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LA CONTESTAZIONE STUDENTESCA

L’università si è trasformata

di Mario Napoli
(ordinario di Diritto del lavoro, Università Cattolica, Milano)
        

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 1998 - Home Page Mutamenti sociali e di costume. Moda. Protagonismo giovanile. Lotte operaie. Non tutto è da attribuire agli studenti. Ma il loro movimento ha toccato mondi vitali. E l’istituzione universitaria è ora molto diversa.

Ho vissuto il ’68 in un osservatorio privilegiato. Nel febbraio di quell’anno fui chiamato alla presidenza dell’Unuri, l’Unione nazionale degli studenti universitari italiani, che raggruppava gli organismi rappresentativi studenteschi delle varie università, per succedere a Nuccio Fava. L’Unuri, dal dopoguerra fino a quell’anno, è stata più di una semplice rappresentanza studentesca. È stata una fucina di formazione politica di una larga parte degli esponenti politici della prima Repubblica, soprattutto mediante le associazioni politiche studentesche, le vere centrali dell’elaborazione politico-culturale (l’Intesa, d’ispirazione cattolica; l’Ugi di ispirazione socialcomunista dopo una fase radicale; l’Agi d’ispirazione liberale, il Fuan di ispirazione fascista). Nuccio Fava per un quinquennio era stato a capo d’una giunta che per la prima volta ammetteva al suo interno un comunista, cosa che ha provocato profonde lacerazioni nell’Intesa e, soprattutto, nell’associazionismo giovanile cattolico. Anch’io fui eletto in base a un accordo tra Ugi e Intesa, le forze di maggioranza, su proposta del segretario dell’Intesa, Silvano Bassetti, uno studente di spicco della Facoltà di Architettura di Milano, protagonista, prima del ’68, della contestazione studentesca a Milano.

Il radicalizzarsi delle lotte studentesche, con l’avvento di spinte fortemente ideologizzate, assenti nella prima fase, ci convinse che l’istituzione non reggeva più. Così l’8 dicembre del 1968 sciogliemmo l’Unuri. Stessa sorte subirono, in via di fatto, gli organismi rappresentativi. Ho vissuto, invece, in prima persona le vicende dell’autunno del 1967 all’Università Cattolica di Milano, considerate da tutti l’avvio del movimento del ’68, partecipando all’organismo direttivo del movimento, il cosiddetto comitato di agitazione, una sorta di esecutivo dell’assemblea degli studenti. Gli eventi del ’67 non furono improvvisati.

Nel biennio 1966-67, in linea con l’opposizione ai progetti di riforma dell’università condotta dall’Unuri, l’organismo rappresentativo studentesco, guidato prima da me e poi da Claudio Rinaldi, ha dovuto affrontare anche la fase nuova dell’università aperta dal rettorato di Ezio Franceschini (le vicende di quegli anni andrebbero analiticamente ricostruite).

Com’è noto, la causa scatenante della prima occupazione dell’Università Cattolica del 17 novembre 1967 fu l’aumento delle tasse decisa dal Consiglio di amministrazione, in misura ben più consistente di quella decisa due anni prima (e sulla quale l’organismo rappresentativo da me presieduto si era dichiarato disponibile a dare parere positivo, come richiesto dalla legge, a condizione che fossero effettuate alcune fondamentali riforme).

L’agitazione è stata promossa e alimentata da un nucleo di studenti già politicizzato (nel senso della partecipazione alle iniziative dell’organismo rappresentativo studentesco nei due anni precedenti e non certo in collegamento con forze politiche esterne come in modo falso qualcuno ha insinuato); ma la pratica assembleare, anche se già sperimentata negli anni precedenti, ha fatto emergere nuove forze ed energie.

Il movimento studentesco che decise l’occupazione assumeva così una fisionomia del tutto nuova, sia nelle forme organizzative che nei contenuti rivendicativi. L’università, dopo una fase di dialogo (il comitato di agitazione ricevuto in rettorato durante la serrata; l’invito a partecipare alla seduta del consiglio di amministrazione del 1° dicembre del 1967 di un rappresentante degli studenti – e per tale difficile missione fui prescelto io –), a seguito della seconda occupazione del 7 dicembre, scelse la via della repressione, con le note espulsioni di Mario Capanna, Luciano Pero e Michelangelo Spada, mentre l’intero comitato di agitazione, e quindi anch’io, fu ammonito. Anche senza i protagonisti della prima ora, le agitazioni sono proseguite in sintonia con quanto ormai avveniva in tutte le università italiane e poi nel maggio francese.

A distanza di trent’anni si deve riconoscere che l’Università Cattolica ha saputo intraprendere, con il rettorato di Lazzati, la via della modernizzazione e dell’autoriforma, culminata nell’approvazione del nuovo statuto, lo scorso anno, con il rettorato di Bausola (un nuovo statuto era una tipica rivendicazione del ’67). Ma, più in generale, l’università italiana in che cosa è debitrice al ’68?

È banale riconoscere che l’università di oggi non è quella oggetto di contestazione degli studenti, tali e tanti sono stati i mutamenti verificatisi in questi anni. È importante verificare, allora, ciò che è cambiato e ciò che è ancora in attesa di cambiamento. La principale risposta politico-istituzionale al ’68 è stata la liberalizzazione degli accessi, che da misura sperimentale è diventata di fatto permanente, senza che si sia verificata la riforma della scuola secondaria.

La liberalizzazione degli accessi, voluta da Aldo Moro, ha consentito il superamento delle strozzature presenti nella scuola secondaria. L’accesso all’università veniva garantito non soltanto agli studenti dei licei, considerati come tipica scuola preparatoria dell’università, ma anche a quelli degli altri istituti della secondaria. La misura in sé e per sé giusta, perché basata sull’equivalenza funzionale dei titoli di scuola secondaria che come tale non dovrebbe precostituire le scelte successive, non si è affiancata a una riorganizzazione della didattica mediante soluzioni capaci di favorire l’integrazione della popolazione studentesca culturalmente non omogenea. Soltanto alcune facoltà e per limitate discipline hanno organizzato corsi propedeutici a quelli ufficiali per integrare la formazione culturale di base.

Non bisogna, tuttavia, attribuire alla liberalizzazione degli accessi la causa dell’avvento dell’università di massa, già visibile nel ’68 per effetto dell’affacciarsi della generazione nata alla fine della guerra. Tale liberalizzazione ha sicuramente agevolato la principale trasformazione subita dall’università nel trentennio: la presenza femminile ormai paritaria in tutte le facoltà, mentre nel ’68 le studentesse erano concentrate nelle facoltà umanistiche.

Non ha avuto esiti particolari l’istanza di apertura ai ceti popolari connaturata con il ’68. La provenienza sociale degli studenti vede oggi la forte presenza del ceto medio produttivo, come avveniva già nel ’68. È improntato, invece, a maggiore equità sociale il sistema di tassazione. Quasi tutte le università hanno differenziato il costo a carico dello studente sulla base della posizione patrimoniale della famiglia e non solo in base al reddito dichiarato, anticipando criteri che solo di recente sono utilizzati per l’accesso alle prestazioni dello stato sociale.
   

Troppi oggi gli abbandoni

Lo scacco maggiore agli ideali del ’68 è rappresentato dal forte numero degli abbandoni, più che dal carattere selettivo degli accessi, e dall’enorme aumento dei fuori corso. Oggi è più facile iscriversi all’università, ma è più difficile laurearsi, e in tempo.

Un fenomeno nuovo, ignorato dall’università del ’68, è dato dalla crescente disoccupazione intellettuale, specie nel mezzogiorno. Il divario economico, causato dal mancato sviluppo del sud, ha provocato come effetto due fenomeni: la maggiore propensione per gli studi universitari, in assenza di adeguati sbocchi occupazionali per i diplomati, e l’incapacità del sistema di assorbire i laureati. Ciò nonostante il numero complessivo di laureati, a livello nazionale, è ancora piuttosto basso. Il fenomeno della dispersione e del prolungamento dei tempi di laurea dimostra, tuttavia, che il livello medio degli studi universitari non si è affatto abbassato.

Il megafono del '68.

Un’eredità positiva del ’68, e forse prima ancora delle linee politiche studentesche degli anni ’60, è il consolidamento della scelta del dipartimento come forma privilegiata di organizzazione della ricerca in università. Questo modello ha visto il superamento degli istituti mono-cattedra, istituzioni di ricerca condizionati dagli interessi dei singoli docenti. Sotto questo profilo, l’accusa di baronaggio al Corpo accademico era particolarmente pertinente. Sono rimaste pressoché immutate le facoltà, anche se si è assistito a una proliferazione dei corsi di laurea.

Del tutto imparagonabile l’università di oggi con il ’68 per il numero di insegnamenti impartiti e per l’organizzazione dei piani di studio. Oggi lo studente non deve stabilire percorsi rigidi, poiché i piani di studio sono più flessibili e più ricca è l’offerta formativa. L’indubbia moltiplicazione del sapere non giustifica, tuttavia, la dilatazione eccessiva delle discipline (talvolta viene data dignità di autonoma disciplina scientifica a un capitolo di una disciplina generale), tanto che si è dovuto intervenire più volte con accorpamenti e riduzioni.

Il proliferare delle discipline è stato favorito dal modo con cui è stato affrontato il problema del reclutamento e della carriera dei docenti. Per molti anni la politica universitaria si è concentrata unicamente sul problema dello stato giuridico dei docenti e dei concorsi universitari, anche per effetto della sindacalizzazione dell’università, conseguenza non prevista del ’68. L’istituzione del ruolo dei ricercatori doveva servire a superare i rapporti precari largamente diffusi. La garanzia del posto non ha, tuttavia, compensato l’impossibilità di assicurare a tutti la carriera. Conseguentemente oggi l’età media dei ricercatori è molto alta e ciò ha bloccato gli accessi delle generazioni successive. Perciò, sono assai diffusi i rapporti precari all’inizio della carriera.

L’articolazione della docenza nelle due fasce degli associati e degli ordinari ha tamponato la rivendicazione estremistica del docente unico, ma ancora una volta è apparsa frustrata l’aspirazione degli associati a raggiungere la posizione apicale della carriera. Il problema più grave rimane quello delle procedure concorsuali e dei tempi di effettuazione dei concorsi. La gestione di questi ha confermato la prassi baronale tipica dell’università precedente.

La più vistosa trasformazione dell’università si è avuta con la proliferazione delle sedi. L’università del ’68 era presente nelle città tradizionalmente sedi degli studi superiori. Oggi la maggiore diffusione territoriale, facilitata dalle tecniche di gemmazione, ha provocato la divisione tra le sedi principali superaffollate, ma fondamentali per la produzione scientifica e per la formazione delle scuole, e le sedi localizzate nelle città di medie dimensioni. Ciò ha provocato la prassi del pendolarismo dei docenti, fenomeno non conosciuto nell’università del ’68. È indubbio, comunque, l’apporto dell’università alla crescita economica e culturale delle città, oltre ai vantaggi per le famiglie.
  

La sfida dell’autonomia

L'eredità più preziosa del ’68 è il superamento del clima autoritario dell’università precedente. I rapporti tra docenti e studenti sono improntati a un maggiore clima di attenzione e di rispetto reciproco. L’università ha fortemente interiorizzato i valori della libertà, dell’autodeterminazione e della partecipazione studentesca, garantiti dalla presenza degli studenti nelle principali sedi di governo (consigli di facoltà e consigli di amministrazione). È fortemente cresciuto l’associazionismo studentesco, anche se si è definitivamente perso il valore aggregante della rappresentanza unitaria e dell’associazionismo politico di ampio respiro.

I grandi temi politico-sociali che hanno interessato le generazioni del ’68 sono sostituiti da una maggiore pretesa per l’efficienza dell’università e da una più vigile attenzione ai problemi curriculari. Ciò è un sintomo di quanto avvenuto a livello sociale nella popolazione giovanile, più incline all’impegno concreto nel volontariato che al richiamo aggregante di movimenti collettivi. Appare meno attivato lo spirito critico nello studio e non è valorizzata la valenza metodologica della formazione. I protagonisti del ’68 chiedevano all’università di dare molto di più di quanto essa dava.

È mutato l’atteggiamento dell’università nei confronti del diritto allo studio, tematica classica dell’università del ’68. Oggi il diritto allo studio è promosso dalle regioni attraverso apposite strutture organizzative ed è oggetto di realizzazione mediante una vasta gamma di servizi, del tutto carenti nell’università precedente. In particolare sono stati attivati servizi di orientamento sia in entrata che in uscita. Queste realizzazioni non si sarebbero verificate senza il ’68.

Nella popolazione studentesca è cresciuto il senso dell’incertezza sugli sbocchi occupazionali. L’universitario del ’68 era ancora consapevole di appartenere, in prospettiva, alla classe dirigente e perciò erano del tutto assenti le preoccupazioni per il dopo università. Oggi, invece, la condizione studentesca è fortemente condizionata dalle preoccupazioni per gli sbocchi. Perciò è meno forte la considerazione del valore dello studio in sé e per sé, indipendentemente dalla finalizzazione professionale. Si assiste, inoltre, a una caduta della curiosità intellettuale che allarghi l’orizzonte dei propri studi, tipica dell’esperienza precedente, nonostante siano cresciute le sollecitazioni culturali.

In linea con le istanze di apertura verso l’esterno sostenute nel ’68, oggi l’università si va aprendo nella direzione della formazione permanente. L’università del ’68 era per definizione il luogo della formazione in vista dei successivi sbocchi occupazionali. Oggi l’università, anche se in modo disordinato, è aperta al mondo delle professioni e del lavoro ed è occasione per ritorni finalizzati a iniziative di formazione permanente.

Più in generale le università offrono quotidianamente iniziative culturali rivolte anche all’esterno. Sono molto più presenti, sia nelle iniziative culturali che nella ricerca, tematiche e stimoli provenienti dal contesto territoriale. Oggi l’università attraversa una nuova fase di trasformazione sollecitata da un rinnovato impegno riformatore. Il venir meno delle risorse ha imposto una prima svolta: l’autonomia finanziaria e la responsabilizzazione dell’università nell’uso delle stesse. Ora la sfida dell’autonomia tocca la ricerca, la didattica, l’articolazione dei titoli con un rilancio dei diplomi universitari, le procedure selettive della docenza.

Per la prima volta la spinta alla riforma viene dall’alto. È stata la sollecitazione dal basso a provocare l’accelerazione del processo di modernizzazione dell’università, che costituisce l’esito riformistico del ’68. Però la classe politica non ha saputo governare il cambiamento e pertanto le trasformazioni delle università sono avvenute senza un preciso indirizzo. Oggi il processo riformatore è governato dal ministero: la distanza dal ’68 non potrebbe essere maggiore. Ma se il Paese, sia pure a distanza di trent’anni, s’interroga ancora sul significato dell’università in una società in cui la formazione delle risorse umane è centrale per la competitività e la qualità del sistema economico e sociale, lo si deve anche al moto di protesta del ’68, nonostante che il suo spirito da tempo non aleggi più sull’università, che attende ancora di essere riformata.

Mario Napoli

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