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Percorsi di identità nella famiglia contemporanea - 1

La possibile trasformazione

di Vittorio Cigoli e Cristina Giuliani
(rispettivamente:
ordinario di Psicologia sociale e collaboratrice del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica di Milano)

    

Famiglia Oggi n. 10 ottobre 1997 - Home Page Le odierne rappresentazioni hanno creato grandi attese nei confronti dell’impegno paterno. La realtà tuttavia sembra diversa. Scarsamente attivi nei compiti di cura. Riluttanti alle incombenze domestiche. I padri restano ancorati al ruolo tradizionale. Anche se non mancano nuovi tentativi.
La varietà dei profili che connotano le attuali figure paterne crea molti modelli a volte, però, troppo frammentati. Ciascun genitore sceglie la propria strada nell’incertezza. E, spesso, rischia di sbagliare tattiche educative.

Per trattare di identità maschile in modo articolato e approfondito occorre prendere in esame un insieme di indicatori di varia natura provenienti dallo studio delle relazioni familiari e da quello delle relazioni sociali. Il quadro non si presenta di semplice lettura a causa della contraddittorietà e della grande variabilità dei modelli comportamentali e degli orientamenti valoriali che, rispetto al passato, uomini e donne rivelano nei rispettivi ruoli di mariti e mogli, padri e madri.

In questi decenni, hanno giocato un ruolo importante sulla scena sociale i tanti "miti dell’uguaglianza", i quali, mettendo chiaramente in crisi il consolidato modello parsonsiano della rigida divisione tra ruoli maschili e femminili, hanno avviato una serie di battaglie rivendicative condotte da entrambe le parti per difendere i diritti degli uni o degli altri, uomini o donne, padri o madri, mogli o mariti. In questo caso sembra potersi dire che il movimento femminista da un lato e i mutamenti culturali dall’altro abbiano inciso non poco sulla costruzione e l’espressione dell’identità maschile.

Noi desideriamo proprio soffermarci su alcuni aspetti riferiti specificatamente all’identità maschile, aspetti che trovano espressione primariamente nella dimensione familiare e che emergono da recenti ricerche condotte nell’ambito degli studi della psicologia sociale della famiglia (Scabini, 1995).

La famiglia infatti, più di altre identità gruppali, si presenta come terreno principe di azione a proposito del rapporto uomo-donna, in quanto relazione fondante e costitutiva il "famigliare". Non solo, lo studio dei legami familiari in quanto rapporto tra le generazioni che si basa su una triplice differenza (quella tra i sessi, quella tra le generazioni e quella tra le stirpi) e quale terreno concreto dove si scambia il giusto e l’ingiusto, nonché la speranza e la disperazione relativamente al rapporto tra uomini e donne, genitori e figli (Cigoli, 1997), mette chiaramente in luce il fallimento di una lettura contrattualistica e mercantilistica dei legami familiari sottesa alle ideologie ugualitaristiche.

Considereremo in queste pagine alcuni aspetti dell’identità maschile nelle dimensioni coniugale e genitoriale seguendo la temporalizzazione propria del ciclo di vita della famiglia. Parlare di identità maschile e femminile significa riproporre, dopo anni permeati dai miti dell’uguaglianza, una riflessione sul tema della differenza. Differenza, questa tra i sessi, tra uomo e donna, tra le categorie psichiche e sociali del maschile e del femminile, primitiva e fondamentale che è all’origine dell’individuo e della famiglia.

La dimensione familiare, attraverso cui è possibile cogliere alcuni nuovi connotati riferiti all’identità maschile, si presenta come un quadro composito e frammentato, riflettendo l’incertezza e la contraddittorietà dei comportamenti e dei valori in cui sembrano dibattersi i mariti e i padri di oggi. Soprattutto il padre ha acquistato una nuova centralità nelle scienze umane: in quest’ultimo trentennio si è assistito, infatti, sia da parte dell’opinione pubblica sia da parte degli studiosi, a un interesse crescente per il ruolo e la figura paterna. Potremo dire che proprio i profondi mutamenti socioculturali avvenuti nella società occidentale, in particolare i movimenti di opinione portati avanti dalle donne, la partecipazione crescente delle madri al mercato del lavoro, il numero crescente di famiglie monogenitoriali abbiano convogliato l’interesse degli studiosi verso una figura di padre-marito di cui si sottolineano gli aspetti di "novità" rispetto a un passato genericamente rappresentato dalla famiglia patriarcale.

Traendo spunto dalla letteratura psico-sociale oggi disponibile su questi temi si possono proporre alcune riflessioni. Anzitutto va rilevato che nell’immaginario individuale e sociale è possibile rinvenire alcuni tratti che vanno a formare le rappresentazioni odierne del "partner-marito" e del "nuovo padre". Così, ciò che culturalmente si è imposto a livello di coppia è la maggiore simmetria nella divisione dei compiti e delle responsabilità tra uomo e donna, dato questo che nella realtà risulta da un lato subordinato a una serie di variabili, anche di tipo socio-strutturale (quali lo status socio-economico, la condizione professionale), dall’altro limitato a una fase specifica del ciclo di vita della famiglia, quella della coppia senza figli. L’enfasi, pur nella eterogeneità delle modalità organizzative delle coppie, è comunque posta sui temi della intercambiabilità-flessibilità dei ruoli maschili e femminili.

L’immagine di "nuovo padre" che sembra delinearsi è una figura genitoriale maggiormente attiva e intimamente coinvolta nella relazione con i figli. Si tratta di un modello di new nurturant father che viene contrapposto al modello parsonsiano del provider father, sostanzialmente rivolto al sostentamento economico della famiglia e alla tutela-trasmissione dei valori e delle norme sociali. Questa nuova caratterizzazione, che emerge sia a livello individuale nei desideri e nelle fantasie dei neo-padri (Cresci, 1995), sia a livello sociale nel mondo rappresentazionale, non appare priva di contraddizioni e fonte di conflitti a livello intrapsichico (Jain e altri, 1996; Shapiro, 1995).

Non è irrilevante poi che questa nuova immagine di padre, carica di connotazioni espressive, venga ricercata e individuata principalmente in relazione alle fasi iniziali del ciclo di vita della famiglia, corrispondenti alla nascita dei figli e alla primissima infanzia di questi, fasi tradizionalmente considerate di competenza e di esclusivo dominio del femminile-materno. Vastissima risulta la letteratura a riguardo.

Come sottolineato da diversi autori il tratto distintivo del maschile-paterno sembrerebbe oggi risiedere da un lato nel rifiuto del modello normativo di definizione della propria identità trasmesso lungo l’asse generazionale, dall’altro nella ricerca, confusa e dall’esito paradossale, di una nuova definizione identitaria, che trova il suo approdo nella sfera dei valori espressivi e affettivo-relazionali tipicamente femminili (Ventimiglia, 1996). Tale processo di allineamento dell’identità maschile paterna su dimensioni e valori caratterizzanti il femminile sembra fare da contraltare a quello che De Singly (1994) ravvisava a proposito di un analogo percorso identitario femminile, altrettanto contraddittorio e incerto, condotto lungo l’asse dei valori maschili. Come a dire che gli uni e gli altri per risolvere conflitti di ruolo puntino a somigliare all’altro da sé.

Un’altra considerazione, condivisa da studiosi e ricercatori, getta invece luce sullo scollamento tra il piano dell’immaginario, appena delineato, e il piano della realtà. Si scopre così che le nuove caratterizzazioni di genere risultano appartenere quasi esclusivamente a una dimensione rappresentazionale, scontrandosi con una serie di dati contraddittori provenienti dal mondo della quotidianità e dell’esperienza concreta delle famiglie.

Lo scarto tra reale e ideale

Nonostante le attese nei suoi confronti, questo "nuovo padre-marito", che si desidera vedere paritariamente partecipe ai compiti di gestione domestica e coinvolto fin dall’inizio accanto alle mogli nei corsi di preparazione al parto e nell’accudimento dei figli, risulta invece scarsamente impegnato nei compiti di cura della prole, tanto meno nelle incombenze domestiche e relegato piuttosto in un ruolo tradizionale (Scabini e Iafrate, 1997). Da più parti si rileva che è difficile la traduzione di questo modello ideale in una diversa pratica comportamentale e relazionale con moglie e figli, tanto nei risvolti quantitativi quanto in quelli qualitativi.

L'ambasciatore inglese di F. Botero L'ambasciatore inglese
di F. Botero
(catalogo Skira, 1997)

Come chiaramente indica Parke (1995) in una rassegna di studi interculturali sul tema, il cambiamento annunciato è più apparente che reale: è la madre a ricoprire un ruolo "manageriale", di regia e di guida nei confronti dell’attività domestica, delle attività di cura dei figli e di organizzazione del tempo libero.

Anche Donati (1997) parla di un processo di "omogeneizzazione tra i generi più apparente che reale", sottolineando lo scarto tra sfera pubblica, dove prevale un’ideologia ugualitaria, e sfera privato-familiare, dove prevalgono dinamiche di differenziazione tra i generi. In tal senso egli parla di uno scollamento tra i codici simbolici privati e i codici simbolici pubblici della relazione tra i generi.

Una recente ricerca longitudinale condotta nel nord’Italia su un campione di coppie in attesa del primo figlio (Binda, 1997) sembra problematizzare il dato, dalla portata più culturale che reale, di una simmetrica e idealizzata intercambiabilità dei ruoli materni e paterni.

Il mito ugualitaristico della coppia sembra infrangersi alla nascita del primo figlio, fase cruciale nel ciclo di vita di una famiglia in quanto richiede ai coniugi la transizione dalla fusionalità-idealizzazione dei primi anni di matrimonio alla differenziazione dei ruoli e delle funzioni resa necessaria dalla complessificazione dei nuovi bisogni (Scabini, 1995). Così il carico emotivo e organizzativo, rappresentato dalle nuove e spesso inattese incombenze, esige che all’interno della coppia venga trattato il tema della differenza. Inaspettatamente ciò che si verifica nella coppia, a partire dalla nascita del primo figlio, è un processo di tradizionalizzazione dei ruoli sessuali, anche per quelle coppie che precedentemente realizzavano una paritaria distribuzione di impegni e responsabilità domestiche.

La ricerca citata, oltre a evidenziare il maggior carico femminile su tutti i fronti della vita familiare, mette in luce lo scarto tra le aspettative dei coniugi durante la gravidanza e l’esperienza concreta di rapporti dopo la nascita del figlio, scarto che va nella direzione di un aumento delle incombenze materne su tutti fronti e, parallelamente, di una diminuzione di quelle paterne. La maggior parte delle coppie non risulta in grado di prevedere in modo realistico i processi trasformativi messi in atto dall’evento critico, e la quota di "imprevedibilità" in esso contenuta sembra giocare un ruolo decisivo rispetto al raggiungimento di un nuovo equilibrio e benessere familiare.

Particolarmente interessante risulta poi la disconferma delle attese materne e, in modo ancora più evidente, di quelle paterne relativamente al coinvolgimento del padre nel rapporto con il figlio sul versante ludico-relazionale, anche se l’attività di gioco rimane quella prevalente nello scambio padre-figlio. I padri, insomma, si immaginano prima della nascita molto coinvolti in questi aspetti di relazione con il bambino, ma di fatto vivono questa esperienza più ai margini del previsto, relegati in un ruolo più tradizionale e spesso mediato dalla figura materna (Iafrate, 1997).

Nonostante una rappresentazione del ruolo paterno che sembra porre l’accento sulla intercambiabilità dei ruoli maschili e femminili, così da affermare l’avvento del new nurturant father, i dati di questa ricerca sembrano avvalorare le specificità e le differenze sottese ai percorsi maschile e femminile di acquisizione del ruolo genitoriale, ponendo la donna come "figura dominante dell’evento nascita, ma al tempo stesso più fragile", e l’uomo, "culturalmente più coinvolto nell’evento rispetto al passato ma nei fatti relegato al margine secondo il ruolo tradizionale", quale elemento equilibratore all’interno della triade (Scabini e Iafrate, 1997).

Resta da interrogarsi sulle conseguenze di questo scarto tra ideale e reale a proposito del legame di coppia e del legame intergenerazionale. L’assenza di norme condivise, come quelle che rigidamente il modello funzionalista garantiva, e la maggiore quota di imprevedibilità, che i nuovi orientamenti culturali hanno apportato, conducono la coppia verso dinamiche caratterizzate da una maggiore negoziazione non esente dal rischio di un’elevata conflittualità. Di questa si sottolineano ora gli aspetti distruttivi, quali l’aumento delle crisi matrimoniali (Donati, 1997; Vella e altri, 1997) e il forte squilibrio tra fragilità maschile e rafforzamento femminile (Collicelli, 1997), ora gli aspetti costruttivi, quali la presenza di una più consapevole decisionalità comune e corresponsabilità tra i coniugi, di un maggior sostegno reciproco e di una più piena assunzione degli impegni familiari.

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