, ad esempio, che si viaggi tutti assieme, che si vada in vacanza con ex mariti, nuovi mariti, nuove compagne, quasi compagne, figli e affini e si ricostituisca una struttura orizzontale di clan familiare. Mi chiedo se non dovremmo difendere un certo gusto delle barriere, della distinzione fra i nuclei. Un bambino deve sapere con precisione chi è suo padre o riconoscerlo in quello che gli fa da padre.

  • C’è un problema di memoria, di legami da conservare?

«Io ho visto che, indipendentemente dalle nazioni, nelle famiglie scandinave, in Germania o in Italia, i bambini hanno idee molto conservatrici. Lo dicono fin dai tre anni che vogliono un padre e una madre. Non vogliono due papà (l’amico della mamma e quello vero), perché si confondono. In molte famiglie ricomposte il nuovo compagno appena arrivato si vuole fare chiamare papà, ma i figli non sono d’accordo e lo chiamano per nome».

  • È vero che spesso i figli protestano per questa "immoralità" dei genitori"?

«Certo e terapeuticamente bisogna rispettare questo bisogno. Però i bambini capiscono subito che il papà è quello che si occupa di loro, non quello che ha dato il seme. I bambini nascono sani, vogliono un solo papà e una sola mamma. Questo accade dovunque ».

  • E per quanto riguarda le adozioni e l’informazione sui genitori d’origine?

«C’è stato un caso di una famiglia scandinava che aveva adottato da piccolissimo un bambino dello Sri Lanka, andava a scuola in Svezia: era svedese, ma nero. Poiché chiedeva notizie sui genitori biologici, quelli adottivi gli proposero di incontrare la madre. Ci pensò a lungo e a 17 anni decise di conoscerla. Anche lei era disposta ad incontrarlo. Era una donna giovane, sui 30 anni, l’hanno trovata circondata da altri bambini, viveva in baracche povere, ma in un ambiente meraviglioso. Ci sono stati due o tre giorni d’imbarazzo, mentre lei guardava con orgoglio questo figlio più bello degli altri, perché cresciuto con un’alimentazione diversa. Restarono lì una settimana e poi, su richiesta del figlio, i genitori adottivi aiutarono economicamente la mamma dello Sri Lanka. Con la modesta spesa di due milioni le costruirono una casa».

  • E poi?

«Il ragazzo, tutto contento, è partito, felicissimo di quel che avevano fatto e contento di essere svedese. Ha detto che vorrebbe tornare, magari una volta l’anno, a trovare questi suoi nuovi parenti».

  • Come è oggi la vita di questo ragazzo?

«È più ricca. Sa da dove vengono lui e il suo colore. Inoltre ammira i suoi genitori adottivi».

  • Sono stati proprio bravi!

«Ma anche la mamma dello Sri Lanka si è comportata bene: ha dato via il bambino perché era poverissima. Quando è nato era anche lei una bambina, ha capito subito che non ce l’avrebbe fatta a tenerlo con sé».

  • Brava, anche, a non chiedere scusa. Avrebbe potuto cominciare a disperarsi dicendo al figlio quanto avrebbe voluto tenerlo.

«In questo caso, la cultura svedese ha funzionato. La mentalità nordica ha un alto grado di tolleranza rispetto alle abitudini e ai pensieri diversi».

Vorrei introdurre un altro tema. C’è stato a lungo un senso di nostalgia, per certi aspetti, negli Stati Uniti, verso la cultura europea, di cui gli americani cominciano, anche, ad essere un po’ impazienti. Mi sembra che osservino con interesse l’Europa e in particolare i suoi variegati gruppi familiari, fatti di bambini, di zii, di nonne.

  • Gli Usa scrutano il nostro modello oppure non l’hanno mai visto, né gli interessa?

«Il loro interesse è quello culturale o folcloristico: le famiglie italiane di Brooklyn, che mangiano insieme in grandi tavolate imbandite».

  • Ma si tratta solo di folclore? Non considerano un valore la famiglia unita?

«No, non è un valore. Guardano come noi guardiamo le famiglie cinesi, unite e chiuse, dove la nonna è fortissima, i vecchi contano veramente tanto. È un po’ come studiare il mondo antico perché è da lì che veniamo. L’America proviene dall’Europa, dal Vecchio Mondo, e vuole mantenere vivi questi ricordi, ma senza il desiderio di tornare indietro».

  • È molto interessante, soprattutto nel momento in cui stanno avvenendo migrazioni di dimensioni bibliche.

«Gli Stati Uniti sono, forse, l’unico Paese dove la gente, che vi arriva migrando, non vuole più andarsene per tornare nella propria terra. Chi va in Svizzera o in Germania o in Turchia, sogna di tornare. In America, invece, si può assorbire chiunque, c’è posto per tutti».

  • E questo, perché? Perché l’America è il presente?

«Sì, il presente con un passo in più. Tornare a casa vuol dire anche fare un passo indietro. Sarebbe interessante capire cosa fa sì che uno non si domandi neppure perché dovrebbe tornare. C’è stato quel grande movimento di neri cui fa riferimento il libro "Radici". Per anni hanno negato di avere un passato e hanno recuperato questa passione dell’Africa come propria origine, ma nessuno di loro vi è poi realmente tornato. Tutt’al più, alcuni neri sono andati in Sudafrica perché lì c’è il futuro. Ecco, l’idea dell’America è l’idea del futuro».

  • Mentre l’Europa ha finito di costituire un futuro. E questo vale anche per le famiglie?

«Sì, è così, e negli Usa la società è più forte che nei Paesi nordici. Mi sembra che famiglie forti richiedano società deboli, però la forza, la stabilità non è detto che renda la famiglia più sana di altre se resta unita più per forza che per convinzione».

  • Ci sono culture patogene per le famiglie?

«Sulle "malattie" gravi, non ci sono differenze; quando si danno messaggi confusivi si può impazzire, e i messaggi confusivi vengono dati usando la cultura circostante. In tutte le culture c’è la violenza e la sopraffazione maschile. Le patologie più leggere, invece, si modificano a seconda delle culture».

  • E se andremo tutti verso quello che tu hai chiamato il futuro, la cultura statunitense, ci sarà anche una capacità minore della famiglia di essere presenza, supporto e anche memoria?

«Certo. Vedo mio figlio che è sposato e ha tutti i suoi amici a New York (tutti più o meno coetanei sui 30/35 anni). Lì non c’è nessuna diversità fra uomo e donna. Non è un argomento che si finisce per discutere talmente è ovvio. Mentre noi, qua, stiamo ancora a dissertare o litigare su chi fa i lavori di casa e chi guadagna. Negli Usa il gruppo di supporto è rappresentato dagli amici ed è sufficiente. Le famiglie estese sono meno importanti. Lo sono dal punto di vista sentimentale, ma non costituiscono l’appoggio essenziale. Si crea, piuttosto, una rete di coetanei di cui ciascuno è il centro».

  • Come dire che dallo schema antico dei genitori che proteggono i figli si sta passando allo schema di una grandissima fascia di fratelli che si sostiene a vicenda?

«Di fratelli e di coetanei. Ma, questo, vale anche per gli anziani: appena i figli si allontanano, i genitori vendono la casa e ne comprano una più pic-cola, dove non entrino i figli e non ci sia per loro un frigorifero da aprire».

Maria Cristina Koch
    

"LO DICIAMO A LIDDY?"

«Ha appena chiamato Liddy», disse Dennis, «è fuori di sé, si può sapere che cosa le avete fatto?». «Noi, niente! Glielo abbiamo detto». Qual è il segreto rivelato non spetta qui ricordarlo, anche perché è più di uno il fatto misterioso da comunicare alla "povera" Liddy, una delle quattro sorelle di una famiglia molto unita e legata dagli affetti e dalle complicità reciproche. Non è la trama dell’accattivante racconto di Anne Fine (Lo diciamo a Liddy?, Adelphi, Milano 1999, pp. 185, lire 26.000) che ci preme riassumere, ma le domande che vengono in mente al lettore.

È giusto dire tutto in famiglia oppure è meglio tacere per non guastare i rapporti? È valida l’unità di una famiglia che nasconde diversi scheletri negli armadi oppureCopertina del libro: "Lo diciamo a Liddy?". è meglio scatenare le vendette, le cattiverie dei componenti per ricominciare, se è possibile, senza ombre e dubbi?

A questi interrogativi si aggiunge il fatto che Bridie, la sorella che più di tutti si è impegnata per mantenere coeso il gruppo, svolge, con entusiasmo, l’attività di assistente sociale. I problemi degli altri sono anche i suoi, ma nel momento in cui la sua famiglia cede sotto il peso degli intrighi, cede anche la sua motivazione professionale. Questa duplice sconfitta la rende diversa nei rapporti interpersonali e in quelli di lavoro.

Lo stretto legame fra il proprio vissuto e quello degli altri, sminuzzato nell’intento di capire, com’è evidente per tutti quelli che lavorano nel sociale, è l’aspetto del libro che più fa riflettere. I cambiamenti fra la Bridie, sostegno e sostenuta dalla sua famiglia, e quella delusa e amareggiata sono una delle chiavi di accesso per capire chi ci sta di fronte, a chi affidiamo i nostri segreti e i nostri problemi. La Bridie del secondo tempo vive, in prima persona, molte reazioni dei suoi "utenti". Ora che sono diventate anche le sue, si propone di non infliggere mai più questi tormenti a chi crede di aiutare.

Franca Pansini

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 1999 - Home Page