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MATERIALI & APPUNTI

La mondialità in casa

di Serena Gaiani
    

   Famiglia Oggi n. 8/9 agosto-settembre 1999 - Home Page Apertura al povero. Sentirsi solidali con il Terzo Mondo. Denunciare gli sprechi. Fra le famiglie italiane si diffondono sempre più i principi della solidarietà. A vantaggio di una crescita umana di chi vi aderisce.

In questi ultimi anni si stanno verificando, nel nostro Paese, dei notevoli e rapidi cambiamenti riguardanti le modalità con cui gli stessi italiani manifestano la loro solidarietà e la loro condivisione con chi si trova in stato di bisogno. Una delle strade preferite e anche tanto pubblicizzate è quella del sostegno a distanza comunemente conosciuta come "adozione a distanza".

Lo stesso recente conflitto in Kosovo, per esempio, ha portato alcune organizzazioni non governative e alcuni organismi umanitari, solitamente 0899fo70.jpg (8791 byte)impegnati nel Terzo Mondo con progetti di sviluppo a lungo termine, a inserire nel loro ventaglio dei progetti d’emergenza i sostegni a distanza. La presenza di tale forma di solidarietà è oggi sempre più evidente, tanto che si rischia la sua inflazione.

I segreti del successo del sostegno a distanza sono molti e già ampiamente presentati da Famiglia oggi (n. 2, 1999). In questa sede si vogliono, invece, prendere in considerazione quegli elementi di indiscutibile valore che tale forma solidale fa coltivare a livello sia personale che sociale. La diffusione di principi solidali quali l’apertura e l’accoglienza verso chi si trova in particolare condizioni di necessità, l’incremento di un clima di dialogo interculturale, l’avvicinarsi alle problematiche della povertà e delle sperequazioni tra Nord e Sud del mondo fanno del sostegno a distanza un vero e proprio strumento di crescita e di educazione.

È probabilmente anche in virtù di questa valenza formativa che molti cittadini hanno abbandonato la cultura dell’offerta occasionale per affidarsi a questa iniziativa, considerata più valida ed efficace per concretizzare la propria generosità e per realizzare la voglia di "giocarsi" attivamente a favore degli altri.

Il sostegno a distanza, infatti, rivela la sua importanza pedagogica chiamando il sostenitore stesso a partecipare in prima persona al "fatto solidale" e facendolo diventare co-protagonista (insieme al destinatario d’aiuto) di un cammino di educazione e di sviluppo.

Questa forma di solidarietà, se colta in tutte le sue potenzialità, può costituirsi come potente stimolo al fine di acquisire uno stile di vita diverso, improntato all’essenzialità e alla lotta contro gli sprechi. Può portare il cittadino alla consapevolezza di avere una corresponsabilità su scala planetaria e ad avere, quindi, una maggiore incidenza nei confronti di ciò che si può fare in questo "villaggio globale". Tutte queste conquiste formative hanno la possibilità di concretizzarsi nella storia di tutti i giorni e di immergersi nel vissuto quotidiano della famiglia del sostenitore a distanza, fino a diventarne parte integrante.

È quello che ha scoperto anche una maestra della scuola elementare quando, un giorno, ha chiesto ai suoi alunni di presentare la composizione della propria famiglia. Uno di loro, Marco, ha prontamente risposto: «In casa siamo in cinque: il papà, la mamma, io, mia sorella Giulia e Charles, il mio fratellino adottato a distanza». Una semplicissima affermazione, quella di Marco, che lascia intuire quale clima si stia respirando nella sua famiglia. Quanto detto finora trova riscontro in casi isolati o sono davvero espressioni provate da chi sottoscrive questa forma di solidarietà?

La conferma dei dati

Un’indagine statistica condotta tra l’ultimo trimestre del 1997 e i primi mesi del ’98 ha visto coinvolti 1.600 sostenitori a distanza sparsi sostanzialmente nel Nord Italia e ha cercato di scoprire sia l’identità del sostenitore, sia quali implicazioni emotive, affettive ed educative sono legate a questa solidarietà 1.

La ricerca ha messo in luce una serie di dati illuminanti. Anzitutto, si è rilevato come la fetta più rappresentativa del campione sia costituita da nuclei familiari (45%). Un dato, questo, non casuale se si pensa che la famiglia rimane ancora la prima agenzia educativa e quindi molto attenta a tutto ciò che può riguardare il mondo dell’infanzia.

Particolare è anche la connotazione interna di questi nuclei familiari: la coppia genitoriale rivela un’età compresa tra i 41 e i 50 anni (e questo vale sia per i padri che per le madri), mentre i figli sono, per la maggioranza dei casi, ultramaggiorenni.

Questi elementi, uniti agli altri dati raccolti nell’indagine, portano a individuare una forte connotazione genitoriale che alimenta questo tipo di solidarietà: la maggioranza degli intervistati ha esperienza come genitore e il sostegno a distanza diventa una nuova possibilità di perpetuare la propria predisposizione genitoriale andando oltre l’orizzonte dei propri figli.

La famiglia, quindi, che già annovera tra i suoi compiti naturali quello di condurre all’autonomia e all’indipendenza i figli da essa generati, manifesta in modo spiccato, la sua indole e la sua disponibilità ad accompagnare nel cammino di crescita anche un altro bambino.

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Al di là del protagonismo familiare, questa particolare sensibilità emerge anche da un altro 37% del campione costituito da sostenitori single, di cui la stragrande maggioranza è risultata composta da donne (l’83%). Pur non trattandosi di nuclei familiari, la presenza, quasi totale, della figura femminile rimanda ancora al concetto appena individuato di predisposizione naturale, insita nell’animo di queste persone, a farsi "madri" anche se "a distanza".

Altro discorso, invece, per le classi scolastiche o i gruppi di vario genere, tra cui quelli di catechismo, che utilizzano il sostegno a distanza prevalentemente come strumento formativo didattico (vedi box).

Le motivazioni della solidarietà

Ma gli aspetti da evidenziare sono quelli relativi alle motivazioni che spingono la famiglia e gli altri intervistati verso il sostegno a distanza.

Tra le domande poste nell’indagine, infatti, ce ne sono alcune che scendono ulteriormente nei particolari e portano a conoscere questa solidarietà guardandola con la prospettiva di chi l’ha scelta.

Un primo 58% di risposte rivela, quale spinta primaria, la volontà di dare una testimonianza di amore cristiano alla vita.

Da questa opzione emerge come la maggior parte dei sostenitori veda in questa iniziativa uno strumento concreto per esprimere, in maniera incisiva, la propria presenza sociale. Ciò che colpisce è il fatto che i più si ritrovino in valori vissuti in ottica di fede e proposti dall’esperienza cristiana. Quasi a testimoniare un ritorno a contesti che contrastino il vuoto valoriale di questo fine secolo.

Non meno importante, però, appare anche la scelta di chi vede nell’adozione una proposta giusta, espressione di una coscienza che si appella a punti di riferimento più laici e depurati da spiccate connotazioni religiose.

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C’è anche un 23% che aderisce all’iniziativa per fare buon uso di parte del denaro, preoccupato di non sperperarlo in beni non necessari o per fini personali o per mode illusorie o per adesione alla società dei consumi.

Individuate le principali ragioni che spingono alla sottoscrizione di un sostegno, vediamo ora quale tipo di coinvolgimento produce questo nei sostenitori. Per scoprire ciò sono stati elaborati due quesiti a cui gli intervistati hanno risposto, prima a titolo personale e poi in veste di portavoce di quello che provano e pensano anche gli altri membri della loro famiglia.

A livello personale, il 75% degli adottanti è soddisfatto di fare qualcosa di buono nel suo piccolo. C’è in questi la consapevolezza che i drammi e le condizioni di miseria in cui si trovano tanti bambini non si possono risolvere in modo immediato, ma che comunque l’apporto di ognuno è fondamentale per migliorare concretamente alcune di queste numerose e disperate situazioni.

È la conferma della volontà di scendere in campo attivamente (ritagliandosi magari anche un po’ di gratificazione personale). Segue un 40% di sostenitori che sottolinea una delle car a t t e r i s t i c h e principali del sostegno a distanza già evidenziato fin dagli inizi, quella d’essere una forma di apertura della famiglia e quindi anche strumento di crescita dell’impegno cristiano.

Riemerge proprio, in questa sede, anche un altro fenomeno già presentato prima: la predisposizione del sostenitore al ruolo genitoriale. C’è infatti un 8% degli intervistati che prova la gioia di avere un altro bambino a cui accudire.

Infine, è solo l’1% che dichiara di provare tranquillità di coscienza e ancora meno (lo 0,5%) sono coloro che considerano il sostegno a distanza come una delle tante tasse annuali da pagare.

Si può dire che tutti questi orientamenti sono confermati anche dai dati relativi al coinvolgimento che l’adozione produce non solo nel sostenitore, ma anche sulla sua famiglia. Alla precisa richiesta di esprimere come questa solidarietà venga vissuta da tutti i membri della comunità familiare emerge forte un 53% che lo percepisce come impegno solidale.

Allargare gli orizzonti

Il primo valore che viene proposto dall’adozione è, quindi, quello della solidarietà, che porta la famiglia ad allargare il proprio orizzonte e a confrontarsi con le realtà degli altri. Ma la scia valoriale continua.

Confermano di nuovo lo slancio di apertura della famiglia anche gli altri dati che ci parlano di consapevolezza dei bisogni degli altri, della condivisione con chi è più povero, e dello scoprire in questa iniziativa la possibilità di un incontro con una persona di un Paese diverso.

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È presente anche in questa carrellata di coinvolgimenti un numero tuttavia sparuto di famiglie che ammette di non aver alcuno slancio affettivo o legame particolare con il bambino sostenuto e di sentirsi in gioco solo dal punto di vista economico.

Tale minoranza ribadisce, comunque, come il coinvolgimento personale e comunitario provato dalla maggioranza del campione rimanga elevato. Ciò viene anche confermato dalle risposte date ad altri due quesiti riguardanti i fenomeni della sostituzione e dell’interruzione definitiva del rapporto con l’adottato.

A volte, infatti, gli enti che seguono il progetto adottivo sono costretti a cambiare l’abbinamento sostenitore-bambino o addirittura a considerare concluso il sostegno. Ciò accade sia per fine naturale dell’impegno (termine degli studi, avvio alla professione, matrimonio), ma anche per eventi meno naturali e all’ordine del giorno nella precarietà delle realtà terzomondiali (guerre, epidemie, colpi di Stato).

Le reazioni di chi tra gli intervistati ha provato questi due eventi sono diversificate, ma sostanzialmente univoche ed evidenziano l’esistenza di un legame "a distanza" significativo che dispiace interrompere o sciogliere.

Nel caso degli intervistati che si sono visti sostituire il bambino, il 20% ha provato sentimenti di dolore e delusione. Fa stupire, a prima impressione, che a questo dato segua un 17% di indifferenti. Ma dall’analisi complessiva dei questionari è emerso che l’indifferenza provata da questi intervistati non è quella che esprime freddezza o cinismo, bensì è la reazione di chi già è a conoscenza dei problemi che possono emergere nei Paesi in cui è attivo il sostegno a distanza e che, quindi, è già preparato anche a questa evenienza.

Anche chi si vede interrotto il sostegno, per il 24% prova dolore, ma contemporaneamente legge dietro a questa risoluzione un atto di correttezza da parte dell’ente italiano intermediario che fa finire il sostegno là ove non esistono più le condizioni per continuare questo particolare tipo di aiuto.

La componente emotiva

C’è chi prova poi un sentimento di tristezza determinato dalla consapevolezza che si è interrotto un rapporto affettivo (15%). Anche questa percentuale fa vedere come la componente emotiva in gioco in questo legame sia presente e forte.

Se ancora ci fossero dei dubbi sul coinvolgimento provato dall’aderente a questa forma di sostegno, questi vengono definitivamente fugati dal 30% degli intervistati che dichiara la voglia 0899fo74.jpg (7609 byte)di incrementare il rapporto con l’adottato, tanto da richiedere alle associazioni una maggiore frequenza di contatti, e dal 13% che desidera andare oltre la relazione di corrispondenza, che il sostegno consente, per recarsi di persona a conoscere il bambino e vedere dove vive.

Infine, anche dalle risposte all’unica domanda aperta presente nell’indagine emerge il fermo desiderio di ampliare il contatto con il bambino adottato nonostante si sia consapevoli dei rischi psicologici e delle grandi difficoltà operative che questo comporterebbe.

Un intervistato ha dichiarato di volere più notizie sull’adottato, sulla sua crescita e sulla sua evoluzione e di desiderare più spazio per il rapporto personale con il ragazzo, visto che considera le schede e gli aggiornamenti che riceve abbastanza anonimi e burocratici.

Un sostenitore vorrebbe poter essere più vicino ai bisogni del ragazzo anche materialmente, se possibile; un altro dice che, avendo fiducia nel missionario, vorrebbe avere più libertà di inviare materiale. Quindi, gli adottanti hanno grandi slanci verso coloro che sentono come i "loro figli" lontani e sono, quasi sempre, alla ricerca di incrementare il legame stabilitosi.

Stile di vita

La ricerca ha anche supportato le affermazioni iniziali elaborate a proposito della significatività del sostegno a distanza per lo sviluppo di un modus vivendi improntato alla cultura dell’altruismo e della condivisione dei bisogni altrui. Nessun gesto occasionale, quindi, ma una forma di solidarietà fatta propria e vissuta nel tempo. Il 72% degli intervistati dichiara d’essere sostenitore a distanza da più anni, mentre il 14% lo è da due. La continuità dell’intervento d’aiuto si rivela fondamentale sia per il bambino beneficiario (che si sente davvero seguito e accompagnato nel suo itinerario di crescita) sia per l’adottante, che riesce ad approfondire la conoscenza di un’altra realtà culturale e a sentirsi veramente soggetto attivo di solidarietà.0899fo75.jpg (5801 byte)

A questo punto rimane da chiedersi se questa apertura all’altro è coltivata dagli intervistati solo con la forma del sostegno a distanza o se quest’ultimo si iscriva in una profonda e interiorizzata coscienza sociale aperta anche ad altre iniziative solidali. Con l’ultimo quesito del questionario proposto ai sostenitori si è voluto scoprire proprio questo.

Così si è visto che il 34% partecipa anche finanziariamente ad altre iniziative sociali e che un altro 32% contribuisce economicamente (pur non con la stessa continuità come per il sostegno a distanza) alla realizzazione di altri interventi.

L’aiuto offerto non è sempre solo di natura economica: il 23% dei sostenitori è impegnato, in prima persona, in attività solidali nel proprio paese e nella provincia d’appartenenza e aderisce ad associazioni di volontariato.

L’apertura e la condivisione sono, quindi, dirette non solo nei confronti di chi vive lontano, ma anche dei più vicini come confermato da una parte degli intervistati che agisce attivamente nell’ambito territoriale limitrofo alla propria abitazione.

Infine, con la medesima percentuale (un altro 23%) ci sono coloro che hanno sviluppato il proprio senso solidale unicamente nella forma del sostegno a distanza. Questo elemento è da leggere non come sintomo di chiusura e disinteresse, ma come segnale che non sempre si riescono a trovare il tempo e le energie per partecipare a diversificate iniziative solidali.

La molteplicità dei dati presi in considerazione ci ha, così, consentito di vedere nel sostegno a distanza un nuovo modo di pensare alla solidarietà.

I sostenitori hanno la possibilità di esprimere i valori della generosità, della condivisione e contemporaneamente di formarsi ed educarsi con uno strumento che consente di crescere nell’ambito dell’educazione alla mondialità, alla multicultura e alla pace.

Sono emersi il protagonismo attivo della famiglia adottante e degli altri sostenitori e il loro coinvolgimento sul piano emotivo-affettivo: componenti, queste, che rendono particolare il sostegno a distanza, differenziandolo dagli altri tipi di aiuto.

Stiamo assistendo, quindi, a un cambiamento di rotta nel mondo della solidarietà e a uno sviluppo ulteriore della coscienza collettiva che chiama tutti a sentirsi responsabili di quanto avviene sull’intero globo. È in questo panorama che il sostegno a distanza si presenta, oggi più che mai, come l’efficace risposta agli appelli lanciati.

Serena Gaiani

UNA FINESTRA SUL NORD-EST

Una particolare lettura psico-sociale del sostegno a distanza è stata data dall’Associazione delle famiglie per i diritti della famiglia di Belluno, che ha associato la diffusione di questa forma di solidarietà ad alcuni vissuti propri della popolazione del Nord-est. Il ricordo dell’esperienza emigratoria e i conseguenti disagi provati in terra straniera, la generosità, tipica eredità di un’anima agricola-contadina, e la presenza di una fede radicata e vissuta hanno portato proprio questa area ad essere tra le più sensibili e aperte ai bisogni dei Paesi in via di sviluppo.

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Viaggo nel nuovo
mondo della solidarietà
a distanza
fatto da Serena Gaiani,
autrice dell’articolo
qui pubblicato
TRA I BANCHI DI SCUOLA

L’originalità e la portata formativa del sostegno a distanza hanno fatto approdare questa nuova forma solidale anche nel sistema scolastico. Alcune associazioni di volontariato e di solidarietà promuovono, infatti, la conoscenza di realtà culturali e sociali diverse attraverso esperienze di gemellaggio. Gli studenti e i docenti italiani sviluppano, con i rispettivi colleghi che vivono in uno dei Paesi in via di sviluppo, una corrispondenza epistolare, la produzione e la spedizione reciproca di materiale didattico. In molti casi questa esperienza formativa, condotta "a distanza", si conclude con uno scambio di piccoli doni e una vicendevole visita.

NOTE:
1
. La ricerca è stata condotta in occasione della tesi di laurea dal titolo: La realtà dell’adozione a distanza: una solidarietà senza confini, discussa da Serena Gaiani (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Anno accademico 1996/97) ed è ora anche presente nel volume I mille volti dell’adozione a distanza, di Serena Gaiani, Istituto Bellunese di Ricerche sociali e culturali, Belluno 1999.

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