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MASS MEDIA & FAMIGLIA - IL CINEMA NON È SOLO EVASIONE

I segnali lanciati da Cannes

di Ezio Alberione
            

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 1999 - Home Page Le preferenze della Giuria hanno incontrato i film più ostici per scuotere l’apatia del pubblico, ma ha trascurato la svolta compiuta da autori trasgressivi come Lynch, Kitano e Almodovar verso un cinema che riscopre i valori umani. Più coraggiosa la scelta della Giuria ecumenica.

Un Festival cinematografico può risultare un’isola felice per cinefili che si estraniano dal mondo oppure può diventare un osservatorio privilegiato per osservare, attraverso il filtro artistico, le linee di tendenza della cultura e, dunque, della vita del nostro tempo.

La 52ª edizione del Festival di Cannes svoltasi lo scorso maggio è stata caratterizzata in qualche modo proprio da questa dicotomia: da un lato si ripetevano gli stanchi rituali mondani con cui un’élite dell’Occidente celebra se stessa (dimentica del fatto che, a poche centinaia di chilometri dalla Croisette, fosse in corso una guerra), mentre dall’altra parte si poneva il lavoro di quegli autori che rifiutano di considerare il cinema solo come una forma di entertainment e di evasione.

Su una posizione decisamente "impegnata" si è attestata la Giuria, presieduta da David Cronenberg, che ha partorito un verdetto contestato come raramente era capitato in precedenza. La Palma d’oro e il premio per la migliore attrice (ex aequo) sono andati a Rosetta, diretto dai belgi Luc e Jean-Pierre Dardenne, che racconta la quotidiana lotta di una ragazza impegnata a trovare un posto di lavoro, ma soprattutto desiderosa di vivere una vita normale. Lo sguardo morale dei Dardenne, già autori di La promesse, rifugge dal patetico e mostra con efficacia, il dolore e la difficoltà di vivere nel mondo contemporaneo. La Palma a questo film premia dunque un lavoro rigoroso e un’idea di cinema di stampo neorealista, lontana anni luce dalla spettacolarità più esibita e dall’estetica dell’effetto speciale.

Molto più contestato è stato il titolo a cui sono andati il Grand Prix, il premio per il migliore attore e quello per la migliore attrice (ex aequo). Si tratta di L’humanité, un film del francese Bruno Dumont che parte dallo stupro e dall’omicidio di una bambina per sviluppare un’indagine antropologica su una realtà marginale e ferita. Dumont mette insieme componenti tragiche e aspetti (involontariamente?) comici, dimensioni patologiche e azioni potenzialmente simboliche, restituendo il vuoto di senso, l’assurdo e il mistero che ogni vita nasconde, ma sceglie una forma, dei tempi e dei modi così spiazzanti, lenti e ostici da rendere molto disagevole la visione e assai fumosa la comprensione dell’opera.

Il merito che si può riconoscere alla scelta della Giuria, di concentrare i maggiori premi su questi due film, è quello di aver voluto dare visibilità ad autori poco conosciuti, di aver sostenuto due film duri, sofferti, dolorosi e, attraverso di loro, un’idea di cinema che "impegna" a fondo lo spettatore, senza offrirgli scappatoie e concessioni, ma costringendolo a fare i conti con i lati più neri dell’esistenza. Da questo punto di vista – tanto più in un momento in cui l’Occidente stava vivendo una guerra – la decisione della giuria ha assunto una valenza "politica", anche se si è trattato di un segnale che, a dire il vero, ben pochi hanno colto.

Il problema è che scelte come questa, compiute sulla base di passione e ideologia (per usare due termini cari a Pasolini), rischiano di risultare troppo viscerali, forzate, unilaterali. Un giudizio, questo, che forse potrebbe essere applicato a molti verdetti festivalieri, ma che in questa circostanza risulta particolarmente evidente visto che sembra aver deliberatamente messo in ombra altri importanti segnali.

Il regista David Lynch.
Il regista David Lynch.

Un cinema "giubilare"

Un appuntamento di fine millennio si carica inevitabilmente di sovradeterminazioni "apocalittiche" (il senso della parola non indica l’attesa di una catastrofe, ma di una rivelazione). Vale anche per Cannes ‘99: la vicinanza dell’anno Duemila sembra aver agito come un richiamo inconscio per molti autori che testimoniano una volontà di ricerca di nuove strade, un desiderio di svolta, un invito a scoprire le cose che veramente valgono, facendo ammenda degli errori del passato. Proprio per questo ci è sembrato di avvertire una consonanza ideale con le istanze di base della celebrazione del Giubileo. Dal venticinquesimo capitolo del Levitico sappiamo che il suono del corno del montone (in ebraico, jobel, da cui deriva per l’appunto la parola "giubileo") doveva inaugurare un periodo di austerità, di fraternità, di annullamento dei debiti, di redistribuzione delle ricchezze, di affrancamento dalla schiavitù.

Qualcosa del genere si è respirato a Cannes. Non c’è stato commentatore, per esempio, che non sia stato colpito dalla generale e diffusa riscoperta dei sentimenti e dalla presa di distanza dalla violenza (soprattutto da parte di autori che non sono mai stati, propriamente, delle "mammolette").

Il caso più vistoso è stato quello di David Lynch con The Straight Story. Lynch ripercorre il lungo e lento viaggio compiuto a bordo di una specie di trattore da un uomo anziano, intenzionato a ritrovare il fratello con cui aveva litigato anni addietro. Bastano queste indicazioni – il vecchio, la lentezza, il contesto rurale, la ricomposizione familiare – per marcare la distanza rispetto a tanto cinema contemporaneo che ama piuttosto i giovani, il ritmo veloce, l’ambiente cittadino e le contrapposizioni violente. Lynch si riappropria del paesaggio americano e, con spirito kantiano, guarda il cielo stellato che lo sovrasta e la legge morale che lo informa (i valori della fraternità, della considerazione dovuta agli anziani, dell’ospitalità e dell’aiuto reciproco).

In qualche modo sembra che lo stesso Lynch abbia deciso di cambiare registro, come se avesse ritrovato una diritta via smarrita (basta pensare che Straight, cognome del protagonista, è anche un aggettivo che vuol dire "diritto", "diretto", e basta ricordare che il precedente film di Lynch si intitolava Strade perdute). David Lynch è troppo intelligente da non sapere che il suo è un discorso utopico. Ma The Straight Story è cinema classico, nel senso che si pone fuori dalle mode e fuori dal mondo per ricordarci, come in una favola, che quello di cui abbiamo bisogno è quasi sempre ciò che abbiamo perduto o che sta alle nostre spalle.

Un altro film sorprendente, strutturato ancora una volta sul motivo del viaggio, è quello realizzato dal regista giapponese Takeshi Kitano (già vincitore nel ‘97 del Leone d’Oro a Venezia per Hanabi). In Kikujiro, lo stesso Kitano interpreta la parte di un uomo che viene costretto ad accompagnare un bambino alla ricerca della madre perduta.

Il viaggio di questa strana coppia diventa per l’adulto l’occasione di una progressiva metamorfosi: da immaturo si fa responsabile, da sfruttatore del debole diventa suo nume tutelare e angelo custode, dalla superficialità egoistica del gioco d’azzardo si converte all’impegno ideativo di giochi e fantasmagorie per allietare la vacanza del bimbo. Ed è proprio questa riscoperta del gioco come risorsa fantastica e relazionale che rende le persone e il mondo migliore (forse questo è il senso ultimo dell’arte: "ri-creare" il mondo) e permette di superare il dolore che a tutti la vita riserva.

A Cannes c’è stato un film su cui pubblico e critica all’unanimità hanno fatto convergere il loro apprezzamento: Todo sobre mi madre ("Tutto su mia madre"), dello spagnolo Pedro Almodovar, a cui è toccato ufficialmente solo il premio per la regia. A questo film è stato però attribuito, coraggiosamente e intelligentemente, il premio della Giuria ecumenica. Non era facile operare questa scelta perché l’autore in questione è quasi un’icona della trasgressione (si pensi a film come Il fascino indiscreto del peccato, La legge del desiderio, Matador, Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Legami), e anche questo film si presenta come un melodramma esagerato e paradossale in cui abbondano situazioni e personaggi fuori dal comune (uomini che sono diventati donne, suore che hanno gettato l’abito alle ortiche per diventare madri).

Pedro Almodovar a Cannes.
Pedro Almodovar a Cannes.

Il vincitore morale

L’intreccio delle vicende però è solo il rivestimento di una parabola profondissima che parla del dolore di vivere e dell’amore che rende vivibile l’esistenza. E la Giuria ecumenica si è dimostrata capace di leggere la profondità dei significati più che la superficie delle vicende narrate. Todo sobre mi madre è un film commovente e divertente, in cui pulsa la vita con il suo carico di speranza e delusioni, ma è anche un film profetico ed epocale per come individua nel "femminile" la risorsa del futuro. Le donne amano anche a costo di farsi del male, ma sanno anche ricucire gli strappi e le lacerazioni della vita. La creatività è una prerogativa del femminile che non a caso è portatore di vita: ed è soprattutto la vertigine della maternità che Pedro Almodovar traduce in un’affermazione del valore della vita contro l’ineludibile dominio della morte.

Sulla scia di Almodovar, in molti altri film il "femminile" ha la funzione di cartina tornasole per mettere in luce i conflitti, le ansie, le speranze dell’individuo e della società. E spesso la donna, pur vivendo in prima persona le contraddizioni, si fa portatrice anche della possibilità di ricomporle, di generare la speranza, di fecondare il futuro.

La balia di Marco Bellocchio, ad esempio, ha per protagonista un medico che da poco è diventato padre e deve destreggiarsi tra una moglie aristocratica e sofferente e una balia popolana e intraprendente. Queste due donne d’inizio Novecento vivono in un’epoca che le costringe a ruoli subordinati, ma che è anche intrisa di spinte verso il cambiamento (le lotte operaie a livello socio-politico, la psicanalisi a livello individuale). In maniera diversa entrambe vivono una trasformazione e il loro apparente antagonismo assomiglia piuttosto alle due facce della stessa medaglia: quella che porta alla scoperta e alla valorizzazione di sé.

Valeria Bruni Tedeschi è "La balia" di M. Bellocchio.
Valeria Bruni Tedeschi è "La balia" di M. Bellocchio.

La risorsa della debolezza

Anche nel mondo ultraconservatore degli integralisti ebraici, raccontato dal regista Amos Gitai in Kadosh (Il sacro), si confrontano due stili, due sensibilità, due modi di intendere la vita (e la religione): quello maschile e quello femminile. La donna, vittima sacrificale dello strapotere e dell’insensibilità maschile, finisce per incarnare la dimensione della grazia, mentre l’uomo soffoca nell’ottemperanza della legge.

Prima le donne (Almodovar), poi i vecchi (Lynch) e i bambini (Kitano): dal naufragio di fine millennio sembra proprio che possano salvarci i deboli. Quella "femminile", da questo punto di vista, è considerata la categoria debole per eccellenza, ed è anche il modello di un’attitudine e di uno sguardo amorevole sul mondo. "Debole" e "femminile", dunque, sono concetti equivalenti che ripropongono la paradossale logica evangelica per cui gli ultimi saranno i primi e ciò che è stolto agli occhi del mondo risulta sapiente agli occhi di Dio.

Questo è il senso delle donne di Almodovar, di Rosetta dei Dardenne, della scelta di puntare sui personaggi che stanno ai margini della vita (i vecchi o i bambini), che abitano in periferia, che occupano le posizioni più basse della scala sociale: costruire una realtà migliore a partire da quello che il nostro mondo, pieno di difetti e ingiustizie, ha relegato in secondo piano.

Pensiamo ai vecchi protagonisti di El coronel no tiene quien le escriba ("Nessuno scrive al colonnello"), che il messicano Arturo Ripstein ha tratto dal romanzo di Gabriel García Márquez. Nella vita dei due coniugi tutto è andato per il verso sbagliato, sono soli (il loro unico figlio è morto) e poveri (aspettano una pensione che non arriva), ma conservano una dignità, una nobiltà e una passione che fa di loro i "giusti" in un mondo "sbagliato".

Oppure possiamo fare riferimento a Felicia’s Journey ("Il viaggio di Felicia") di Atom Egoyan, che ha per protagonista una ragazza incinta scappata di casa e un uomo di mezz’età che uccide le donne a cui offre la sua protezione quando lo stanno per lasciare. Il soggetto, potenzialmente, è quello di un thriller, ma Egoyan firma piuttosto un giallo esistenziale, entrando nei labirinti del cuore umano e del bisogno di attenzione e di amore che lo governa.

Infine, possiamo ricordare Beautiful People (il film che ha vinto la sezione "Un certain regard") per come intreccia le storie di ordinaria microconflittualità del civile mondo occidentale (famiglie in crisi, sposi che si separano) con i grandi drammi della guerra nell’ex Jugoslavia.

Il film, scoppiettante e imprevedibile, ci mostra i mille volti della violenza, ma è un invito alla speranza e al cambiamento. Basta che un drogato si trovi a contatto con il dolore della guerra per trasformare l’eroina da veleno in farmaco. Basta che una donna incinta per uno stupro etnico dia a sua figlia il nome di Chaos per affermare che l’amore e la vita sono più forti dell’odio e della morte. Insomma, basta cambiare prospettiva per far sì che il negativo possa mutare di segno.

Ezio Alberione

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