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Contesto flessibile del mondo occidentale - 2

La mascolinità rivisitata

di Nicoletta Diasio
(dottore in Antropologia con incarico universitario presso l’Università di Strasburgo)
      

Famiglia Oggi n. 10 ottobre 1997 - Home Page

Fragilità maschili

A partire dagli anni ‘80 i gender studies, gli studi sulla differenza sessuale, che si erano concentrati essenzialmente sulla femminilità cominciano a occuparsi della nuova fragilità maschile e della ridefinizione dei generi. Tale processo è motivato da uno slittamento nella costruzione dell’identità maschile: la donna è per l’uomo sempre meno un altro da sé, e sempre più un altro in sé. Con la crescente consapevolezza che la mascolinità e la femminilità sono allo stesso titolo dimensioni intrecciate nello sviluppo della personalità individuale, anche i ruoli sociali e le rappresentazioni collettive riguardo alla differenza di genere si modificano. La cultura postmoderna, caratterizzata dalla simultaneità e dal rimescolamento delle regole, dei comportamenti, delle prescrizioni estetiche, delle pratiche quotidiane – si pensi alla diffusione degli stili etnici –, introduce un principio sincretico e di disincantata ironia anche nel campo delle differenze sessuali. La pubblicità di una nota ditta di pneumatici, che mette in scena il corridore Carl Lewis su dei vertiginosi tacchi a spillo, o la foto di una campagna di moda di muscolose e tatuate braccia maschili che stringono un neonato si ispirano a una identità maschile che si dibatte tra l’imperativo della potenza e la constatazione della fragilità, ma al tempo stesso evocano una moltiplicazione delle competenze che rafforza invece d’impoverire chi ne è portatore.

Di volta in volta quest’interscambio tra femminilità e mascolinità viene ricondotto alla globalizzazione della società dei consumi e al livellamento operato dal mercato (Marj Kibby), alle scoperte scientifiche e tecnologiche che consentono d’intervenire sulla propria fisicità, alla cultura del cyborg (vedi recenti studi di Donna Haraway) che pone le possibilità di un’identità multiforme al confine tra l’umano e la macchina, tra il maschile e il femminile, tra il virtuale e il reale. Non si tratta tuttavia di un processo indolore. Se infatti sul piano della vita quotidiana e delle transazioni sociali l’identità femminile sembra avvantaggiarsi di tale flessibilità, come rivelano gli studi dell’antropologa Gioia Di Cristofaro Longo, i singoli uomini, nella concretezza di tutti i giorni, non riescono sempre a fare i conti con un concetto problematico di mascolinità.

Un osservatorio ideale di tale transizione è dato dai fenomeni migratori in cui la questione dell’identità fluttuante tocca sia la dimensione sessuale che quella culturale e sociale. Ad esempio le migrazioni al femminile, con schiere di donne che partono sole nella certezza di poter più facilmente trovare lavoro proprio perché donne – si pensi alle capoverdiane, alle filippine, alle peruviane –, avviano di fatto un processo di autonomizzazione che ridefinisce le relazioni tra i sessi. La divaricazione delle possibilità d’inserimento tra uomo e donna – in cui quest’ultima è, almeno per certi settori, favorita – conferisce una diversa legittimità sociale ed economica ai due partner.

D’altra parte, proprio perché le pratiche relative alla sessualità e alla procreazione sono quelle in cui è più forte il legame con la cultura d’appartenenza, quelle su cui riposa il nocciolo duro dell’identità di un gruppo, il nucleo domestico è attraversato da conflitti e tentativi di ribadire la subalternità femminile. La violenza diviene talora per l’uomo l’unico strumento per affermare la propria autorità in un quadro di riformulazione dei ruoli sociali o di tensioni legate ai ricongiungimenti familiari: un marito proveniente da una società "tradizionale" raramente accetta l’inedita condizione di subalternità economica alla moglie, ma ribadisce, e a volte enfatizza, degli elementi portanti dell’identità maschile nel costrutto culturale di provenienza, ad esempio la sopraffazione o il machismo.

Ma la mascolinità al guado tra tradizione e modernità, tra immagine sociale e dimensione intima, non turba unicamente società a loro volta implicate in un processo di ridefinizione. Basta leggere la corrispondenza con i lettori di molte popolari riviste per toccare con mano lo smarrimento, ma anche le potenzialità, che una messa in gioco delle identità maschili e femminili innesca tra i lettori. In alcuni casi essere uomo e non semplicemente maschio sembra così proprio "bello e impossibile" per parafrasare una canzone di Gianna Nannini. O ancora basti pensare ai sussulti di virilità che periodicamente attraversano i personaggi maschili del cinema degli anni ‘80 e ‘90 – da Rambo a Terminator – per cogliere, come afferma Marj Kibby dell’Università di Newcastle, quanto la pretesa egemonia di tali corpi-macchina non si configuri come espressione d’identità maschile, ma piuttosto come «la risposta isterica a un’apparente mancanza d’identità» (Cyberorgasm: machines and male hysteria, "Journal of interdisciplinary gender studies", 2, sept. 1996, p. 140).

Un esempio di questa fragilità è rilevabile da un’indagine svolta da una studentessa in Scienze sociali dell’Università dell’Arizona, Sarah Jean Bradley, sul tema: "Che cos’è un uomo?". Questa ricerca prevedeva risposte via Internet su che cosa caratterizzi la mascolinità. È interessante rilevare come in questa fluttuazione e rideterminazione la mascolinità venga definita attraverso immagini piuttosto convenzionali, anzi spesso riduttive, come il fattore genetico.

Le risposte si articolano infatti su tre modelli: il maschio: uomo è colui che «possiede un cromosoma X e uno Y», «un maschio della specie umana», «chi ha un pene». L’identità di genere è così ricondotta unicamente a una determinante biologica impoverendo la questione della sua complessità e riaffermando il primato di un fattore naturale, quindi non problematico né negoziabile. Il gentiluomo: una seconda immagine presenta l’uomo come «simbolo di forza, una roccia su cui arrampicarsi», «forte, razionale, affettuoso, protettivo nei confronti della sua famiglia», «degno di rispetto e onorevole», «leale con gli amici e gentiluomo con i colleghi». Tale modello da un lato accentua i valori della responsabilità, dall’altro enfatizza il fairplay e un’accorta gestione delle regole sociali. L’uomo è il padrone del gioco e colui che manipola con discrezione e competenza i codici culturali. Il bambinone: l’uomo è essenzialmente un «bambino che può permettersi giocattoli più grandi», un essere non responsabile, né libero; a tali valori viene spesso associata l’immagine del macho e dell’autoritario, viziato ed egoista.

Vi è infine un ultimo gruppo minoritario di risposte che tende a minimizzare le differenze con la donna e a ricondurre l’identità maschile sotto la nozione vaga e culturalmente variabile di "persona". Ha quindi senso chiedersi che cosa distingua l’identità maschile? O è forse più produttivo assumerla come un costrutto culturale e un habitus che risponde a giochi sociali e in tale contesto è flessibile e modificabile? A maggior ragione che strumenti come la comunicazione elettronica permettono oggi di disincarnare il corpo dai vincoli biologici e di comunicare attraverso identità di genere che non sono quelle di appartenenza biologica.

Si "è" ciò che si vuole essere, acquisendo un corpo virtuale che non sempre coincide con la propria immagine sociale e sessuale. Del resto, una rapida navigazione su Internet permette di scoprire quante associazioni stiano nascendo in Europa e negli Stati Uniti per studiare e aiutare il maschio in questo processo di trasformazione. L’American Men’s Studies Association si propone di mettere a confronto insegnanti, ricercatori e terapisti che lavorano con gli uomini o sui loro problemi. Quanti modi esistono di essere uomo? L’identità di genere sessuale sembra così fondare il pensiero di tutte le differenze mostrandone l’artificiosità e, insieme, evocare un destino biologico attraverso un’azione prioritaria di manipolazione sociale.

Nicoletta Diasio
       

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